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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | News | «La violenza su un bambino è un omicidio psichico». Con buona pace di papi, reverendi e monsignori

«La violenza su un bambino è un omicidio psichico». Con buona pace di papi, reverendi e monsignori

Federico Tulli by Federico Tulli
18 Febbraio 2020
in News
Reading Time: 5 mins read
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La strategia della Chiesa nei confronti della pedofilia è sempre stata quella di evitare lo scandalo e proteggere il confessore, che anche durante il periodo dell’Inquisizione raramente incorreva in pene gravi pur di fronte a eclatanti violazioni. I preti, in virtù di un privilegio di casta, non subivano la tortura e la carcerazione preventiva, e nel caso di auto-accusa spontanea le pene erano ancora più lievi e niente affatto commisurate alla gravità e alla reiterazione delle condotte. Non si offendano i convinti sostenitori di Bergoglio ma la strategia delle autorità ecclesiastiche, attuale e recentissima, di denuncia e intransigenza è solo il frutto di un necessario adeguamento alle mutate circostanze, dato che il problema è esploso a livello mondiale e non è più occultabile. Ogni tanto qualche prelato sfugge alle maglie predisposte dal pontefice argentino per mantenere il tema della pedofilia clericale il più lontano possibile dai riflettori mediatici al fine di gestirlo “dettando i tempi” più consoni a quelli della Chiesa.

È il caso (solo l’ultimo di tanti) del reverendo Usa, Richard Bucci, un prete di Rhode Island il quale ha vietato la comunione ai legislatori statali che hanno sostenuto la legge sul diritto all’aborto, giustificandosi così: «L’aborto è un massacro di bambini innocenti. Non c’è paragone tra pedofilia e aborto. La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto lo fa». Premesso che la confusione tra feto e bambino la dice lunga sulla chiarezza di idee del prelato sull’argomento, dato che è da tempo scientificamente provato che la vita umana inizia alla nascita (pertanto, anche per semplice logica, chi non è nato non può essere ucciso), in “risposta” all’affermazione violentissima di don Bucci, e a dimostrazione che riflette una “convinzione” ancora molto radicata in ambito ecclesiastico cattolico (e non solo), vi proponiamo questa intervista alla neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti che abbiamo pubblicato su Left del 31 agosto 2018.

Dottoressa Gatti, cos’è la pedofilia?

Il pedofilo è un grave malato mentale, nonostante ciò che afferma la psichiatria americana nel DSM-V, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, che include la pedofilia tra i disturbi del comportamento sessuale nel gruppo delle parafilie. Giustamente c’è chi ha definito l’abuso sessuale su un minore un «omicidio psichico»: non ha niente di sessuale in quanto è un’azione, una pulsione se vogliamo usare una terminologia psichiatrica che va contro l’identità, la potenzialità psichica ed evolutiva del bambino. Il bambino rappresenta quell’identità umana, vitalità che il pedofilo ha perduto per vicende personali. Nel comportamento del pedofilo se la pulsione omicida, compulsiva e ripetitiva, rappresenta l’aspetto psicopatologico, il controllo razionale gli conferisce una qualità criminale propria delle psicopatie. Infatti quest’ultimo consente fino a un certo punto di evitare le conseguenze penali oltre che l’utilizzo di sofisticate strategie di scelta e di avvicinamento delle vittime.

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Quali sono le conseguenze della violenza subita?

Tradito da una figura importante di riferimento, il minore può andare incontro a uno stato dissociativo, a una grave depressione, a sensi di colpa intensi che minano il senso della propria identità. Nel caso che le vittime siano soggetti prepuberi, ciò che si va a colpire è l’evento trasformativo fisico e psichico dell’adolescenza e la possibilità del rapporto uomo-donna.

Qual è la particolarità della pedofilia di matrice clericale?

Per comprendere il manifestarsi della pedofilia nella chiesa cristiana dobbiamo prendere in considerazione due aspetti. Il primo deriva dal pensiero greco: le donne e i bambini fino ai sette anni non erano considerate persone perché privi di razionalità; l’altro prende origine dalla concezione sacrale e trascendente dell’assoluto proprie delle religioni monoteistiche. Il cristianesimo dei primi secoli fu impegnato nell’operazione di assorbire la filosofia platonica nella propria teologia, grazie soprattutto ai Padri della Chiesa e a Origene. Platone notoriamente non amava molto il genere femminile e Origene si evirò: la dottrina cristiana relegava le donne a ruolo di madre e moglie. L’unica emancipazione loro consentita era un percorso virginale, che le rendeva simili a Maria ma che comunque le escludeva dal sacerdozio. La sessualità e il peccato erano considerati donna come Eva, e sono noti gli sforzi di sant’Agostino per poterne venire a capo. Il concilio di Trento confermando la supremazia del celibato e della verginità come ideali cristiani cercò, con esiti più che discutibili, di ripristinare l’ascetismo delle origini e accentuò il carattere maschile dell’istituzione Chiesa rendendo, se possibile, ancora più distante e astratta l’immagine femminile.

C’è chi dà la colpa al celibato ecclesiastico, quando in realtà è noto che la pedofilia è purtroppo diffusa anche in ambiente laico.

Il celibato, o la verginità, come ideale di vita clericale, imporrebbe una sorta di sublimazione per cui la sessualità verrebbe deviata dal suo scopo (dal rapporto uomo-donna) per essere indirizzata a fini di elevazione spirituale (verso un ente onnipotente ed astratto). La sublimazione è in realtà un’assenza di rapporto e il suo ideale è l’anaffettività. La pedofilia è l’esito estremo di un processo di annullamento della sessualità e del rapporto uomo-donna. Il sacro si costituisce come totale alienazione ed estraneazione da sé di ciò che è specifico della realtà umana cioè il pensiero irrazionale, costituito da sensazioni, immagini, affetti che si generano dai rapporti e danno forma alla creatività. Secondo Rudolf Otto la dimensione sacrale è «l’irrazionale nell’idea del divino» cioè una sfera misteriosa oltre la logica e la ragione. Nel tentativo di rapportarsi al sacro, il prete corre il rischio di perdere la propria identità e annullare la propria dimensione umana e affettiva: egli è facile preda dello smarrimento e del terrore che si traducono in condotte paradossali e perverse. Il sacro si costituisce come l’esperienza di un’alterità radicale, il cosiddetto “anders”, il “fascinans et tremendum” che abbaglia la mente determinando una reazione di terrore.

E cosa può accadere?

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Il sacerdote che dovrebbe essere colui, come dice la parola, che testimonia l’esistenza del sacro, diventa una vittima, destinata a creare altre vittime, dell’aspetto terribile ed inquietante del sacro. Bisogna ricordare quanto scriveva Ernesto De Martino: nel momento in cui si costituisce l’esperienza del sacro si rischia di “non esserci”, di perdere cioè l’identità. In questo contesto, la pedofilia è uno specifico modo con cui si risolve nella psicopatologia la “crisi della presenza” vale a dire la crisi di identità che è insita nel rapporto con il sacro. La pedofilia nel momento in cui si lega alla realtà del sacro, sarebbe la testimonianza di una crisi (della presenza) dell’identità che non riesce a risolversi attraverso la dinamica della “tecnica rituale”, infatti il compito del rito è quello di fornire una configurazione simbolica ai contenuti psichici alienati. Verrebbe spontaneo considerare la violenza contro il bambino da parte dei preti pedofili come il risultato di uno sconvolgimento, di un mutamento catastrofico improvviso che altera tutti i criteri di giudizi e di riferimento etico.

https://left.it/2020/02/14/la-violenza-su-un-bambino-e-un-omicidio-psichico-con-buona-pace-di-papi-reverendi-e-monsignori/?fbclid=IwAR3EHHmA678o0YuwJ65fhLqLC3kdUai9rvsi2BgqJMLUkw8Wzg3BH3hb1I4

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Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: [email protected] [email protected]

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.