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Cronaca e News

Chi è Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela Orlandi accusato di molestie sulla sorella della 15enne scomparsa: il ruolo di portavoce, la prima telefonata segreta

Il cognato di Ercole Orlandi aveva rapporti con i servizi segreti e fu pedinato, ma i sospetti furono poi lasciati cadere. L'amicizia tra la figlia e l'agente del Sisde Giulio Gangi

Redazione WebNews by Redazione WebNews
11 Luglio 2023
Reading Time: 3 mins read
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«La mia bambina, mi dica… Sta bene?» Adesso che i ruoli si sono per certi versi capovolti, e il portavoce della famiglia Orlandi, quello «zio Mario» che tanti si chiedevano perché avesse avuto l’incarico di rispondere al telefono, è stato chiamato in causa nella vicenda, il giallo di Emanuela Orlandi va letto da un angolo visuale nuovo.

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Il fratello Pietro, in vista della conferenza stampa indetta per ribattere al “fango”, ha tuonato: «Sono furioso, vogliono scaricare la responsabilità sulla famiglia». I collegamenti tra le presunte molestie dello zio in famiglia e la scomparsa di Emanuela, in effetti, per ora non ci sono. Nessuna prova, solo illazioni. Ma le domande restano e inquietano l’Italia, dopo 40 anni in attesa della verità. Chi era davvero Mario Meneguzzi, cognato di Ercole, il papà di Emanuela? Hanno fondamento le accuse di abusi da parte dello zio paterno (sua moglie Lucia era sorella del messo pontificio) a Natalina, la prima delle sorelle Orlandi, di cui c’è traccia negli atti della prima inchiesta? Perché tali voci, “silenziate” per 40 anni, adesso sono state rilanciate dalla Santa Sede, grazie alla lettera ripescata in Vaticano in cui l’allora Segretario di Stato Casaroli chiese al confessore di Natalina conferma degli abusi? Si tratta forse di una “rivalsa” seguita alle accuse di Pietro Orlandi a Giovanni Paolo II di tre mesi fa?

Le prime risposte non possono che venire da una maggiore conoscenza del personaggio. Mario Meneguzzi, defunto da molti anni, padre di tre figli, Pietro, Giorgio e Monica, all’epoca era direttore della caffetteria di Montecitorio: a partire dal 22 giugno 1983 diventò famoso per l’incarico che gli fu affidato dai genitori di Emanuela di gestire lui i rapporti con l’esterno, giornali e soprattutto i rapitori della quindicenne. In un primo tempo fu anche oggetto di “attenzioni” degli investigatori e ripetutamente pedinato, da Roma alla casa al mare a Santa Marinella, nell’ambito della “pista familiare”, poi lasciata cadere. Nella ventina di conversazioni con i sequestratori registrate dalla polizia, oltre all’avvocato Gennaro Egidio, compare quasi sempre Meneguzzi che parla sia con il sedicente “Mario”, il secondo telefonista apparso sulla scena dopo “Pierluigi” il 28 giugno 1983 (la cui voce somiglia molto a quella di Marco Accetti) sia con il cosiddetto “Amerikano”. Mario Meneguzzi parlando con i suoi interlocutori all’inizio finse di essere il papà, Ercole, e i milioni di appassionati al caso della “ragazza con la fascetta” adesso hanno nelle orecchie la domanda sulla “sua bambina” rivolta con voce strozzata («Mi dica almeno come sta! Sta bene?»).

Perché dunque il cognato scelto portavoce? È una domanda che a questo punto assume rilievo. Forse perché era ricattabile? Ercole Orlandi chiarì subito di non essere nella condizione emotiva di “reggere” al peso della comunicazione esterna, ma un mese dopo (intervista al Corriere del 26 luglio 1983) fu lo stesso Meneguzzi a chiarire il suo ruolo e anche qualcosa di più: «Sono stato io a nominare l’avvocato Gennaro Egidio, perché lo ritengo più adatto in questo genere di cose», dichiarò. Egidio, legale che aveva già trattati affari legati ad ambienti ecclesiastici, era considerato molto vicino ai servizi segreti italiani, tanto che a proporlo, secondo quel che si era saputo finora, era stato uno degli agenti del Sisde presenti in casa Orlandi all’indomani della scomparsa. Ma a quale “genere di cose” alludeva Meneguzzi? Lo zio aveva forse contezza già nella primissima fase della partecipazione degli apparati di sicurezza all’operazione compiuta sulla pelle di sua nipote? Di certo papà Ercole, molti anni dopo, in prossimità della morte, dichiarò testualmente in una delle poche interviste concesse (Corriere, 13 maggio 2001) che a rapire sua figlia «erano stati i servizi segreti».

Sempre legato alle “barbe finte”, va considerato un altro tassello: Giulio Gangi, il giovane agente del Sisde morto lo scorso anno, si presentò a casa Orlandi due giorni dopo e sostenne di essersi attivato per la sua amicizia con Monica Meneguzzi, la giovane figlia di Mario conosciuta l’estate precedente in un paesino in provincia di Rieti, di cui si era invaghito. La conoscenza riguardava anche il padre?

E c’è dell’altro. Secondo recenti rivelazioni pervenute all’autore di questo articolo, furono gli stessi rapitori, la sera del mancato ritorno a casa di Emanuela, a chiedere che i rapporti con la stampa e le autorità venissero affidati allo zio, con uno scopo preciso: sincerarsi che la famiglia avesse preso sul serio l’accaduto, vale a dire che il rapimento era «a scopo di ricatto». Dare immediato seguito alla richiesta su chi dovesse essere il portavoce, in altri termini, sarebbe stato il primo atto di un braccio di ferro con la famiglia poi andato avanti per oltre due anni. E, a questo proposito, va segnalata anche un’altra indiscrezione proveniente da fonte investigativa, finora non rivelata: la prima telefonata alla famiglia Orlandi sarebbe pervenuta in realtà non il 25 giugno (con “Pierluigi”) ma già la sera del 22, non ai genitori di Emanuela bensì a casa dello stesso Meneguzzi. Un ragazzo avrebbe chiesto di parlare con Monica, la figlia, alla quale sarebbe stato detto che Emanuela stava bene e che doveva essere il padre a fare il primo appello.

https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/23_luglio_11/mario-meneguzzi-zio-emanuela-orlandi-1569de6f-2773-4f27-83d6-e132f4173xlk.shtml

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