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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » Toscana » Don Cantini, le vittime: “Betori ci ha ignorato”

Don Cantini, le vittime: “Betori ci ha ignorato”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Aprile 2010
in Toscana
Reading Time: 4 mins read
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“Perché Maniago non dette seguito alle denunce? Ci metta a confronto con lui”
A 3 anni dalla rivelazione degli abusi, restano da chiarire coperture e connivenze
di MARIA CRISTINA CARRATU’

Don Cantini, le vittime: “Betori ci ha ignorato” Claudio Maniago

Il caso per loro non è chiuso, questo è certo. Si è aperto quasi quarant’anni fa, e adesso che la chiesa è sommersa da un diluvio di denunce contro preti pedofili, fa male più che mai. Soprattutto in questi giorni, a tre anni esatti da quando, sulle pagine di Repubblica, la loro storia venne alla luce. Era l’8 aprile del 2007. La riduzione allo stato laicale di don Lelio Cantini, il prete che abusò di loro bambini per almeno quattordici anni, fra il ’73 e l’87, decisa da Papa Benedetto XVI nell’ottobre 2008, per la Curia di Firenze ha messo la parola fine sulla vicenda. Ma per Francesco e Nicola, Andrea e Mariangela e Carolina tutte le altre vittime dell’ex parroco della Regina della pace, vera giustizia ci sarà solo “se saranno riconosciute le responsabilità di tutti”. Che vuol dire non solo del prete pedofilo, ma anche di chi lo coprì, invitandoli a dimenticare invece che a denunciare alla magistratura, come ora il Papa ha invitato finalmente a fare.

Dopo tre anni, il loro obiettivo resta lo stesso: “Fare piena luce sulle connivenze e le coperture di cui Cantini ha goduto, sulle responsabilità di chi doveva intervenire e non è intervenuto”. E di uno in particolare: il vescovo ausiliare Claudio Maniago, vicario generale di Curia, loro coetaneo alla Regina della pace, e pupillo di don Cantini – “prete vero, che mi è stato e mi è di esempio”, lo aveva salutato il giorno della sua nomina a vescovo. Il primo da cui andarono, all’inizio del 2004, per denunciare i fatti di allora, gli abusi sessuali ma anche i pesanti condizionamenti che avevano spinto tante famiglie a devolvere alla parrocchia beni e denaro. E che non dette seguito alle loro denunce. Tanto che soltanto nel luglio del 2005 i memoriali delle vittime arrivarono all’allora arcivescovo Ennio Antonelli, e per mano di un intermediario, l’ex arcivescovo Silvano Piovanelli. Anche lui, peraltro, accusato di aver lasciato cadere nel nulla la prima denuncia, fatta nel ’92 da una vittima e relativa a abusi del ’74: “Non c’erano gli elementi per pensare ad altro” aveva spiegato Piovanelli. Ma le vittime hanno sempre insistito: “Non si è mai voluto vedere”.

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“Siamo stati incompresi per anni, possibile che per muoversi la Chiesa aspetti sempre i grandi numeri?” si chiede Francesco Aspettati, definito il “portavoce” delle vittime di don Cantini, “anche se nessuno può essere portavoce di chi ha avuto la vita segnata”. Lui ha trovato il coraggio di esporsi, come Mariangela Accordi, che è andata anche ad Annozero a raccontare come don Cantini la attirasse nella sua camera, e la facesse spogliare dicendo “di pensare alla Madonna, che a dodici anni aveva avuto Gesù”. “Mi sono convinta che avrei potuto aiutare altre vittime a venire allo scoperto”, ha spiegato. Lei ce l’ha fatta dopo anni di sostegno dell’Associazione Artemisia per la donne abusate, anche se nessuno, dice, potrà “ridarmi la serenità”.

Altro che “chiacchiericci”, come li ha definiti il cardinale Sodano: “Mi chiedo” dice Aspettati “come certi personaggi di Chiesa possano azzardarsi a chiamare così drammi come il nostro…”. Quella di uscire allo scoperto, raccontano le vittime, “fu una scelta combattuta e dolorosa”. Dopo il lungo silenzio seguito alla prima denuncia, alla fine del 2005 l’arcivescovo Ennio Antonelli aveva trasferito don Cantini, ufficialmente “per motivi di salute”, in un’altra parrocchia, dove continuava a essere circondato da ragazzi. “Un affronto”. Così, nel 2006, grazie a un prete amico, le vittime trovano il coraggio di scrivere al Papa, allegando i loro memoriali: “Ma ancora nessuno di noi voleva farne un caso pubblico, e nemmeno chiedere risarcimenti. Avevamo fiducia che la Chiesa facesse pulizia al suo interno e ci sarebbe bastato per continuare a credere nel suo senso di giustizia”. Finché, al termine di un blando processo canonico, pur riconoscendo don Cantini colpevole di “delittuosi abusi sessuali contro minori” e di “falso misticismo e dominio delle coscienze”, Antonelli lo condanna a recitare litanie e al divieto di dir messa in pubblico. “Pene risibili, che ci hanno fatto ancora più male” ricorda Aspettati. Ma intanto la storia aveva cominciato a circolare, qualche prete sapeva, erano spuntate lettere anonime. Il caso esplode, la Curia ammette tutto dopo una settimana di silenzio. Eppure, “fu necessario insistere, scrivere di nuovo al Papa, raccontare di nuovo nei dettagli l’accaduto”, per ottenere che la Santa Sede imponesse una nuova inchiesta, al termine della quale Cantini fu ridotto allo stato laicale. Il massimo della pena per un prete. “No, la cosa più ovvia, minima, che si potesse fare a un prete vecchio e malato, ormai inoffensivo” ribatte Mariangela. Mentre Aspettati ricorda come Maniago, “nonostante la piena conferma di tutto quello che gli avevamo denunciato, sia rimasto sempre in silenzio, salvo accusarci di accanimento nei suo confronti”.

Tre anni dopo, superati “paura, imbarazzo, e timore” dei primi momenti, restano, dicono le vittime, “senso di liberazione, la certezza di aver fatto la cosa giusta”, e tantissime “testimonianze di solidarietà, affetto, incitamento a andare fino in fondo”. Pur non mancando “le critiche, anche feroci, da parte di chi, dentro la Chiesa, non voleva aprire gli occhi” e riconoscere la “realtà di plagi, condizionamento e paura” che ha potuto allignare per anni indisturbata in seno alla chiesa fiorentina. Adesso, quel che si chiede è “di essere messi a confronto con chi ha coperto”. Lo farà l’arcivescovo? “Da quando è arrivato”, insistono Francesco, Carolina, Andrea, Mariangela e gli altri, “Betori ci ha ignorato. Mai che si sia rivolto a noi come persone, per farci almeno sentire la sua vicinanza umana”. Unico segnale lanciato da piazza San Giovanni, la conferma di Maniago a vicario generale della Curia. E l’omelia del giorno di Pasqua. Ancora una volta, in difesa della Chiesa.

(07 aprile 2010)

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/04/07/news/don_cantini_vittime-3166546/?ref=rephp

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.