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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Il liutaio Walter: «A 13 anni il parroco abusò di me. Ci penso ogni giorno, non mi credevano e mi davano del matto»

A 69 anni l’artigiano bolzanino ha deciso di raccontare: «Mia zia mi disse di lasciarlo fare Lui era già stato trasferito perché pedofilo»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
27 Gennaio 2025
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 4 mins read
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Lo racconto mettendoci la faccia. Ci vuole un coraggio da matti a parlare di quanto ho subito da quel parroco quando avevo solo 13 anni, ma devo farlo perché non riaccada, perché non vi siano altri bambini vittime di abusi da parte di preti. Bisogna denunciare.

Se avessi taciuto mi sarei sentito colpevole, in qualche modo complice». Klaus Walter parla con una voce flebile, scandendo le parole, come se dovesse digerire ancora una volta quelle disgustose, morbose attenzioni sessuali a cui è stato costretto a 13 anni. Lui è uno stimato liutaio di Bolzano di 69 anni, oltre che musicista di strada per hobby: «La migliore terapia per farmi star bene» racconta dal suo laboratorio. Il suo è uno dei 67 casi accertati di abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone avvenuti tra 1964 e 2023: 59 anni, come le vittime, all’epoca per lo più bambine, spesso femmine.

Ventiquattro i sacerdoti che hanno approfittato di loro. Episodi, questi, ripercorsi nel report di 600 pagine – un’indagine indipendente senza precedenti in Italia – voluta dalla curia altoatesina. «Da 56 anni a questa parte – confida il liutaio – non c’è giorno in cui non pensi agli abusi subiti da quel parroco quando ero solo un bambino che pascolava le mucche in alpeggio, nei prati sotto il Corno Bianco. Per anni ho avuto gli incubi e ho pensato che quel prete avesse rovinato la mia sessualità, che non mi sarei mai fatto una famiglia.

Lui, per le sue tendenze pedofile, era stato trasferito più volte, ma mai denunciato o sospeso: è morto riverito e rispettato. Io invece non sono stato creduto per decenni, considerato matto, e questo mi ha fatto anche andare in depressione e tentare il suicidio. Solo di recente la Chiesa ha preso le mie accuse seriamente e ha ammesso di aver sbagliato, tanto che sono arrivate le scuse del vescovo Ivo Muser, di persona e per iscritto: questo, certo, mi ha alleviato».

Walter, ci racconta come è stato approcciato dal parroco?
«Era l’estate del 1969, io, 13 anni, un bimbo ingenuo che nulla sapeva di sessualità, ero al maso, a pascolare le mucche nel paesino di montagna sotto il Corno Bianco, quando il parroco mi ha raggiunto. Pensavo volesse pregare con me, invece con la scusa di giocare al dottore mi ha spogliato e toccato. Mi sono arrotolato come un riccio per impedirglielo e sono anche svenuto. Purtroppo non un episodio isolato».

Le capita di pensare spesso a quei terribili momenti?
«Il ricordo rimane sempre e parlarne o scriverne – sto abbozzando un libro – fa molto male: è come vivere tutto di nuovo. Quella faccia diabolica, con quel sorriso che non aveva nulla di gentile, piuttosto di demoniaco, non li dimentico. Un volto che mi ha perseguitato per anni in un incubo ricorrente: io dentro una bottiglia, all’inferno, e il prete che voleva farmi uscire. Ma non è riuscito a rovinarmi la vita: Dio, la preghiera, mi hanno aiutato».

Allora non era riuscito a reagire alle violenze?
«Quando il prete tornava, per non farsi sentire o vedere evitava il sentiero: saltava fuori all’improvviso da un cespuglio e io mi impietrivo, non riuscivo a scappare. Mio cugino invece, 17 anni, lo aveva spinto via facendolo cadere. Allora il parroco, alla predica in chiesa, si era lamentato dei giovani molto maleducati che andavano raddrizzati. Da non crederci: la colpa era ricaduta su mio cugino che aveva trovato il modo di sfuggire alle sue avances. Quelle che ha riservato a diversi ragazzini. In un paese vicino, a detta della gente, un 14enne era anche arrivato a togliersi la vita e quel prete teneva la sua foto sulla scrivania».

Quindi la gente sapeva? Erano fatti conosciuti?
«Si sapeva sì che, omosessuale e pedofilo quale era, prendeva sulle ginocchia i ragazzini e tentava di abusarne o arrivava a farlo. Veniva anche insultato da alcuni parrocchiani con gli davano della poco di buono. Ma se lo raccontavi in paese di esserne stato vittima prendevi una sberla e la chiesa ti smentiva, riversava la colpa su di te: un sistema che non si poteva cambiare».

Eppure lei non si è mai dato per vinto, no?
«È così. All’epoca dei fatti ne avevo parlato con mia zia perpetua che mi aveva redarguito dicendo: “Non hai rispetto del parroco, lui ama i bambini, bisogna lasciarlo fare”. Solo 50 anni dopo mi ha chiamato dicendosi dispiaciuta perché non mi aveva aiutato. Ho riferito degli abusi solo in età adulta alla mia famiglia e a una stretta cerchia di amici, e mi hanno creduto. Ma non lo hanno fatto quando mi sono rivolto allo sportello abusi per vittime di abusi istituito nel 2010 dalla Diocesi, non lo ha fatto il vicario generale che invece ha coperto il mio caso, dicendomi “impossibile, quel prete prega molto e fa tanto del bene”. Lo dovevo rincontrare nel 2022, ma è morto cinque giorni prima».

E ha provato a contattare anche il parroco prima che morisse?
«Gli avevo scritto una lettera che avevo chiesto al vicario di fargli avere, ma mi ha detto che aveva ormai 80 anni, e non mi ha assecondato: gli avevo scritto che lo perdonavo, che pregavo per lui e volevo le sue scuse, anche se sono convinto non sarebbero mai arrivate».

Quindi l’ha perdonato?
«L’ho perdonato, non riesco ad odiare nessuno, anche se mi ha fatto molto male. Fa soffrire però che non abbia ammesso, che non si sia scusato, come se non si sentisse colpevole. Mi aiuta però il fatto che la Chiesa abbia cambiato atteggiamento per debellare questa piaga, e mi riferisco a papa Francesco e al lavoro importante della Diocesi di Bolzano, di prevenzione e impegno per tirare fuori tutti i casi. La Chiesa deve liberarsi di questi terribili e sporchissimi fatti, non riescono però a farlo le vittime che soffrono per una vita: loro no, non riescono a sbarazzarsene».

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