Avevo 15 anni quando con mia madre decisi che sarebbe stato giusto iniziare un percorso psicologico per un periodo di difficoltà che stavo vivendo con me stessa. Venimmo a conoscenza di uno psicologo rinomato e così decidemmo di affidarci a lui.
Ricordo la prima seduta: tecniche di respirazione. L’inizio sembrò quasi normale , fino a quando non iniziarono ad esserci le prime stranezze. Esposi le mie titubanze a mia cugina che riferì poi di conseguenza a mia madre. Dopo averci parlato a mia insaputa riuscì a convincere mia madre che fosse tutto normale.
Ricordo che chiesi il parere a degli amici che mi dissero di non pensare male e che se mi veniva detto che era la prassi della terapia dovevo solo fidarmi. Così andammo avanti , e insieme ad essa continuarono ad aumentare sempre di più le ambiguità: tapparelle che venivano abbassate ogni volta che entravo, richiesta di tacere su ciò che accadeva in terapia perché soltanto chi viveva la seduta poteva capire il tipo di tecnica utilizzato e che all’esterno non sarebbe stato compreso…. Mi veniva detto che questo metodo lo usava solo con maggiorenni ma che essendo matura per la mia età aveva deciso di darmi la possibilità di accedervi.
Il sospetto dentro di me che qualcosa non andasse cresceva sempre di più , ma essendo la prima esperienza terapeutica pensai che forse potesse essere normale e così decisi di fidarmi. Passavano le sedute e man mano aumentava sempre di più un contatto fisico che vivevo con disgusto ma con un lavaggio del cervello dove venivo convinta che andava fatto , che serviva per arrivare a stare finalmente bene . Quando poi si arrivò all’apice decisi nuovamente di cacciare tutto e di parlarne con mia cugina, che ancora una volta condivise tutto con mia madre.
Tutto ciò fu fatto a mia insaputa , così come le accuse che mia madre avanzó verso di lui per ciò che mi aveva fatto costringendolo a mettersi in ginocchio piangendo mettendo fine a quello che era stato il nostro percorso. Io continuai a fingere che andasse tutto bene, che finalmente stavo meglio, perché ammettere quello che mi era successo sia a mè stessa che alla mia famiglia avrebbe significato affrontare qualcosa che era troppo più grande di me.
Poi tutto ciò che non avevo detto con il passare dei mesi iniziò a manifestarsi con un malessere che non potevo più contenere. Iniziai a provare odio per il mio corpo, mi sentivo sporca, odiavo lui ma anche me stessa per la vita che mi era capitata, e così passavo le giornate tentando di dimenticare tutto bevendo o fumando. Piangendo decisi un giorno di parlarne con mia madre che finse di non saperne nulla per non agitarmi ulteriormente.
Non volli esporre denuncia per la paura di coinvolgere altre persone della mia famiglia come mio padre, di non essere creduta non avendo prove se non il dolore e il senso di colpa che mi stavo portando dentro. Ho pensato fosse colpa mia, che avrei potuto fermare tutto prima che quei comportamenti strani potessero arrivare man mano a diventare dei veri abusi sessuali. Ma la verità è che ero solo una bambina che sperava di poter vivere la propria adolescenza con l’ingenuità e la spensieratezza che merita , e tentare di convincermi che nulla fosse successo senza dire niente a nessuno mi avrebbe aiutato a non renderlo reale, a sotterrare tutto.
Così nel silenzio sono passati anni dove ho sviluppato disturbi alimentari cadendo prima nell’anoressia e poi nella bulimia: le privazioni e le abbuffate di cibo erano diventate l’unico mezzo che avevo per anestetizzare tutte quelle emozioni che non ero capace di affrontare e che avevo tentato di riporre in un cassetto. Ormai odiavo così tanto me stessa ed il mio corpo che più dimagrivo, più mi sentivo debole e più per me stavo vincendo, l’unico obiettivo era occupare quanto meno spazio possibile, scomparire.
Poi arrivò il covid dove i sintomi della bulimia peggiorarono così tanto da costringermi a guardarmi dentro e finalmente chiedere aiuto.
Quando iniziai la terapia non avrei mai immaginato di dover affrontare un percorso così tortuoso e doloroso. Dopo due anni si iniziarono a calmare i sintomi del disturbo alimentare fino a lasciare spazio alle mie emozioni: un mare in tempesta. Da lì a poco caddi in depressione, avevo paura anche della mia stessa ombra. Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico continui che non mi lasciavano più respirare né vivere. Ricordo quel periodo con tanta paura tutt’oggi, come se potesse tornare da un momento all’altro, ma dopo tutta la sofferenza che ho vissuto mi sono resa conto che riuscire a vedere la bellezza e la rarità nelle cose quotidiane è la rivincita più grande che esista.
Con la psicologa ho fatto un lavoro su me stessa fino a vedere la luce dopo 5 anni di terapia.
Finalmente la paura, i sensi di colpa , gli attacchi di panico si erano appianati, riuscivo finalmente ad essere nel presente, a capire che quello che mi era successo non era colpa mia, che rimanere in silenzio e non riuscire a reagire era l’unico modo che pensavo di avere per poter evitare di ammettere la realtà e quindi il dolore di doverlo affrontare io, così come le persone che amo al mio fianco. Proteggere me e loro era ciò che inconsciamente mi era scattato dentro in quei momenti, e capire questo, abbracciarmi invece di condannarmi è stato ciò che mi ha fatto fare finalmente pace con me stessa.
Poi arrivò la mattina del 5 giugno 2025 , stavo vivendo la mia giornata con la solita routine quando improvvisamente mi viene mandata la notizia dell’arresto di uno psicologo di Afragola da mia cugina. Ero felice che qualcuno che aveva fatto ciò che era stato fatto a me era stato scoperto e che avrebbe pagato per le ingiustizie fatte, per le vite di persone cambiate per sempre, fino a quando non iniziarono ad aggiornarsi gli articoli.
Iniziai a fare ricerche per avere più informazioni per poi scoprire che era lui, colui che 10 anni prima mi aveva strappato l’ingenuità dei miei anni dalle mani. Non avrei mai pensato che sarebbe mai potuto succedere veramente, a volte ho addirittura pensato di essere pazza e aver immaginato tutto quello che mi era successo, e invece poi arrivó quel giorno e tutto acquisì un senso. Tutto era vero, non sono mai stata pazza, ma io infondo questo lo sapevo. Sapevo del dolore che ho vissuto giorno dopo giorno, fino a scavarmi dentro e lasciarmi senza più la forza di sorridere o vedere il mondo a colori. E finalmente tutto mi era stato riconosciuto. Quando ebbi la conferma scoppiai in un pianto che cambió tutto, mi sentivo pervasa di una pace così profonda tanto da guarire ogni parte di me. Così decisi che il silenzio non potevo più sceglierlo, che dovevo urlare tutto a voce alta per la me bambina che non ha avuto la forza di reagire e per tutte quelle che come me avevano vissuto lo stesso.
Dissi a mia madre della notizia ricevuta e che sarei andata dai carabinieri, e così feci. Mi misi in macchina e da sola esposi denuncia, piangendo, stavolta non per il dolore, ma per l’incredulità di ciò che finalmente dopo tanto si stava rimettendo al suo posto dentro di me. Decidemmo di dirlo a mio padre, e questa fu l’ennesima cura per me, nonostante la paura di una sua reazione, avevo passato troppi anni nel terrore di sapere che mio padre non avrebbe mai realmente conosciuto chi sono, non per cosa ho subito, ma per cosa ho superato.
Non molto dopo inizió il processo finito il 3 febbraio e decisi di condividere un po della mia storia ricevendo così tanto amore da lasciarmi senza fiato, ma ancora di più, ricevendo tante altre testimonianze e ringraziamenti da chi non aveva mai avuto il coraggio di parlarne ma che con il mio racconto si era sentito finalmente di dire tutto ai genitori.
Tutto questo è stato per me cura, e ho capito che la mia vita è questa, che non ha senso desiderarne un’altra pur di non soffrire, ma che potevo mettere il mio vissuto a servizio di chi ne ha bisogno, dare forza ad altre vittime di abusi sessuali , ricordare che si può tornare a vivere anche quando tutto sembra non avere più senso nè forza per esistere ancora.
E allora eccoci arrivati ad oggi, con una storia che non si dimentica ma che trova un nuovo significato che mi porta qui a condividere parte di me con la speranza di poter, anche se in minima parte, dare una carezza ad ognuna/o di noi.
Lorenza Ciccarelli














