Tra le tante cose che la chiesa non dice sui processi canonici c’è anche questa, che emerge puntualmente nelle rare occasioni in cui il Dicastero per la dottrina della fede risponde alle vittime.
Nello specifico caso si tratta di un ragazzo infraquattordicenne che fu abusato per anni dal suo parroco, al quale il Dicastero risponde che non procederà nei confronti del prete in quanto «I fatti contestati rimangono al di sotto della soglia di punibilità».
Un concetto quanto meno curioso che sta emergendo in diversi documenti di archiviazione di casi denunciati dalle vittime agli sportelli diocesani italiani.
Una giustizia, quella canonica, che diverge non poco dal senso di giustizia comune e da quello di un tribunale civile italiano, dove palpeggiare sulle parti intime, anche solo attraverso gli abiti, un minore ma non solo, è violenza sessuale.
Concetto che diverge persino dal Vangelo che recita “chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”.
Concetti a parte, se pensiamo al violentissimo trauma e alle conseguenze psicologiche e cliniche che subisce chi è vittima di abusi o violenze sessuali, rende difficile poter sostenere che i tribunali canonici restituiscano qualcosa che abbia almeno la parvenza di una qualsiasi forma di giustizia.
Per chi vittima la cosa è scioccante, se poi aggiungiamo l’aggravante dell’abuso di potere e/o autorità che puntualmente emerge in un contesto di fede, forse si comprende meglio il perché secondo i sopravvissuti la chiesa non sia in grado e non debba gestire la giustizia di questi casi.
Senza contare poi che chi indaga, ovvero il vescovo, è spesso la stessa persona che prima della denuncia ha coperto l’accusato. Si aggiunge al tutto un inquinamento dell’indagine che spesso produce nella valutazione che gli abusi «non possono essere provati con il necessario grado di certezza».
Sul lato di chi stupra invece, il concetto stesso rafforza e legittima, di certo non viene e non può essere recepito come un deterrente.
Se poi è lo stesso Papa a chiede misericordia per chi stupra, il tutto potrebbe passare persino per un “diritto” dell’abusatore.












