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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » E LE VITTIME? – Papa Francesco e la “cosetta cilena”

E LE VITTIME? – Papa Francesco e la “cosetta cilena”

Cristina Balestrini by Cristina Balestrini
25 Giugno 2018
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 3 mins read
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Sfogliando i vari quotidiani di questi giorni, e seguendo le vicende legate alla pedofilia clericale, non ho potuto fare a meno di notare questo articolo apparso su Il Foglio on-line di ieri (24 giugno 2018).

Colpisce profondamente la superficialità e la freddezza con la quale viene affrontato questo “problema” da parte di un vescovo: si parla del “peggio che è passato”, del card. Ezzati che “non può restare in sella” per non far “saltare l’operazione-pulizia”, della nomina dei nuovi vescovi in Cile dopo l’estate per andarci “con i piedi di piombo” perché lì “la gente li impiccherebbe”, bisogna “lasciar decantare le situazioni”.

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Nemmeno mezza parola per le vittime. Non dico un paragrafo o una intera frase, un pensiero compiuto per le vittime: nemmeno mezza parola! Tutto un discorso centrato soltanto sull’apparenza, sul salvare la faccia, sulla protezione del buon nome dell’istituzione. Nell’articolo non si nomina l’interlocutore del giornalista ma, chiunque sia, rende bene l’idea di come viene affrontato il “problema”: aspettare che le acque si calmino e fare qualcosa che abbia la parvenza di un intervento, far saltare qualche testa, sacrificarla, e tutto resta come prima. Triste.

Tutto questo fa pensare che non vi sia la volontà di affrontare seriamente il problema, eppure le soluzioni sarebbero anche “facili”. Basterebbe chiedere alle vittime, che sono ben “informate” di come sia complesso il problema, perché loro lo sanno sulla loro pelle, non hanno bisogno di “studiare” o “analizzare” il problema, non hanno bisogno di mandare illustri ispettori.

Abusare di un minore è un reato, il reato va denunciato alla Magistratura che farà le sue indagini ed istituirà un giusto processo. Chi compie un reato ne deve rispondere davanti alla legge. Chi è a conoscenza di un reato e non lo denuncia, ne è altrettanto colpevole se il reato viene reiterato, poiché poteva impedirlo e non lo ha fatto. Un reato che provoca un danno prevede che il danno venga risarcito. Non sembra difficile tutto questo!

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Vi è poi l’ulteriore aggravante della questione “morale”. Un prete che si macchia di un reato è sicuramente colpevole anche di un peccato gravissimo. E, se vogliamo credere davvero, da cattolici, che tutti possono salvarsi se si pentono e riparano, non è difficile nemmeno qui affrontare il problema: il sacerdote va aiutato a prender coscienza del gravissimo peccato che ha commesso, va aiutato a autodenunciarsi alla giustizia civile (se non è pronto a farlo da solo, provvederà il suo padre spirituale che, immaginiamo, voglia davvero si suo bene, ovvero la sua salvezza!), va aiutato ad affrontare il processo nella verità, va accompagnato in un percorso psicologico di aiuto, va affiancato nel riconoscimento del giusto risarcimento alla vittima, va affiancato nell’affrontare anche il processo canonico e le sue conseguenze. Anche tutto questo non sembra difficile!

Eppure la realtà ecclesiastica è ben lontana. Le vittime sono una “scocciatura”… bisogna lasciar “calmare le acque”, come viene detto nell’articolo che qui sto commentando. Triste e disarmante. E il prete pedofilo, spostato in altra realtà, continua a fare altre vittime. E sembra andar bene a tutti, altrimenti non si comprende perché non si intervenga davvero drasticamente, con chiarezza.

Ci sono preti che non condividono il comportamento della gerarchia ecclesiastica, ma rimangono in un silenzio assordante, non si sente la loro voce, e questo lascia pensare che siano “casi isolati”. E se non sono casi isolati perché non si sente la loro voce all’interno della Chiesa? Perché non si ha notizia di un solo sacerdote o vescovo che denunci un prete pedofilo? Perché non si ha notizia che siano i preti stessi a scandalizzarsi della gestione del problema della pedofilia? Questo le vittime non lo comprendono proprio.

Il desiderio più grande, per ogni vittima, è quello di pensare che il dramma che ha devastato la sua vita, non si riproponga ad altri. Per sé stesso non può fare nulla per tornare indietro nel tempo: può solo continuare a vivere da sopravvissuto, con enorme fatica, una fatica inimmaginabile per chi non ci è passato o non vive a contatto con una vittima. Può solo lottare affinché altri vengano salvati da questo disastro. Nulla più.

Una mamma cattolica (lettera firmata)

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Cristina Balestrini

Coordinatore infermieristico presso il Dipartimento di Salute Mentale di un’Azienda Ospedaliera milanese. Svolge un ruolo di coordinamento del personale con particolare attenzione all’attività formativa sul campo, puntando sulla progettazione di programmi riabilitavi per i pazienti in collaborazione con il personale.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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