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COLOMBIA: aborto di una bambina vittima di violenza. i vescovi scomunicano tutti, ma non lo stupratore

Rete L'ABUSO by Rete L'ABUSO
5 Settembre 2006
in Mondo
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Fate un respiro profondo, leggete e inorridite…

http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article….id_article=1136

COLOMBIA: aborto di una bambina vittima di violenza. Il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, card. Alfonso López Trujillo, e i vescovi scomunicano tutti, ma non lo stupratore.

[…] “Da ieri ho un nuovo poster nel cuore: quello del dottor Carlos Lemus”, ha scritto il 31 agosto sul quotidiano La Stampa Massimo Gramellini. “Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha proclamato la scomunica. Del patrigno? No. Dei medici che hanno effettuato l’intervento, nonché dei familiari della piccola che avrebbero ordito ’l’orrendo crimine’. La violenza carnale? No. La decisione di far interrompere la gravidanza meno voluta e cercata del mondo”. “La Chiesa fa bene a fare il suo mestiere”, conclude Gramellini. “Ma forse lo farebbe meglio se i suoi campioni assomigliassero un po’ meno al cardinal Trujillo e un po’ di più al dottor Lemus” […]

In Colombia abortisce una bambina vittima di violenza Il card. Trujillo e i vescovi scomunicano tutti. Ma non lo stupratore

di Adista N. 61 – 09 Settembre 2006*

BOGOTÀ-ADISTA. Scomunica per tutti coloro che il 25 agosto scorso, nell’Ospedale Simon Bolivar di Bogotá, hanno consentito di realizzare il primo aborto legale in Colombia. Per il presidente del Pontificio Consiglio per
la Famiglia, card. Alfonso López Trujillo, non fa differenza il fatto che, ad abortire, sia stata una ragazzina di undici anni, incinta di otto settimane, vittima di violenze sessuali da parte del patrigno sin dall’età di 7 anni.

Interpellato il 29 agosto dall’emittente radiofonica colombiana Rcn, Trujillo ha dichiarato che “tutte le persone che hanno partecipato all’intervento medico sono dei malfattori perché hanno stroncato la vita di un innocente prima della nascita”.

La scomunica per direttissima di Trujillo ha sollevato un vespaio in Colombia: le sue dichiarazioni hanno dominato le prime pagine dei giornali e hanno provocato la reazione di 21 direttori di ospitali pubblici, che hanno
espresso la loro solidarietà a Carlos Lemus, che ha autorizzato l’aborto nell’ospedale di cui è responsabile. Per il presidente dell’Ordine dei medici della Colombia Stevenson Marulanda, che pure è contrario all’aborto anche in
caso di stupro, “l’intervento del cardinaleè esagerato e radicale”: “se mi toccherà disporne per gli altri due motivi [malformazione del feto o pericolo di vita della madre, ndr] mi scomunichino pure, anche se resterò sempre cattolico”.
“Come fedele, rispetto la posizione del cardinale, anche se non la condivido”, ha ribattuto il dott. Lemus. “Come direttore d’ospedale, mi assumo tutte le responsabilità di quanto è successo: che la scomunica colpisca me e soltanto me, non i medici che lavorano alle mie dipendenze. Come cittadino, ho disposto l’aborto in ossequio a una sentenza della Corte Costituzionale che fa esplicito riferimento ai casi di violenza in questione. Come uomo, infine, ho visto il visino angosciato della bimba quando è arrivata all’ospedale e quello del tutto trasformato quando ne è uscita: è quanto basta alla mia coscienza”. Lemus ha comunque assicurato che, nonostante la scomunica, continuerà ad andare in chiesa: “La mia comunicazione con Dio è sempre stata molto buona e forse con la scomunica magari diventerà più diretta”. Il cardinale, in seguito alle polemiche, si è sentito in dovere di precisare il proprio pensiero: “né il Vaticano, né io stesso”, ha dichiarato alla stampa colombiana, hanno mai scomunicato nessuno. E questo perché la scomunica, per chi concorre “materialmente o moralmente” all’aborto, è da considerarsi automatica (latae sententiae), in base all’articolo 1398 del Codice di diritto canonico, e non viene quindi applicata da nessuna autorità ecclesiastica.

Tuttavia, il Tribunale ecclesiastico colombiano ha precisato che spetterà al card. Pedro Rubiano Saenz, arcivescovo di Bogotà, disporre su chi cadrà la scomunica, in quanto massimo esponente della Chiesa locale. “I protagonisti del complotto per mettere in atto questo crimine”, aveva dichiarato Trujillo, “sembrano essere i medici, gli infermieri ed i familiari”, in riferimento al fatto che è stata la nonna della bambina a rivolgersi alla clinica. In Colombia l’aborto, tra molte polemiche e con l’opposizione netta della Chiesa, è diventato legale – e solo in alcuni limitati casi – lo scorso maggio: una sentenza delle Corte Costituzionale lo ha infatti depenalizzato solo quando il feto è deforme, la gravidanza è frutto di uno stupro o la vita della madre è in pericolo.

Il verdetto della Corte veniva a porre fine ad una lunga diatriba legale, rassicurando ai medici che non sarebbero stati perseguiti penalmente se avessero praticato aborti ’terapeutici’ e obbligandoli invece ad applicare la legge nei casi previsti. Già in quel caso – sempre appellandosi al Canone 1398 – la conferenza episcopale colombiana, nella persona del primate card. Pedro Rubiano Saenz, arcivescovo di Bogotà, aveva dichiarato scomunicati i giudici della Corte Costituzionale che avevano votato a favore della depenalizzazione, insieme a tutti coloro che l’avevano promossa. “Da ieri ho un nuovo poster nel cuore: quello del dottor Carlos Lemus”, ha scritto il 31 agosto sul quotidiano La Stampa Massimo Gramellini. “Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha proclamato la scomunica. Del patrigno? No. Dei medici che hanno effettuato l’intervento, nonché dei familiari della piccola che avrebbero ordito ’l’orrendo crimine’. La violenza carnale? No. La decisione di far interrompere la gravidanza meno voluta e cercata del mondo”. “La Chiesa fa bene a fare il suo mestiere”, conclude Gramellini. “Ma forse lo farebbe meglio se i suoi campioni assomigliassero un po’ meno al cardinal Trujillo e un po’ di più al dottor Lemus”.

* www.ildialogo.org, Martedì, 05 settembre 2006

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PRECISAZIONE

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.  

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso