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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | Storie - Lettere di vittime e lettori | Non è una caccia alle streghe… ma LA FIDUCIA VA RIGUADAGNATA!

Non è una caccia alle streghe… ma LA FIDUCIA VA RIGUADAGNATA!

Cristina Balestrini by Cristina Balestrini
17 Agosto 2018
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 4 mins read
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In questi giorni si legge ovunque la notizia relativa a quello che sta succedendo in Pennsylvania: più di 1000 vittime di 300 preti pedofili, un rapporto presentato dal Gran Giurì della Procura frutto di due anni di indagini.

Due “sfumature” mi hanno colpito in modo particolare: il tema sempre ricorrente dei termini di prescrizione, e una specie di “decalogo” per come comportarsi nelle Diocesi.

Come cattolica non riesco a “digerire” quello che sto leggendo, e non voglio accontentarmi di essere indignata. Mi risulta difficile comprendere, ma credo di essere in buona compagnia – per lo meno di tutte le famiglie delle vittime sparse nel mondo – coma mai non vi sia la volontà SERIA di affrontare il tema della prescrizione. Subire un abuso sessuale è un trauma che spesso viene alla luce dopo anni e anni, e si trova il coraggio di denunciare dopo anni e anni… come mai nessuno ha mai pensato di abolire i termini temporali della prescrizione? Oppure creare periodicamente, in ogni Stato, delle “finestre di tempo” per azzerare questi termini? (In Svizzera è stato fatto, qualche anno fa, se non ricordo male). Sarebbe troppo semplice?

L’articolo “Abusi sessuali, un rapporto accusa la Chiesa della Pennsylvania” mi fa invece molto riflettere: nel Rapporto vengono esplicitate quelle che sarebbero le modalità EFFETTIVE – non quelle emanate dalla Santa Sede o le Linee Guida UFFICIALI delle varie Conferenze Episcopali – per la gestione dei casi di pedofilia.

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È incredibile lo scollamento tra la teoria (documenti della Santa Sede e delle Conferenze Episcopali) e la pratica (ciò che avviene nelle Diocesi). Non si può tacere!

Vengono addirittura elencati sei punti:

  • Assicurarsi di usare eufemismi anziché le vere parole che descrivono gli assalti sessuali nei documenti diocesani: non dire mai “stupro” ma “contatto inappropriato” o “questione limite”

Già… meglio che non rimanga traccia che io Vescovo sapevo… meglio minimizzare… meglio una questione nebulosa…

Che scandalo. Da cattolica mi vergogno!

  • Non fare una vera inchiesta con personale professionale adeguato, ma svolgere indagini discrete

Ottima indicazione! In questo modo le prime indagini (Indagine Previa) svolte a livello diocesano, produrranno del materiale “utilissimo” alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha il compito di valutare se e come iniziare il processo canonico. Che documentazione arriverà a Roma?

Che beffa. Da cattolica mi vergogno!

  • Inviare il sacerdote per una “valutazione” in un centro per il trattamento psichiatrico gestito dalla Chiesa e stabilire se il sacerdote sia pedofilo basandosi principalmente sulle dichiarazioni dello stesso prete e a prescindere dal fatto che ci siano stati contatti sessuali con un bambino

Una vera ricerca della verità, approfondita e scrupolosa. Chiaro che ogni pedofilo ammette subito “Sì, sono colpevole, arrestatemi, non sono degno di essere un sacerdote, devo risarcire queste e quelle vittime”… E dunque la “valutazione” è obiettiva: perché nutrire qualche dubbio?

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Che tristezza. Da cattolica mi vergogno!

  • Quando un prete viene rimosso, non spiegare perché ma dire ai parrocchiani che è per “motivi di salute” o “esaurimento nervoso”

La gente, non dico quella che passa per strada e magari non mette mai piede in chiesa, no, parliamo della gente della parrocchia, quella che frequenta, che magari collabora in qualche attività, che si fida, che condivide un cammino di Fede… quella gente lì, che È CHIESA (!), non deve sapere! Deve essere tenuta all’oscuro.

Ottimo modo per allontanare le vittime di quel prete: non verrebbero credute da nessuno proprio nell’ambiente che hanno frequentato finora.

Che indignazione. Da cattolica mi vergogno!

  • Se un predatore viene scoperto “non rimuoverlo” ma “spostarlo ad una nuova destinazione dove nessuno saprà che è un abusatore di minori”

Tutto ciò è fantastico! Così il prete può, indisturbato, in un altro luogo, cercare altri bambini da violentare. Nessuno è allertato, nessuno sa. Perché dovrebbe fermarsi? Non avrebbe altrimenti cominciato… e la giostra continua a girare…

Non vi è una sorta di concorso di colpa?

Che rabbia. Da cattolica mi vergogno!

  • Non dire nulla alla polizia

E qui siamo al culmine. Sentirsi al di sopra della giustizia, al di sopra di tutto, impuniti e ingiudicati. Non importa se hai commesso un reato, non importa se hai cambiato per sempre la vita di chissà quanti bambini che si fidavano di te… non importa… importante è “farla franca”.

Non ho altre parole. Da cattolica mi vergogno infinitamente!

Ma quale sarebbe il fine di tutto ciò? Forse salvaguardare il “buon nome” della chiesa?

Nessuno si pone il dubbio, ai vertici, che una chiesa così non ha tanto da salvaguardare ed è lontanissima dal Vangelo? Nessuno si domanda cosa si sta perdendo ad agire in questo modo?

I cattolici non sono più disponibili ad avere le “fette di salame” sugli occhi, e non si può più tacere.

Qualche timido germoglio positivo? Qua e là c’è qualche sacerdote che si esprime, che un po’ si espone. Nell’articolo si cita che uno dei preti indagati è stato segnalato dalla Diocesi stessa, ci si augura possa essere un ESEMPIO per tutte le Diocesi del mondo: chi commette un reato, e parliamo di un reato tra i più diabolici, va denunciato, senza esitazione.

Ma la FIDUCIA nel cambiamento VA CONQUISTATA, i tempi della fiducia incondizionata nella chiesa, come istituzione, sono finiti: ma non per il mondo – che già non aveva questa fiducia – per i cattolici stessi, per quella parte di Chiesa per cui è ancora valido il discorso della “macina al collo per chi scandalizza anche solo uno di questi piccoli” (Vangelo di Matteo 18, 6 – 7).

Solo con i FATTI CONCRETI e NON SPORADICI, in ogni parte del mondo, si potrà ricominciare  a costruire un rapporto di fiducia.

Una mamma della Rete L’ABUSO. Lettera firmata

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Cristina Balestrini

Cristina Balestrini

Coordinatore infermieristico presso il Dipartimento di Salute Mentale di un’Azienda Ospedaliera milanese. Svolge un ruolo di coordinamento del personale con particolare attenzione all’attività formativa sul campo, puntando sulla progettazione di programmi riabilitavi per i pazienti in collaborazione con il personale.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.