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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » LE MAMME DELLA “RETE”

LE MAMME DELLA “RETE”

Cristina Balestrini by Cristina Balestrini
29 Aprile 2018
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 4 mins read
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Cosa significa per una famiglia cattolica “imbattersi” in un abuso sessuale? Cosa succede quando è tuo figlio che viene abusato da un prete?

Più o meno una tragedia, sicuramente qualcosa che cambia per sempre la vita di tutta la famiglia.

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Ci sono varie fasi, e dipendono da quando il figlio riesce a parlarne, da quando tu, genitore, ti accorgi che c’è “qualcosa che non va”, da quando riesci a prendere coscienza che niente sarà più come prima, che non è un brutto sogno dal quale prima o poi ti risvegli, da quando incontri qualcuno che prova a darti una mano, da quando inizi a non sentirti più solo, la solitudine di una famiglia…

Credo che la solitudine sia davvero la fase peggiore, quando ti accorgi che tutti quelli che hai vicino non hanno la minima idea di quello che stai passando… sì, tuo figlio è affidato ad uno psicologo, tu hai magari qualcuno con il quale confidarti, qualcuno che ti incoraggia e ti dà una pacca sulla spalla, cerca di distrarti, qualcuno che vuole a tutti i costi darti consigli dei quali tu non sai cosa fartene perché “stiamo parlando due lingue diverse” (e nemmeno puoi dirglielo, perché saresti ancora più solo..), qualcuno che minimizza e qualcuno che “sparisce” perché non sa proprio cosa dirti … niente da fare: si è soli.

E sembra che sei ancora tu che devi capire gli altri, tu che devi “pensare ad altro” come ti consigliano, tu che dovresti fare “così e così”, sono tutti bravi a dirti cosa avrebbero fatto al tuo posto … senza avere la minima idea di cosa possa significare essere “al mio posto”.

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E non aggiungo che ci sono anche quelli che “per partito preso” difendono il prete pensando che la denuncia sia tutta una calunnia: c’è anche chi metterebbe la mano sul fuoco per il prete, senza ovviamente approfondire… Già, proprio qualcuno della tua parrocchia, che magari ti conosce e conosce il tuo bambino, ma ancora non sa che è proprio la tua famiglia che ha avuto il coraggio di sporgere denuncia ad un certo punto.

Solitudine.

E passa tanto tempo in questo modo.

Che attenzione c’è nel mondo per le famiglie dei figli abusati? Le istituzioni?

Qualche incontro con lo psicologo: un “pacchetto” di otto incontri settimanali … già, perché dopo otto settimane dovrebbe essere tutto passato e guarito? E che psicologo: lo specializzando di turno, che magari ha vent’anni meno di te e magari non è nemmeno genitore … ma questo è quello che “passa il convento del pubblico” … grandi aiuti e grandi consigli, si può ben immaginare.

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Puoi solo apprezzare quegli amici, quelle persone che sanno starti accanto in punta di piedi, che rispettano la tua fatica e riescono a dirti che “proprio non immaginano come aiutarti ma che CI SONO”. E queste sono le uniche persone alle quali sai che puoi mandare un messaggio e ti rispondo subito, puoi piangere con loro e sanno abbracciarti, anche solo per telefono. Ma ci sono.

E poi c’è il rapporto con la Chiesa: è la prima alla quale ti rivolgi, perché sei cattolico, perché vivi la vita della Chiesa e dell’oratorio, perché credi in Dio, perché hai fiducia, perché ti immagini che “loro” sappiano cosa fare. Immagini che la Chiesa voglia il tuo bene, il bene della tua famiglia, il bene di tuo figlio.

Già … immagini questo, e ci credi davvero.

Tutto questo va bene ed è genuino finché ti fermi al Parroco: con lui hai un rapporto, ti conosce, conosce la tua famiglia, conosce il tuo bambino, ti senti creduto.

La solitudine e lo smarrimento ricominciano se provi ad andare oltre il Parroco.

Il Vescovo?

Magari ti riceve dopo anni, magari ti senti letteralmente “preso in giro”, magari scopri, con un dolore infinito, che la tua famiglia è per lui una scocciatura, una grande scocciatura. Balbetta delle risposte confuse, sempre peggio, e non lo senti come il tuo Pastore. Come “uomo di Chiesa” con la tua famiglia ha completamente fallito. Non è stato in grado di darti nessun messaggio positivo, di incoraggiamento, di vicinanza, nessuna attenzione per tuo figlio, non è stato in grado nemmeno di fare il prete.

So che sono dure le mie parole, ma ho ricevuto molto e molto di più da semplici sacerdoti sconosciuti al mondo, senza nomi o cariche altisonanti, che dal mio Vescovo.

Ti accorgi, davvero con dolore e smarrimento, che l’unico obiettivo del tuo Vescovo è quello di “salvare le apparenze” “salvare la faccia” della Chiesa. E non si accorge che questo comportamento, unito a quello di tutti gli altri Vescovi di fronte alla gestione di casi di pedofilia dei propri sacerdoti, è proprio il comportamento che ALLONTANA DALLA CHIESA, non fa il bene della Chiesa.

E ti accorgi che è un copione, un drammatico copione. A tutte le famiglie dei figli abusati da sacerdoti è accaduto così…

Sostieni Rete L Sostieni Rete L Sostieni Rete L

Ma esiste Rete L’ABUSO, esiste Facebook, esiste WhatsApp, esiste il telefono, esistono le mail …. ed esistono LE MAMME.

Quando cominci ad “alzare la testa”, a uscire dalla tua solitudine, quando fai il primo passo e tendi la mano ad altri… scopri che “gli altri come te” esistono. Non sei più solo. La tua famiglia non è più sola.

E inizi a ricevere messaggi, dai la disponibilità ad essere contattata per telefono, hai voglia di dar voce a tanti che non ne hanno ancora il coraggio, a tanti che stanno vivendo ancora una grande solitudine. Diverse mamme ti contattano, ti chiedono una preghiera, un consiglio … si creano delle amicizie bellissime.

E addirittura tra le amicizie si aggiungono mamme che si considerano fortunate perché a loro non è successo, ma hanno rischiato: le mamme di Montù Beccaria!

Questo è un pezzettino della Rete L’ABUSO: le mamme delle vittime che iniziano a conoscersi, a sostenersi, a condividere fatiche e gioie, a interessarsi le une delle altre con il cuore, senza apparire, senza bisogno di nessuna risonanza mediatica … davvero un volto umano per tutta questa infinita sofferenza.

Forse chi non ci è passato non può capire, ma chi sta vivendo questo dramma può scoprire che chiedendo aiuto si può uscire dalla solitudine.

Mamma di una vittima

(lettera firmata)

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Cristina Balestrini

Coordinatore infermieristico presso il Dipartimento di Salute Mentale di un’Azienda Ospedaliera milanese. Svolge un ruolo di coordinamento del personale con particolare attenzione all’attività formativa sul campo, puntando sulla progettazione di programmi riabilitavi per i pazienti in collaborazione con il personale.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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