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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » il-punto-della-rete-labuso » “Fraternità” la setta di don Franco “lui non pregava per noi, lui ci predava”

“Fraternità” la setta di don Franco “lui non pregava per noi, lui ci predava”

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
15 Dicembre 2019
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 9 mins read
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“ Come puoi dire di no a Dio?

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Vedete è importante capire che non è soltanto un abuso fisico ma è anche un abuso spirituale e che quando un prete ti fa questo, ti sta rubando anche la tua fede.

Così chiedi aiuto alla bottiglia, o a una siringa e se non funzionano ti butti da un ponte.

Per questo ci chiamiamo sopravvissuti” (dal film Spotlight)

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Di Francesco Zanardi

Nella “Fraternità”di don Franco, la prima regola era “Non parlare con nessuno della Fraternità, o ne sei fuori”.

Sori, piccolo borgo della Riviera Ligure, dove l’unico punto d’incontro finita l’estate, rientrati i turisti, è la parrocchia, e lì c’è Dio, don Franco Castagneto è il suo rappresentante.

Per un cattolico, essere di utilità al parroco, è come essere utili a Dio e ci si sente privilegiati.

Un grande vantaggio per don Franco, un uomo molto astuto e capace di cogliere le passioni personali di chi poi scelse come “adepti”.

Guglielmo (nome di fantasia) mi racconta che già a 15 anni sentiva attrazione per il suo stesso sesso e a don Franco questa cosa non sfuggì. “Mi sentivo privilegiato, era mio dovere prendermi cura degli abiti, i più femminili, delle parrucche che il don possedeva. Lo sapevano tutti, la scusa ufficiale è che servivano per fare teatro…

…ricordo una sera, ero con quattro amici e andammo da don Franco. Ci vestì da donna, ci truccò e poi andammo a ballare… All’epoca non esisteva ancora la Fraternità, io non la vidi mai… Don Franco mi ha molestato più volte, ma ero attratto da mio stesso sesso e a 15 anni ero confuso, non li vedevo come abusi, allora… oggi invece mi rendo conto…

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Tutto finì il giorno che dissi al don che secondo me lui era omosessuale. Per questo non vidi mai la Fraternità, da quel momento fui defenestrato, rimasi solo e isolato dal gruppo. Mi segnò moltissimo.“

Nei dieci giorni d’indagine, sentendo uno a uno i testimoni, uomini e donne, c’è chi racconta che spesso durante le prediche del don piangeva, erano coinvolgenti e affascinavano al punto tale da commuovere. Chi ricorda il fascino che il don aveva, “era speciale”: “almeno all’epoca lo credevamo (come per Guglielmo), riusciva a capire quello che piaceva alle persone, i loro gusti, desideri, ambizioni.”

Prediligeva intorno a sé i bei ragazzi, anche quelli di intelletto, ma con una caratteristica comune: la fragilità. Divennero una sorta di adepti in quella che fu la Fraternità.

Non coinvolgeva molto le donne, tranne una. Divenne un po’ il punto di riferimento nel gruppo femminile, la portavoce, consigliera, insomma, il contatto col don. Era molto devota, ingenuamente faceva il gioco del don. “Oggi penso che approfittò della sua ingenuità per manipolarla e tenerci sotto controllo”.

Il gruppo degli uomini – venti scarsi – era invece seguito da don Franco in persona.

Qui avveniva la manipolazione principale. Nella cultura cattolica è un principio “naturale” la sovranità del maschio sulla femmina, ad un cattolico passa quasi inosservata. Condizionando gli uomini della Fraternità, questi a loro volta condizionavano le loro donne, le quali erano poi in qualche modo controllate dalla loro referente, quella più vicina al don.

Il don aveva creato un sistema piramidale con lui al primo posto “per l’autorità conferita da Dio”. Dopo di lui l’élite, un gruppo di uomini di cui aveva il controllo, a loro volta privilegiati in quella posizione. In un paesino di 4000 abitanti come Sori, ha una grande importanza essere nelle grazie di Dio. Qui va ricordata la nostra cultura, ancora visibile oggi nei piccoli borghi dove quando una famiglia ha un problema, va dal parroco.

Il lunedì sera, solo gli uomini, si riunivano in quello che era un incontro “segreto” nel quale decidere le sorti della Fraternità, si parlava di spirito, di fede e “fraternamente”, in quella sede, ci si metteva a nudo col don, confessando al gruppo le proprie intimità, debolezze, paure.

In quella sede don Franco li predava delle loro intimità più profonde, plagiati dalla fede e dalla suggestione che quel gruppo di élite, così vicino a Dio, creava in loro.

Al termine, si benediva il tutto e si sigillava la segretezza dell’incontro, non per il valore in sé dei contenuti, ma per il valore emotivo personale di quei contenuti (il bottino del don), con qualcosa di ancora più emotivo e compromettente, che non potevi rifiutare a quel punto: diversamente eri fuori dal gruppo, restavi isolato, nella vergogna e di fronte al paese.

“Fraterni” rapporti orali, non costretti ma in qualche modo fortemente indotti, quasi d’obbligo. Un forte rituale “baciatemi come gli apostoli con Gesù”… per poi proseguire.

Ma quel sesso non era il sesso del don, quello era soprattutto un compromettente atto per consolidare la Fraternità e la fratellanza. In sostanza uno strumento per assicurarsi il silenzio.

Don Franco aveva anche i suoi amanti, non solo Guglielmo.

Mattia racconta che in chiesa, sull’altare lo spogliava… fino all’orgasmo. Mentre ne parlo con la sua ex fidanzata dell’epoca, ha il magone, fortissimo in lei il senso di colpa. Poi singhiozza, alza lo sguardo ma un pelo al di sotto dei miei occhi e dice “l’ho portato io in parrocchia”.

Un’altra del gruppo delle donne mi confessa di sentirsi sciocca per non aver capito. Col senno di poi “mio marito era omosessuale, pensandoci oggi, era evidente, ma ero una ragazzina”.

“Mi sento sciocca se penso che lo accompagnavo dal don, poi mi mettevo in sala a leggere un libro, loro andavano di là, pensavo per la Fraternità, erano cose riservate, noi donne non dovevamo saperle. Ho capito dopo che non parlavano quando andavano di là…”

Ricorda che fu don Franco a “combinare” il matrimonio, ad intervenire col marito nei quasi palesi momenti di crisi. Oggi riflettendone con me, realizza che quel matrimonio tanto spinto dal don, forse era solo un modo per rendere un suo amante insospettabile, che, accompagnato dalla moglie lo andava a trovare. Mentre siamo in un bar di Genova, in una sua riflessione; “quando annullammo il matrimonio presso la Sacra Rota, ricordo che non vollero entrare in dettagli, don Franco ci sposò e in quel documento il suo nome doveva restare solo per colui che celebrò il matrimonio… omettemmo tutto il resto”.

La signora di cui sto parlando non è un personaggio qualunque della nostra storia, è colei che all’epoca era la referente del gruppo femminile e il suo, risulterà poi non essere l’unico matrimonio annullato.

Una comunità di 4000 abitanti dove la chiesa è il cuore della società, il parroco è il “primo cittadino”, poi vengono il medico, il maresciallo e infine il sindaco, dove gli scandali del paese si lavano in paese… ma tutti sanno e c’è tanta rabbia da un lato, dall’altro la confusione e il dolore di chi, in qualche modo, è coinvolto.

Copertina fattoPrimi anni novanta, ci sono delle denunce alla diocesi di Genova, dalla quale La fraternità sembra attendesse un riconoscimento ufficiale e, invece, la diocesi fa chiudere la setta e sposta il don sopra a Sori, a Canepa, borgo di poche anime dove continuerà a vedere i suoi fedelissimi.

1998, don Franco viene nuovamente spostato. La sua destinazione è improbabile, soprattutto perché in diocesi c’è un fascicolo con accuse gravi contro di lui.

Parroco di Albaro: un pò come fossimo ai Parioli genovesi, la parrocchia del cardinale Angelo Bagnasco, un posto di lustro. Lì vari gruppi di giovani ruotano intorno alla parrocchia.

L’aria di Albaro fa decisamente bene al don, al punto tale di redimerlo, almeno pare…

Ma nella lettera anonima sembra trattarsi di fatti recenti, quelli di Sori li ho scoperti per caso quando mi recai nella parrocchia di Albaro, presentandomi come vittima e mi venne chiesto, se ero vittima di Genova o di Sori, lì capii che dovevo indagare a Sori prima che a Genova. D’altra parte lì avevo già provato, inviando due complici ai quali più persone, uscendo dalla messa della domenica, risposero nell’omertà più profonda di non conoscere il don, lì da 20 anni.

Eppure la cronaca locale, che oggi clamorosamente tace il caso, di lui ne ha parlato molto in passato; “Genova, senzatetto in parrocchia il prete lo vuole cacciare, è scontro” ci fu anche una raccolta firme “Firme contro il senzatetto, il parroco è per il suo bene”. Se ne parlò tanto anche per la visita del papa “Aspettando Papa Francesco, viaggio nelle parrocchie. Don Castagneto: “Sarà uno stimolo per la città“.

Oggi pare si sia persa memoria.

A differenza dei colleghi che andarono per me sul posto, non trovai neppure strana la cosa, anzi, mi feci la solita domanda: perché tanta omertà?

Nel frattempo, domenica 1 dicembre 2019, sul Fatto Quotidiano “Quel prete deve sparire”.

Ben quattro pagine sul caso, nella rubrica Sherlock a firma di Ferruccio Sansa. Il Fatto parlerà della vicenda per quattro giorni consecutivi.

Quanto accaduto a Sori trenta anni prima, e tenuto nascosto dalla chiesa malgrado il fascicolo del 98, era finalmente di dominio pubblico. Come è normale che sia in questi casi, mi contattano presunte vittime, testimoni, chi sapeva soltanto e ancora oggi sente il peso per non aver parlato e vuole farlo adesso.

Scopro che non esiste solo il fascicolo del 98, gestito all’epoca da monsignor Alberto Tanasini (che conferma): nel 2017, più fonti raccontano di altre persone andate in diocesi.

…don Franco era già ad Albaro …poi, nell’agosto 2019, prima di ricevere la lettera anonima, la chiesa lo fa sparire. Mi chiedo perché? I fatti di Sori sono vecchi di trent’anni, non ha senso li affrontino oggi… no?

Lo stesso mons. Tanasini però, se pur blindato nei suoi ruoli, parlando del recente, si lascia scappare convinto quel “sentore” che immediatamente dopo, attribuirà glissando, ad una mera sensazione.

Rifletto tra me: possibile che ad Albaro nessuno fiati? Possibile che nessuno sia almeno incazzato per il fatto che la chiesa sapesse e lo abbia lasciato a contatto con minori? hanno affidato a quel prete i propri figli, possibile non ci sia una sola persona almeno indignata?

Da una parte decine di testimonianze, dall’altra uno squilibrio, il più totale silenzio di un’intera comunità, nessuno che esprima un’opinione. Non vengo neppure attaccato per aver fatto uscire la storia …La scena è inquietante, sembra di essere nel centro del deserto. Persino l’arcidiocesi di Genova fa scena muta.

È il 3 dicembre, suona il telefono. Una persona mi fa riflettere.

Un po’ sulle sue e irritato mi dice “Zanardi ma perché questa roba esce dopo trenta anni? Se lo è domandato?”, quasi ad accusare che qualcuno mi stia strumentalizzando… Parliamo e capisce che non è così, si apre, ma a questo giro sono io che mi chiedo chi c’è dall’altra parte del telefono… Mi parla di matrimoni combinati, capisco che sa, lì io c’ero già arrivato. Mi parla anche di possibili indennizzi o accordi… roba recente…

…indennizzi? potrebbe essere: non sono inusuali gli accordi tra le parti con il vincolo della riservatezza, soprattutto quando la presunta vittima è prescritta, ma malgrado ciò, il caso dà ancora prurito a qualcuno.

Approfondisco, inizio a sentire le persone che ho a disposizione, vengo messo in contatto con altre, passano giorni. Scopro che più persone, negli ultimi 10 mesi, si sono recate alla diocesi di Genova. Qualcuno addirittura è stato convocato. Tutti per don Franco Castagneto.

Qualcuno confermerebbe di aver sentito parlare di accordi… Commenta “ora forse si spiega anche il retro front di alcuni”. Ma qualora ci fossero stati accordi, il vincolo della riservatezza fa il suo lavoro e non se ne viene a capo, diversamente decade l’accordo.

Il 13 dicembre, una testata genovese “FIVEDABLIU”, pubblica la risposta della curia, alla richiesta di chiarimenti sul caso di don Franco Castagneto “La questione, già da diverso tempo, è stata affidata alla competente Congregazione vaticana cui spetta di procedere“.

Per ora, solo il doloroso riscatto di chi per trenta anni si è tenuto dentro questa sofferenza, oggi emersa, dando in qualche modo ai protagonisti, l’opportunità di rielaborare quei fatti lontani, che però hanno pesantemente condizionato la loro vita.

L’inizio del percorso che li porterà a non essere più vittime di quei fatti. L’inizio della convivenza con quel vissuto. La ragione.

Francesco Zanardi

PEDOFILIA – Il fallimento della Chiesa di Genova. Note a margine del caso don Franco Castagneto.

P.S.

Continueremo a prestare attenzione all’evolversi del caso, attualmente già all’attenzione della Procura di Genova. Alcune cose non sono state riportate in quanto al momento non trovano rilevanza. I racconti sono stati volutamente sintetici e parziali, esposti integralmente non avrebbero accresciuto i fatti.

Per segnalazioni potete contattarci qui

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Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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