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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » Il bilancio Chi è stato indennizzato dalla Chiesa, in Ticino, per abusi

Il bilancio Chi è stato indennizzato dalla Chiesa, in Ticino, per abusi

Cinque persone, su un totale di venti rivoltesi alla Diocesi negli ultimi due anni – Il vescovo de Raemy: «Chi ha subito si faccia avanti, l'impegno continua»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
20 Aprile 2026
in World
Reading Time: 5 mins read
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I primi casi in ordine di tempo risalgono agli anni Sessanta e Settanta. Gli ultimi a poco tempo fa: le segnalazioni sono state girate immediatamente al Ministero Pubblico e hanno portato all’arresto – come noto – di Don Rolando Leo. Tutti sono stati esaminati e approfonditi con cura dalla Commissione di esperti istituita dalla Diocesi di Lugano, man mano che le vittime o i testimoni si facevano avanti.

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Negli ultimi due anni, dalla fine del 2023 a oggi, sono una ventina in Ticino le persone che si sono rivolte alla Curia per raccontare abusi antichi e recenti, ma soprattutto antichi. Circa il doppio rispetto a quelle ascoltate dalla Commissione dall’anno della sua creazione, nel 2016, fino alla vigilia del rapporto presentato dall’Università di Zurigo sugli abusi sessuali commessi in ambito ecclesiastico.

Cinque persone indennizzate

A fornire i numeri è il Magistrato dei minorenni Fabiola Gnesa, che presiede l’organismo (cinque mebri e due consulenti esterni) incaricato dalla Diocesi di esaminare le testimonianze e ascoltare le vittime. Dopo il 27 settembre 2023 – quando il gruppo di ricerca zurighese presentò i risultati del suo primo studio, un terremoto per la Chiesa in Svizzera – le segnalazioni «sono aumentate proporzionalmente all’attenzione e al risalto riservati al tema dall’opinione pubblica» osserva Gnesa. Non tutti i fatti emersi sono qualificabili come abusi sessuali – «in alcuni casi si potrebbe parlare piuttosto di comportamenti inadeguati» – e non tutte le testimonianze erano finalizzate alla richiesta di un risarcimento. «Spesso le persone desideravano piuttosto ascolto e riconoscimento, magari una riconciliazione anche, con l’istituzione ecclesiastica». Tuttavia i numeri confermano l’importanza del fenomeno e l’impegno della Chiesa nel fare i conti con il passato.

Delle segnalazioni raccolte nell’ultimo biennio, circa la metà – una decina – sono state trasmesse dal Ticino alla Conferenza dei vescovi svizzeri, che ha istituito a sua volta una commissione per l’indennizzo delle vittime di abusi prescritti. In cinque casi, registra ancora Gnesa, si è deciso un risarcimento economico. Di nuovo gli importi (il massimo è di 20mila franchi) non possono essere considerati una misura dei torti subiti ma «piuttosto hanno un valore simbolico e confermano la volontà dell’istituzione religiosa di riconoscere e accogliere una sofferenza individuale e collettiva».

L’associazione delle vittime

I responsabili o presunti tali – va detto – erano nella maggior parte dei casi ormai deceduti, essendo trascorso un lungo lasso di tempo dai fatti: per i pochi ancora in vita e addirittura in attività – come l’ex docente delle scuole salesiane di Maroggia intervistato settimana scorsa dal Corriere del Ticino – è intervenuta comunque la prescrizione, sia in base al diritto penale che a quello ecclesiastico. «Va ricordato inoltre che il compito del nostro gremio non è l’azione penale, che chiaramente sosteniamo laddove sussistono gli estremi, ma l’ascolto e il confronto con le vittime» conclude il Magistrato dei minorenni.

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Non a caso negli ultimi anni all’operato della Commissione è stato affiancato quello del Servizio cantonale di aiuto alle vittime di reati (LAV) come avvenuto anche nel resto della Svizzera su richiesta delle associazioni di esperti e cittadini toccati dal problema. In Ticino ne esiste una da poco più di un anno, il Gruppo di ascolto per vittime di abusi in ambito religioso (GAVA) che si occupa anch’esso di raccogliere testimonianze e sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sull’argomento. L’associazione ha raccolto in un anno una decina di casi, che non sono sommabili ma in parte sovrapponibili a quelli trattati dalla commissione diocesana.

Un percorso di ascolto
«Siamo una realtà che non ha legami istituzionali e offre un ascolto indipendente» racconta la co-presidente Patrizia Cattaneo. «Il nostro lavoro si concentra soprattutto su un ascolto attivo, empatico e non giudicante, sempre nell’ottica delle vittime». Alcune di queste hanno persino aderito all’associazione e creato al suo interno un gruppo di auto-aiuto. «Una proposta preziosa, che è una carta in più accanto all’ascolto» sottolinea Cattaneo. Il gruppo è attivo da gennaio e, accompagnato da una professionista, muove ora i primi passi in un percorso di accoglienza e sostegno reciproco tra pari.

In Ticino il «vuoto» è stato colmato più tardi rispetto alla Svizzera tedesca e romanda, dove la prima associazione di vittime di abusi – il gruppo SAPEC – è attivo già dal 2010: un ritardo a cui hanno contribuito ragioni culturali e di contesto, secondo i ricercatori dell’UZH. Ma si sta recuperando terreno in fretta. Oltre all’attività di ascolto, il gruppo GAVA offre percorsi formativi per i suoi membri ma anche all’interno della Chiesa, tramite corsi a sacerdoti, seminaristi e collaboratori pastorali. «Puntiamo anche a promuovere un lavoro di rete, cogliendo ogni opportunità per collaborarare con altri attori del territorio». In attesa del secondo rapporto commissionato dalla Conferenza dei vescovi all’Università di Zurigo, che verrà presentato l’anno prossimo, l’associazione sta preparando un evento cantonale di sensibilizzazione in rete con gli altri attori del territorio (i servizi cantonali LAV). Con le consorelle romande e svizzero-tedesche, infine, si sta lavorando alla creazione di un’associazione mantello nazionale.

«Importante continuare sulla strada della verità»

Sono passati dieci anni, ma il lavoro è ancora lungo. L’amministratore apostolico Alain de Raemy segue da vicino l’operato della Commissione di esperti sugli abusi sessuali in ambito ecclesiastico (attiva in Ticino dal 2016), un tema che dall’inizio del suo incarico a Lugano gli sta particolarmente a cuore. Il vescovo ha incontrato di persona diverse vittime, e ritiene «prioritario continuare il percorso di verità e riconoscimento delle responsabilità» perseguito in questi anni.  I casi emersi in Ticino dopo il rapporto dell’Università di Zurigo «sono rilevanti» sottolinea, anche se «per la maggior parte si tratta di situazioni del passato e già note».

I numeri nella Svizzera italiana sono ancora contenuti rispetto ad altre regioni, e per de Raemy «è difficile dire» perché più testimonianze non siano emerse finora. «In questo senso non si può che rinnovare l’invito affinché le persone che non si sono ancora palesate lo facciano superando le loro più che comprensibili resistenze». E proprio per facilitare il processo è «fondamentale» il ruolo del Servizio di aiuto alle vittime (LAV) e del gruppo di ascolto GAVA, riconosce l’amministratore apostolico. Al loro fianco la Commissione diocesana «ha il compito di essere un’antenna ma diventa pure, sempre più, un consiglio e un aiuto al  vescovo in queste delicatissime vicende».

Un lavoro «continuo e permanente, che si rivolge al passato ma anche al presente e al futuro, nella disponibilità all’accoglienza, all’ascolto e all’accompagnamento – prosegue de Raemy. – Si tratta di un compito prioritario di ascolto e di raccolta delle testimonianze, affidato a persone competenti e indipendenti» e si colloca all’interno di «una preoccupazione più ampia e generale di prevenzione» che la Curia porta avanti da tempo assieme alla Fondazione Aspi (Aiuto, Sostegno e Protezione dell’Infanzia).  Il tutto, conclude l’amministratore apostolico, con un duplice scopo. «In primo luogo promuovere una sensibilizzazione di tipo culturale a queste tematiche che aiuti a uscire definitivamente da un clima di tabù e di omertà. In secondo luogo, per tener viva la vigilanza e l’attenzione al vero bene di tutti, soprattutto dei più fragili e deboli».

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.