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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Odissea Pell, possibili scenari. Il Papa intanto lo sospende e gli vieta il contatto con minori

Odissea Pell, possibili scenari. Il Papa intanto lo sospende e gli vieta il contatto con minori

Redazione WebNews by Redazione WebNews
27 Febbraio 2019
in World
Reading Time: 6 mins read
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Il 27 febbraio l’udienza di comparizione nel tribunale di Victoria, i legali annunciano ricorso alla sentenza che vede il cardinale «colpevole» di cinque capi d’accusa. L’arcivescovo Coleridge sotto indagine per presunti insabbiamenti 

SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO
C’è già chi, da Roma a Melbourne, sull’onda dell’emozione del summit del Papa con i vescovi del mondo appena concluso sul tema degli abusi, invoca un provvedimento come quello di McCarrick per il cardinale George Pell, 77 anni, condannato in primo grado per pedofilia da un tribunale australiano. E cioè che il Papa tolga la porpora al “ministro dell’economia” della Santa Sede e, in futuro, lo dimetta pure dallo stato clericale.

LEGGI ANCHE – Condannato per pedofilia il cardinale Pell, ministro delle finanze vaticane

Il processo a Pell, tuttavia, può dirsi tutt’altro che concluso. I legali del cardinale hanno fatto sapere che all’udienza di comparizione di domani 27 febbraio in cui verrà comunicata la sentenza presenteranno ricorso. L’ago della bilancia è, a questo punto, in mano al giudice che dovrà decidere se la vicenda andrà avanti con un nuovo processo o condannare definitivamente il porporato che, quindi, potrebbe incorrere in un processo canonico – magari abbreviato – e, forse, consegnare le sue dimissioni dal Collegio cardinalizio, come desidererebbero numerosi media del piccolo continente che da circa tre anni hanno avviato un’accesa campagna mediatica intorno al caso.

Più nel dettaglio – come riferito a Vatican Insider da fonti australiane – il giudice dovrà prima valutare i motivi del ricorso e poi decidere se procedere ad un’udienza plenaria, per cui non è stata ancora fissata una data. Se il giudice lo consentirà, l’udienza naturalmente proseguirà. In caso di rifiuto, Pell potrà anche presentare ricorso. La Corte d’appello si troverà quindi ad un nuovo bivio se assolvere il cardinale oppure ordinare un altro processo.

Potrebbero, dunque, passare mesi prima di un verdetto definitivo. Intanto il Vaticano si mantiene cauto. In una dichiarazione di oggi del direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, si afferma che la Santa Sede «prende atto» della condanna in primo grado nei confronti del cardinale definita «una notizia dolorosa» che «ha scioccato moltissime persone, non solo in Australia».

«Come già affermato in altre occasioni», la Santa Sede ribadisce «il massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane». E proprio «in nome di questo rispetto», ha sottolineato Gisotti, «attendiamo ora l’esito del processo d’appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado».

In attesa del giudizio conclusivo, e «per garantire il corso della giustizia il Papa «ha confermato le misure cautelari già disposte nei confronti del cardinale George Pell dall’ordinario del luogo al rientro del cardinale Pell in Australia», mai comunicate in precedenza. Ossia che «in attesa dell’accertamento definitivo dei fatti, al cardinale Pell sia proibito in via cautelativa l’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

In ogni caso la Santa Sede, ha poi assicurato il portavoce ad interim, «si unisce ai vescovi australiani nel pregare per tutte le vittime di abuso, ribadendo il nostro impegno a fare tutto il possibile affinché la Chiesa sia una casa sicura per tutti, specialmente per i bambini e i più vulnerabili».

La condanna della Victorian County Court contro Pell risale all’11 dicembre 2018. Era stata formulata da una giuria, contrariamente a quanto avviene negli altri Stati australiani dove il giudizio per una figura di alto profilo sotto accusa e sottoposto ad un’ampia copertura mediatica viene affidato ad un unico giudice. Dopo tre giorni di deliberazione, il collegio giudicante si era trovato concorde nel ritenere «colpevole» il porporato di cinque capi d’accusa, tra cui quello di abusi sessuali nel 1996 su due coristi di 12 e 13 anni, dopo aver servito messa nella cattedrale di St. Patrick a Melbourne. Pell all’epoca aveva 55 anni ed era stato da poco insediato come arcivescovo. Delle due vittime, uno solo è ancora in vita, l’altro è morte per overdose. Gli altri quattro capi d’accusa riguardano atti osceni «con o in presenza di bambini». Per ogni reato, secondo il sistema giuridico australiano, il prelato rischia dieci anni di galera che, sommati, arrivano a cinquanta.

A dicembre era stato emesso un «suppression order» sulla sentenza, un ordine che impediva qualsiasi tipo di informazione sul processo da parte dei media dell’Australia, perseguibili anche a livello penale in caso di violazione. La notizia, seppur “trattenuta”, era comunque trapelata nelle testate che non avevano corrispondenti in Australia oppure tramite stratagemmi come la pubblicazione della news sulla carta stampata e non sui siti web. La decisione, raccomandata dai pubblici ministeri, era mirata a non influenzare la sentenza del secondo procedimento che il cardinale Pell avrebbe dovuto affrontare dal prossimo 11 marzo, per presunti abusi compiuti quando era sacerdote a Ballarat. Dunque luoghi e tempi diversi per cui si era deciso di svolgerlo separatamente; le stesse vittime avevano avanzato tale richiesta al giudice.

Ieri, 26 febbraio, tuttavia è stato deciso di ritirare questa seconda serie di accuse contro il cardinale e, dunque, che il relativo processo non sarebbe proseguito.

Il «suppression order» è stato perciò rimosso e nei media è deflagrata in nottata la notizia della condanna, che giunge – come detto – in un momento di vulnerabilità della Chiesa dopo il grande e pubblico “mea culpa” per i casi di pedofilia del clero che è stato il summit dei vescovi e in vista del Concilio plenario particolare che la Chiesa australiana vivrà nel 2020, dove il tema abusi sarà tra i primi in agenda.

Le accuse contro Pell si rincorrono da circa quindici anni e si erano rinfocolate con il passaggio a Roma del cardinale, dove Papa Francesco lo aveva posto nel 2014 a capo della Segreteria per l’Economia, il potente Dicastero la cui “missio” era mettere in ordine bilanci e finanze della Città del Vaticano, inserendolo anche tra i membri del C9, il Consiglio dei cardinali istituito per riformare la Curia romana, dal quale lo aveva estromesso alla fine di ottobre (ma la notizia era stata resa nota il 12 dicembre).

A parere dei detrattori il ruolo di responsabilità tra le mura leonine – dove Pell era stato soprannominato il “ranger” australiano per i modi spicci e il piglio decisionista – era da interpretare come una “fuga” del cardinale dalle accuse nel suo Paese: non solo per violenze sessuali, ma anche per insabbiamenti.

La permanenza di Pell tra le sacre mura non è stata tuttavia semplice: dalle prime critiche per le spese eccessive compiute all’interno della Segreteria (dagli arredi pregiati ai viaggi in prima classe), ai bilanci presentati in ritardo o parzialmente, alle diatribe con l’Apsa e la Segreteria di Stato, il “ministro dell’economia” è finito più volte nell’occhio del ciclone.

Dal giugno 2017 è stato sospeso dall’incarico in accordo con il Papa che gli ha concesso di volare in Australia per difendersi dal procedimento che lo vede come imputato, ribattezzato il «cathedral trial» sia per l’importanza del personaggio, sia perché, per i contorni assunti, sembra essere diventato il processo punitivo contro l’intera Chiesa australiana, macchiatasi per anni di casi di pedofilia su minori e occultamenti. Tanto che alcune persone molto vicine a Pell, consultate da Vatican Insider, parlano di «massacro mediatico», di «odio verso la Chiesa cattolica» e di un cardinale preso come «capro espiatorio».

Nel primo procedimento contro il porporato, avviato nell’agosto 2018 dopo il rinvio a giudizio del 1° maggio da parte del giudice Belinda Wallington, la giuria non era stata in grado di raggiungere un verdetto e si era quindi dimessa. Il caso è stato nuovamente discusso a novembre con una nuova giuria che alla fine ha dichiarato il cardinale colpevole nel dicembre scorso.

È difficile pensare che George Pell possa fare ritorno dall’Australia, anche nel caso in cui venisse accolto l’appello e fosse dichiarato innocente. Presto si dovrà dunque procedere alla nomina del nuovo prefetto della Segreteria per l’Economia, avendo peraltro Pell superato l’età canonica per il pensionamento. Da circa due anni il Dicastero viene guidato da monsignor Luigi Mistò, sacerdote ambrosiano, in qualità di “coordinatore ad interim”.

Quanto all’Australia, a gettare benzina sul fuoco sulla già incendiaria bagarre per gli abusi è giunta oggi la notizia che l’arcivescovo cattolico di Brisbane, Mark Coleridge, è sotto indagine per aver insabbiato una decina di anni fa le informazioni ricevute da una donna di Canberra che riferiva di abusi su minori compiuti da sacerdoti della diocesi.

Come riporta l’emittente nazionale australiana ABC, la donna – che non vuole essere identificata – sarebbe stata “maltrattata” da Coleridge che l’aveva additata come «pettegola». Il tutto avveniva nel 2006 e, da allora, non si aveva avuto notizia della vicenda. Sembra che l’invito all’arcivescovo a partecipare al summit in Vaticano, dove ha pronunciato una intensa omelia nella messa finale in Sala Regia tuonando contro la piaga degli abusi, abbia indotto la signora a scrivere a Coleridge, il 20 dicembre scorso, per esortarlo a non andare.

In un comunicato, l’arcidiocesi di Canberra e Goulburn ha confermato di aver avviato indagini sulla denuncia, ma queste sono stata ritardate perché la stessa donna ha rifiutato di testimoniare. «L’arcivescovo Coleridge – si legge nella nota – ha collaborato con le indagini e respinge con decisione le asserzioni. Quando la denunciante è stata invitata a cooperare con l’indagine indipendente, ha scelto di non coinvolgersi e ha preferito riferire le sue asserzioni ai media». Il che, a detta della chiesa di Canberra, «è profondamente deludente».

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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