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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Condannato dal Vaticano e “rifugiato” a Genova nella diocesi del cardinale Angelo Bagnasco

Condannato dal Vaticano e “rifugiato” a Genova nella diocesi del cardinale Angelo Bagnasco

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
6 Aprile 2017
in Il punto della Rete L'ABUSO, Liguria
Reading Time: 3 mins read
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Mentre continuano i colpi di scena nel caso internazionale del prete italiano don Nicola Corradi, accusato di abusi dagli ex allievi dell’istituto Provolo di Verona, poi “rifugiato” in Argentina nell’omonimo istituto e dalla fine di novembre scorso agli arresti insieme ad altre quattro persone con l’accusa di aver abusato di una sessantina di alunni sordi, a Genova, nella diocesi diretta proprio dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, si scopre che c’è un altro “rifugiato” argentino.

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Stiamo parlando di padre Carlos Buela, che, nel marzo del 1984, fondò la congregazione dell’I.V.E., Istituto del Verbo Incarnato, anch’egli accusato di abusi sessuali, in Argentina, da una ventina di seminaristi, ma, a differenza di don Nicola Corradi, “indagato” dal Vaticano, che lo ha sanzionato.

Padre Buela fu denunciato la prima volta nel 2005 da un seminarista, oggi 31enne, il quale lo accusava di “molestie subite dall’età di 12 anni“, per le quali in quell’occasione la chiesa decise di non prendere alcun provvedimento. Nel 2009, però, a carico di Buela arrivarono altre denunce di violenza sessuale, circa una ventina e sempre da parte di seminaristi appartenenti all’Istituto del Verbo Incarnato della città di San Rafael (Mendoza, Argentina), che, dopo un’indagine, nel 2010 lo avrebbero costretto a rinunciare al suo incarico.

La sanzione inflitta a padre Buela per quella che verrà definita “cattiva condotta sessuale e manipolazione delle coscienze” sarà molto timida e generosa, se la caverà con la rimozione dall’Ufficio di Superiore Generale dell’IVE e sarà trasferito inizialmente nell’Abazia “La Pierre Qui Vere”, in Francia, dove sotto il controllo dell’Abate dovrà risiedere fino al nuovo ordine.

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Successivamente, nel 2012, padre Buela sarà trasferito in un monastero spagnolo, quello di “San Isidro de Dueñas de Palencia”, per poi “sbarcare” nel 2015 a Genova presso l’Istituto Religioso Maschile dell’IVE in località Dinegro.

Tutto ciò accade proprio mentre in Argentina esplode il caso del veronese don Nicola Corradi e proprio quando le vittime che in precedenza avevano denunciato padre Buela all’Autorità Ecclesiastica che nel frattempo lo ha trasferito a Genova, decidono questa volta di denunciarlo tramite l’avvocato Carlos Lombardi – che assiste la Rete L’ABUSO in Argentina – anche alla giustizia civile; lui, però, non c’è più.

Come mai? Grazie ai trasferimenti troppo facili, resi possibili da accordi tra la Santa Sede e i vari paesi che troppo spesso hanno fini tutt’altro che religiosi, come testimonia un altro caso attuale e sempre argentino, quello di Kusaka KomiKo, una suora colpita da un mandato di cattura internazionale emesso pochi giorni fa, anche lei coinvolta nello scandalo dell’Istituto Provolo di Mendoza e anche lei, come Buela, don Corradi, padre Reverberi e tanti altri, trasferita in un altro paese e sottratta di fatto alla giustizia, per la rabbia delle vittime costrette ad assistere impotenti.

Anche quello di padre Carlos Buela è un caso esploso quando Bergoglio – oggi Papa Francesco – era arcivescovo di Buenos Aires. Allora, il papa era Benedetto XVI. Un caso che ancora una volta dimostra come la linea della chiesa non sia affatto cambiata e continui a lasciare le sue vittime senza giustizia.

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Francesco Zanardi

Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.