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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » antonio provolo » Cacciato dall’Italia, ma in Argentina “il don fa il pedofilo”

Cacciato dall’Italia, ma in Argentina “il don fa il pedofilo”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Dicembre 2016
in Triveneto
Reading Time: 3 mins read
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Di Andrea Tornago

La chiamavano“la casita de Dios”, ma quell’edificio accanto alle aule di scuola dove i figli delle famiglie povere restavano a dormire, di notte diventava la casa degli orrori. Si riapre a Mendoza, in Argentina, il caso degli abusi sui minori sordomuti all’Istituto Antonio Provolo, scuola religiosa di Verona che ha due sedi anche in Sudamerica, finita al centro di uno dei più gravi scandali di pedofilia in Italia. Nella stanza di don Nicola Corradi, sacerdote veronese di 82 anni trasferito nelle sedi argentine del Provolo negli anni 60, all’inizio di dicembre la polizia di Mendoza ha trovato materiale pornografico e 30 mila euro in contanti. Il religioso è finito agli arresti insieme al prete 56enne Horacio Corbacho e a tre impiegati dell’istituto, accusati di “violenze sessuali aggravate e corruzione di minori”per episodi avvenuti a Mendoza dal 2007.

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SECONDO L’INCHIESTA del procuratore Fabricio Sidoti, i minori tra i 6 e i 17 anni venivano sedati e violentati nella casetta con la complicità di un ospite disabile e del giardiniere dell’istituto. Don Corradi era già stato coinvolto nel caso di pedofilia scoppiato in Italia nella sede veronese della congregazione religiosa nel 2009. Il suo nome compariva nella lista dei 12 preti e dei 3 laici denunciati dagli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, con l’accusa di aver costretto i bambini sordomuti a subire masturbazioni, sesso orale e atti di sodomia. Con il ricordo di quelle violenze, che risalirebbero a un periodo compreso tra glianni60e la prima metà degli anni 80 –reati che ormai sarebbero prescritti sia per la legge italiana che per il diritto canonico –gli ospiti del Provolo hanno convissuto silenziosamente per anni. Nel 2009 le prime denunce, in seguito alle qua li il Vaticano ha istituito una commissione d’inchiesta che ha comminato a quattro sacerdoti la pena più lieve, quella dell’ammonizione canonica. Tra questi non compare don Corradi, il cui nome sparisce nei meandri del l’inchiesta vaticana. Fino ai fatti di pochi giorni fa in Argentina. L’arresto dei due sacerdoti all’Istituto Provolo di Mendoza ha suscitato grande clamore in tutto il Paese. Il presidente della Commissione Esteri del Senato argentino, Julio Cobos, ha chiesto al ministro degli Esteri di acquisire con urgenza presso le autorità ecclesiastiche “in formazioni sulle verifiche compiute per la pratica d’ingresso, permanenza e radicamento dei sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho nella Repubblica Argentina”.

PER LASTAMPA argentina, don Corradi sarebbe stato trasferito dai superiori religiosi in Sudamerica per coprire gli abusi commessi in Italia. Le associazioni delle vittime chiamano in causa anche Papa Francesco, che non avrebbe spezzato “l’asse dell’impunità tra Italia e Argentina”quando era vescovo di Buenos Aires, tra il 1998 e il 2013. Prima di essere assegnato nel 1996 a Mendoza, dove un documento della sede di Verona nel 2001 lo qualifica come vicedirettore e primo consigliere, don Corradi aveva insegnato all’Istituto Provolo di La Plata (Buenos Aires). E anche in quella città, dopo l’arresto dei giorni scorsi, sono cominciate ad arrivare denunce di abusi commessi negli anni 90. Il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, si è detto “pronto a collaborare con le autorità argentine”. Ma i documenti della Commissione d’in chiesta del Vaticano, presieduta su richiesta della Curia veronese dall’ex giudice scaligero Mario Sannite, non si possono consultare. “Siamo in possesso di una sentenza della magistratura che conoscono in pochi – ha dichiarato Zenti – che diminuisce la consistenza dei fatti”.

NO N OS TAN TE  la richiesta del Fatto però, la Curia di Verona si rifiuta di rendere noto il documento “per evitare ulteriori reazioni”. Nel novembre del 2012 il vicario giudiziale del vescovo aveva scritto ai legali degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, chiedendo perdono alle vittime e alle famiglie: “Alcuni di coloro che erano chiamati a proteggere dei ragazzi provati dalla vita scriveva don Giampietro Mazzoni –ne hanno abusa t o ”. Riferendo gli esiti delle indagini della Commissione, don Mazzoni aveva reso noto che “alcuni religiosi, tra i più pesantemente accusati, erano stati dimessi dall’Istituto in ragione dei loro comportamenti”tra il 1962 e il 1963, date che coincidono con l’invio in Argentina di don Nicola Corradi. Insieme a lui, secondo le vittime dell’Istituto Provolo, anche un altro sacerdote veronese e due laici accusati di abusi in Italia sarebbero ancora attivi in Argentina.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.