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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Alessandro Maggiolini » «Serve rigore, ma sono vicino a don Mauro»

«Serve rigore, ma sono vicino a don Mauro»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Dicembre 2010
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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Giovedì 09 Dicembre 2010
Il vescovo di Como Diego Coletti ha parlato per la prima volta su Etv della vicenda giudiziaria

Quando arrivò alla guida della Diocesi di Como, nel gennaio del 2007, la vicenda che riguarda don Mauro Stefanoni era esplosa da tempo.

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Finendo per coinvolgere anche l’ex vescovo di Como, monsignor Alessandro Maggiolini, iscritto sul registro degli indagati dalla Procura con l’accusa di favoreggiamento personale. Posizione poi archiviata.

“Don” Diego Coletti, come ama essere chiamato, entrò nella città di Volta in punta di piedi, e tra mille mani da stringere, spalle da abbracciare e volti a cui sorridere, si trovò anche il pesante fardello del processo in corso a carico dell’ex parroco di Laglio, accusato – dalla stessa Procura – di violenza sessuale su un ragazzo dell’oratorio che, all’epoca dei fatti (avvenuti presumibilmente tra l’agosto del 2003 e l’ottobre del 2004) era minorenne.

Da allora, monsignor Coletti, il nuovo vescovo di Como, prese provvedimenti rimuovendo don Mauro da Colico (dove era stato spostato da Maggiolini), sottraendo all’ex parroco ogni incarico pastorale ma lasciando ai freddi comunicati stampa della Diocesi il compito di commentare la sentenza sia di primo grado, giunta il 29 maggio del 2008, esattamente quattro mesi dopo l’insediamento del nuovo vescovo, sia quella di secondo grado.

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Mai, insomma, la guida della Chiesa lariana aveva parlato direttamente della questione. Almeno fino a queste ore. Perché monsignor Diego Coletti, di fronte alle domande del giornalista di Etv, Davide Cantoni, e in occasione del saluto alla città e ai fedeli per il Natale – l’intervista integrale verrà trasmessa dall’emittente lariana il 25 dicembre – ha affrontato, senza nascondersi e per più minuti, anche il tema di don Mauro Stefanoni e della sua condanna a otto anni anche in secondo grado. Pena inflitta dai tre giudici del collegio d’appello di Milano e che ha ricalcato in tutto e per tutto la decisione presa dai magistrati di Como due anni fa. Un intervento che riportiamo testualmente, parola per parola.

Partendo, ovviamente, dalla lettura del dispositivo effettuata lo scorso 23 novembre 2010.
In questa vicenda serve rigore
«Io distinguerei due piani del discorso sulla vicenda – sono le parole del Vescovo – Il primo sono la serietà e il rigore con cui vanno affrontate queste vicende che, per fortuna, statisticamente sono ridotte. Ma anche fossero ancora più ridotte, ciò non toglie che siano comunque delicatissime e gravissime. Vanno affrontate con grande rigore, anche a vera difesa dell’imputato fino a un giudizio definitivo. Rigore, serietà e impegno per togliere ogni possibile giudizio di sottovalutazione o peggio ancora di occultamento, o scelta di protezione di chi può avere commesso un reato».

In passato ci sono state smentite
«Nel concreto però – prosegue monsignor Coletti – io devo anche prendere atto della tenacia, della serietà e della pervicacia con la quale, in questo caso, l’accusato continua a dichiararsi innocente. Io sono convinto che i magistrati facciano il loro lavoro in modo serio, ma anche nel passato recente non sono mancati, in casi simili, clamorose smentite di sentenze fatte in maniera molto accurata e ineccepibile che poi, per il giungere di nuove testimonianze sono state ridimensionate».

Sono vicino a don Mauro
«Io in questo caso cerco di essere personalmente vicino all’ex parroco di Laglio, lasciando che faccia le sue scelte in autonomia e libertà ma mettendolo in una condizione in cui non abbia responsabilità pastorali di alcun genere – prosegue il vescovo di Como – in modo da tenersi fuori da ogni possibile accusa di sottovalutazione della sua posizione. La questione è lacerante e dolorosa, sia nell’ipotesi della sua colpevolezza, e questo è evidente, sia nell’ipotesi che la magistratura ha in questi giorni smentito con la seconda condanna, ovvero quella della sua innocenza. Episodi di cronaca anche molto recente fanno riflettere sulla situazione pesante di persone che magari innocentemente sono state accusate e perseguite per poi accorgersi dopo mesi o anni che per una convergenza di circostanze si è puntato nella direzione sbagliata».
L’incontro con le vittime
«Ho incontrato i genitori, non il ragazzo – dice ancora monsignor Coletti – I genitori mi hanno ringraziato per l’incontro. Non siamo entrati nel merito ma ho chiesto loro di trovare una strada anche per questo ragazzo, perché possa recuperare serenità e fiducia in chi lo circonda. Non c’è nessun risentimento nei loro confronti. Loro avevano il sacrosanto diritto di fronte ad una ipotesi di reato di chiedere che il caso venisse esaminato da chi di dovere».

Il processo canonico
L’ultimo punto toccato dal vescovo di Como, è il processo canonico incardinato dopo la sentenza di primo grado e poi sospeso in attesa dell’appello. Cosa avverrà ora?
«Confermo che il processo è iniziato. Poi è stato interrotto per evitare indebite sovrapposizioni o sconfinamenti con il processo penale. 
Adesso vedremo se si andrà in Cassazione e in tal caso aspetteremo. Se invece si dovesse decidere di non andare in terzo grado e la sentenza diventasse definitiva, allora il processo canonico riprenderebbe».
Non rimane dunque che attendere il deposito delle motivazioni della sentenza – entro 90 giorni – e la successiva volontà o meno di don Mauro e dei suoi avvocati di ricorrere ai giudici della Suprema Corte.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.