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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Pedofilia, il caso Don Inzoli e le reticenze della Cei

Pedofilia, il caso Don Inzoli e le reticenze della Cei

Redazione WebNews by Redazione WebNews
5 Luglio 2014
in Lombardia
Reading Time: 5 mins read
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 FRANCESCO PELOSO

Alcune norme contenute nel Concordato consentono ai vescovi italiani di evitare di collaborare con la magistratura in casi in cui siano coinvolti sacerdoti. E le nuove norme antipedofilia della Cei sono state giudicate insufficienti dalla Congregazione per la dottrina della fede. Il caso del religioso di Crema

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La ricerca della verità sugli abusi sui minori da parte del clero ha un ostacolo non indifferente nelle norme del Concordato che regola i rapporti fra Italia e Santa Sede. È in quei trattati che si può trovare qualche risposta in grado di spiegare la resistenza ecclesiale nel far chiarezza sulla lunga serie di sacerdoti accusati di pedofilia nel nostro paese. È anche vero, d’altro canto, che qualcosa sta cominciando a muoversi.

L’ultimo caso riguarda don Mauro Inzoli, sacerdote di Crema, personalità storica di Comunione e Liberazione, fondatore e per diverso tempo presidente dell’Associazione Fraternità che si occupa appunto di sostegno ai minori. La vicenda ha fatto scalpore perché il Vaticano e la diocesi locale sono intervenuti aprendo un processo canonico che ha portato a provvedimenti fortemente restrittivi nei confronti di don Inzoli.

Ma andiamo con ordine perché il piano locale, la diocesi di Crema, incrocia quello nazionale – cioè le misure prese dalla conferenza episcopale italiana per contrastare il fenomeno – e infine tocca in un punto decisivo dei rapporti fra Italia e Santa Sede.

Da quando nel 2010 papa Ratzinger ha chiesto un’accelerazione sulla questione degli abusi sessuali, da parte dei vescovi italiani è stata messa in atto una strategia della lentezza in forza della quale la Cei ha faticato molto a mettere insieme le linee guida antipedofilia raccomandate a tutte le chiese locali del mondo dal Vaticano. La Congregazione per la dottrina della fede aveva inoltre espresso un invito deciso su un punto in particolare: quello della collaborazione con le autorità civili. In realtà l’ammonimento conteneva un appello di tipo etico generale a non nascondere, qualora vi fossero prove consistenti, i fatti, ad aprirsi insomma al rapporto con le autorità trovando le forme opportune.

Ma le norme antipedofilia dei vescovi italiani proprio su questo punto inciampano. La loro faticosa elaborazione è cominciata nel 2011, sottoposte al giudizio del Vaticano, sono state respinte nel 2013 dell’ex Sant’Uffizio perché troppo evasive proprio sul punto relativo alla denuncia dei chierici alle autorità civili. La Cei le ha riscritte e ora attende una seconda valutazione da parte della Congregazione per la dottrina della fede. Nel frattempo però papa Francesco ha insediato un nuovo organismo la ‘pontificia commissione per la tutela dei minori’, la quale, secondo indiscrezioni, avrebbe già giudicato ancora “insufficienti” le linee guida della Chiesa italiana, un parere che peserà nel giudizio finale della Congregazione per la dottrina della fede.

E qui s’inserisce il problema-Concordato che pone forti limiti alla collaborazione dei vescovi con la magistratura. Nel testo del 1984 firmato da Bettino Craxi e dal cardinal Casaroli, si legge infatti all’articolo 4: “Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”. Formulazione tanto generica quanto estesa; non a caso alla norma concordataria si fa esplicito riferimento nelle famose linee guida antipedofilia della Cei per sostenere che: “I vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero”. Lo stesso codice di procedura penale italiano, infine, stabilisce che non ci può essere obbligo a deporre per “i ministri di confessioni religiosi”.

A questo punto la Cei ha fatto però filotto e ha precisato, nel testo antipedofilia si badi, che “eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro”. Ancora si ricorda “l’inviolabilità dell’archivio del vescovo” infine si fa comunque presente che il vescovo, non essendo pubblico ufficiale, non ha l’obbligo di denuncia, salvo, si chiosa in un inciso, “il dovere morale di contribuire al bene comune”. Il tema del Concordato italiano, quale limite per le indagini di pedofilia che coinvolgo sacerdoti, è stato sollevato dall’Onu nelle recenti audizioni della Santa Sede davanti al comitato per la tutela dei diritti del fanciullo.

Ma torniamo a Crema e al caso di don Inzoli. Il processo canonico aveva dato un primo risultato nel 2012: dimissione dallo stato clericale, cioè spretato. Don Inzoli però ha fatto ricorso alla Congregazione per la dottrina della fede e qui la sorpresa: la diocesi di Crema spiega infatti che la pena è stata commutata in una “vita di preghiera e riservatezza”; il sacerdote dovrà restare lontano da tutti, non potrà dire messa, predicare, svolgere attività pubblica, tantomeno di accompagnamento ai minori, non potrà entrare nella diocesi di Crema e dovrà sottoporsi a 5 anni di psicoterapia.

Punizione e misericordia, spiega il vescovo Oscar Cantoni, tuttavia brutalmente dobbiamo osservare: dalla riduzione allo stato laicale voluta da Benedetto XVI si è passati a una ritirata perpetua in convento secondo quanto stabilito da papa Francesco. La Chiesa ovviamente è libera di adottare i suoi criteri, che possono avere un senso o essere criticati, tuttavia non è chiaro in questa vicenda perché né il vescovo, né il Vaticano che è stato investito della vicenda, né gli organi direttivi della Cei guidata dal cardinal Angelo Bagnasco, abbiano ritenuto di dover comunicare i fatti all’autorità giudiziaria.

D’altro canto stupisce l’immobilismo dell’autorità giudiziaria che poteva aprire autonomamente un procedimento una volta appresa la notizia del reato. Fra le novità importanti, frutto del clima diverso che vive la Chiesa, c’è l’ammissione pubblica dei fatti; la pena, si spiega, è stata comminata in modo perpetuo “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori”. E questa chiarezza messa on line è già di per sé una novità. A denunciare la vicenda alla Procura della Repubblica di Cremona ci ha pensato poi il deputato di Sel Franco Bordo mentre il sindaco, Stefania Bonaldi, ha avviato indagini sulle strutture gestite dal sacerdote che dovevano occuparsi di minori. Una volta tanto la politica è arrivata prima della magistratura.

http://www.pagina99.it/news/societa/6281/Pedofilia–il-caso-Don-Inzoli.html

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