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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Il caso – Abusi, sulle tracce dell’ex docente: «Se ho ferito qualcuno, mi dispiace»

Il caso – Abusi, sulle tracce dell’ex docente: «Se ho ferito qualcuno, mi dispiace»

Le accuse di un ex allievo nei confronti di un insegnante del collegio di Maroggia – Oggi vive in Italia e continua a insegnare (in un istituto gestito dai Salesiani) – Siamo andati a incontrarlo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
12 Aprile 2026
in World
Reading Time: 6 mins read
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Suona la campanella, gli allievi si riversano in cortile. Il docente fa strada verso l’aula insegnanti: sembra tranquillo. Ha pochi minuti prima che inizi la prossima lezione, ma è disponibile per qualche domanda.

«Se posso rendermi utile – dice -. È passato tanto tempo».

Ventiquattro anni per la precisione, da quando ha chiuso i battenti il collegio salesiano di Maroggia. Oggi il docente è vicino alla pensione. Insegna in un istituto salesiano in Italia, nonostante sia stato oggetto di una segnalazione per presunte violenze e abusi durante la sua docenza in Ticino, e di un’inchiesta della Commissione di esperti della Diocesi di Lugano di cui, afferma, non è mai stato a conoscenza.

«Cado letteralmente dalle nuvole. Se ho fatto degli errori mi dispiace, sono disponibile a un confronto».

Negli ultimi mesi l’ex collegio Don Bosco di Maroggia è stato al centro di alcune rivelazioni da parte di ex allievi, che hanno raccontato di presunti abusi sessuali e violenze fisiche consumate tra le mura dell’internato nell’arco di circa quarant’anni. A occuparsene, oltre ai media e alla Commissione diocesana, sono anche i ricercatori dell’Università di Zurigo che su mandato della Conferenza dei vescovi svizzeri si sono concentrati negli ultimi mesi, tra le altre cose, proprio sugli abusi commessi nei collegi con internato.

Il passato che non passa

Quello di Maroggia ha chiuso nel 2002. Nel frattempo è stato convertito in un complesso residenziale: nelle ex aule sono stati ricavati appartamenti, vista sul lago e sul parco ancora dominato da un busto di Don Giovanni Bosco.

Sirio, 38 anni, risale le scale dell’internato per la prima volta dopo tanto tempo. Si guarda intorno, riconosce i dettagli – «qui c’erano i bagni delle ragazze, qui il telefono comune» – e si irrigidisce davanti a quella che oggi è la porta di un’abitazione.

«È lì – dice – che è successo il fatto».

Le prime testimonianze emerse sull’ex collegio si riferiscono agli anni Settanta e a due docenti-sacerdoti, nel frattempo deceduti. La storia di Sirio invece è diversa: racconta di violenze e maltrattamenti avvenuti soltanto vent’anni fa. In base alle sue dichiarazioni – ritenute credibili dalla Commissione d’inchiesta stabilita dalla Diocesi di Lugano – le violenze fisiche e psicologiche all’interno dell’istituto si sarebbero protratte oltre la soglia del Duemila, praticamente fino alla chiusura dell’istituto.

Questo fa sì che sia gli autori che le vittime siano ancora vivi, la memoria ancora fresca e particolarmente dolorosa. Non solo. Nel caso più grave, un docente accusato dalla testimonianza di Sirio di abusi di vario tipo nei confronti degli allievi dell’istituto, è ancora attivo nell’insegnamento.

La testimonianza

«Ero tornato in classe a prendere una felpa che avevo dimenticato. Ho visto una mia compagna chinata sulla cattedra, il professore piegato su di lei in un atto sessuale».

Anche Sirio (il nome è di fantasia) ha una vita apparentemente normale: il suo percorso formativo ha risentito del trauma – «dovetti cambiare scuola, la mia famiglia ci ha messo un po’ a capire» – ma è rimasto nel Mendrisiotto, ha un lavoro, pochi sanno quello che ha passato.

«Sono cresciuto in un ambiente in cui era impensabile attribuire certe colpe ai sacerdoti o a persone comunque connesse all’ambito religioso».

Negli anni successivi l’ex allievo si è allontanato totalmente dalla Chiesa. Dopo essersi confrontato con le resistenze dei suoi stessi familiari, a cui aveva raccontato fin da subito le violenze viste e subite al Don Bosco – «tornavo a casa con i segni delle botte, alcuni li porto addosso ancora adesso: mi picchiavano i compagni e lo stesso docente, per ritorsione» –, ha elaborato il trauma da solo: ci è voluto del tempo perché maturassero le condizioni per un confronto, dentro di lui e intorno a lui.

Al vaglio della Commissione

Nel 2009 – pochi anni dopo la chiusura del collegio, dunque – la Curia di Lugano ha istituito la prima Commissione di esperti per gli abusi in ambito ecclesiastico. Nel 2016 l’organo è stato potenziato e rivisto (per impulso del vescovo Valerio Lazzeri) ma è stato solo a partire dal 2023, con la pubblicazione della prima ricerca dell’Università di Zurigo che il dibattito si è animato anche a sud delle Alpi. «Spesso questi casi arrivano a noi quando le persone coinvolte sono già decedute o comunque non più perseguibili, essendo intervenuta la prescrizione» spiega il Magistrato dei minorenni Fabiola Gnesa, che presiede la commissione e ha esaminato anche la testimonianza di Sirio.

La pratica, dopo essere stata valutata credibile, è stata girata alla commissione federale assieme ad altre (una decina) raccolte negli ultimi due anni. La responsabilità dei presunti autori è un capitolo, da questo punto di vista, particolarmente delicato.  La Commissione si occupa per competenza della segnalazione di fatti avvenuti nella Diocesi di Lugano» precisa Gnesa. «Alcuni casi possono essere più complessi e coinvolgere la competenza di più autorità».

Chi ricorda, e chi no

Rintracciare il docente in questione non è particolarmente difficile. Il fatto che continui a insegnare in Italia – già trapelato sui media ticinesi – è confermato dal sito di una scuola gestita anch’essa dalla congregazione salesiana, su cui compare il suo nome.

«Quello che posso dire è che non ricordo, è passato molto tempo, ma se il mio comportamento ha urtato qualcuno mi dispiace e sono pronto a scusarmi».

L’insegnante, confrontato con le dichiarazioni depositate sul suo conto – di cui ribadisce di non sapere «assolutamente niente» – è sulle prime molto turbato. Nega di essere stato coinvolto in atti sessuali – «senza ombra di dubbio» – mentre sulle violenze fisiche ammette «qualche ceffone, sì» ma non ricorda nemmeno i nomi degli alunni.

Nell’aula insegnanti arrivano le voci degli allievi di oggi, che giocano nel cortile della scuola. Quelle del passato sono state prese sul serio dagli organi competenti? «Mi rincresce di non essere stato avvisato né coinvolto in alcun modo» dice il docente. L’espressione si fa amareggiata. «In generale penso che quello degli abusi e dei maltrattamenti sia un tema importante, da non sottovalutare ma neanche da ingigantire». La campanella suona e si congeda: è ora di rientrare in classe.

La lettera dei Salesiani

Il motivo per cui le segnalazioni non sono sfociate in verifiche – e il docente può tornare alla sua lezione: di fatto, è impossibile accertarne la veridicità – è riassunto in una lettera inviata l’estate scorsa dall’Ispettoria Salesiana Lombardo Emiliana (competente anche per il Ticino) all’ex allievo denunciante.

Il caso, scrive il segretario ispettorale don Enrico Castoldi, è stato trattato dalla Diocesi di Lugano (servizio di tutela dei minori) e da questa girato alla congregazione italiana (commissione ispettorale tutela minori e persone vulnerabili) la quale «ha potuto constatare il decesso» di alcuni ex docenti accusati, mentre per quelli ancora vivi «si precisa che la legge canonica applicabile all’epoca dei fatti non consente e non consentiva di avviare un’indagine previa nei loro confronti» anche prima dell’intervenuta prescrizione.

«La nostra ispettoria riconosce ogni vittima come persona ferita – conclude la missiva – e quindi, nel rispetto della sua volontà, potremo fornirle ascolto, accoglienza e accompagnamento».

Sirio rimette in tasca la lettera. Nel corridoio dell’ex internato di Maroggia compare un inquilino di mezza età, che scende le scale verso l’uscita. Ricalca più o meno i passi che l’alunno percorse allora: un 12.enne in fuga a perdifiato da una scena che – sostiene – lo perseguita ancora oggi.

«Spero che parlare di queste cose serva a qualcosa. Se non è possibile fare giustizia, almeno è giusto che la gente sappia».

L’inquilino è rimasto interdetto sul pianerottolo. Aveva sentito delle voci sul passato dell’istituto, ma non ci aveva mai creduto. Vedere un testimone tornare sul posto e rivivere il trauma è un’esperienza forte, per entrambi. La verità poi, per chi ci crede, è nelle mani di Dio.

https://www.cdt.ch/prodotti/cdt-weekend/abusi-sulle-tracce-dellex-docente-se-ho-ferito-qualcuno-mi-dispiace-424591

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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