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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Alessandro Maggiolini » La madre del ragazzo di Laglio «Feriti dalle parole del vescovo»

La madre del ragazzo di Laglio «Feriti dalle parole del vescovo»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
10 Dicembre 2010
in Lombardia
Reading Time: 3 mins read
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La famiglia replica a monsignor Coletti sulla vicenda di don Mauro

«Quelle parole non me le aspettavo e mi hanno ferito. Soprattutto nel giorno dell’Immacolata, e in vista del Natale. Non vi dico come ha reagito mio figlio e cosa ha detto nel sentire il pensiero del vescovo di Como. Posso però aggiungere che quello che è stato detto non ha fatto bene al ragazzo e nemmeno alla nostra famiglia».

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Parla di getto, con la voce rotta dalla commozione, la madre della presunta vittima di don Mauro Stefanoni. E parla dopo aver udito in televisione, al telegiornale di Etv, le prime parole pronunciate da monsignor Diego Coletti sulla vicenda che ha travolto la famiglia del ragazzo e dalle cui dichiarazioni è partita l’indagine e in seguito i processi all’ex parroco di Laglio, accusato di violenza sessuale ai danni del giovane che, all’epoca dei fatti – che si collocherebbero tra l’agosto del 2003 e l’ottobre del 2004 – era minorenne.

Coletti, che ereditò la vicenda, al suo arrivo alla guida della Chiesa lariana avvenuto nel gennaio del 2007, dall’allora vescovo Alessandro Maggiolini, prese i primi provvedimenti allontanando don Mauro da Colico (dove era stato spostato) e tenendolo lontano da incarichi pastorali. Poi, cosa mai avvenuta prima, inviò propri emissari in aula a seguire le ultime udienze del processo di primo grado, concluso con la condanna di otto anni poi ratificata anche dal collegio d’Appello lo scorso 23 novembre.

Mai, però, monsignor Diego Coletti, pur senza far mancare comunicati stampa sulla questione, aveva parlato apertamente della vicenda di don Mauro Stefanoni. Un tabu rotto con l’intervista rilasciata al giornalista di Etv Davide Cantoni, concessa all’emittente cittadina in occasione del Natale per fare gli auguri ai fedeli e alla città. Cinque minuti buoni in cui il presule ha espresso a ruota libera le proprie considerazioni che, tuttavia, non sono state gradite dalla famiglia della vittima che le ha udite al telegiornale della sera. Parole in cui il vescovo, oltre a rimarcare il «rigore con cui vanno affrontate queste vicende», anche per «togliere ogni possibile giudizio di sottovalutazione o occultamento» della vicenda, ha poi aggiunto, «nel concreto», di essere «personalmente vicino all’ex parroco di Laglio, lasciando che faccia le sue scelte in autonomia e libertà ma mettendolo in una condizione in cui non abbia responsabilità pastorali di alcun genere in modo da tenersi fuori da ogni possibile accusa di sottovalutazione della sua posizione».

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«Episodi di cronaca anche molto recente – ha poi proseguito monsignor Coletti – fanno riflettere sulla situazione pesante di persone che magari innocentemente sono state accusate e perseguite per poi accorgersi dopo mesi o anni che per una convergenza di circostanze si è puntato nella direzione sbagliata». Considerazioni che alla famiglia del ragazzo – che ha replicato subito dopo il tg della sera con le parole dell’avvocato Nuccia Quattrone – non sono piaciute.

 «Non posso negare di esserci rimasta molto male – dice la madre del giovane – Non ho più nemmeno la forza di reagire. Nemmeno il secondo grado di giudizio ha chiuso questa vicenda. Non vi dico quello che provo. Quelle parole hanno però fatto male sia a me sia alla mia famiglia, sia soprattutto a mio figlio che le ha ascoltate in televisione».
«L’incontro con il vescovo c’è stato – conferma infine la madre – Ma siamo stati noi a chiedere di potere parlare con monsignor Coletti e a ottenere l’incontro, che avvenne nel luglio di 2008, dopo più tentativi. Fino a quel momento dalla Curia non avevamo mai ricevuto, in tutta la vicenda, una sola telefonata. E anche dopo allora nessuno si è più fatto sentire»
. La vicenda processuale attende ora il deposito delle motivazioni dell’Appello – che ha confermato gli otto anni del primo grado – e che dovrebbe avvenire entro 90 giorni dalla lettura del dispositivo, fatta, come detto, il 23 novembre 2010. Poi don Mauro e i suoi avvocati dovranno decidere se fare ricorso o meno in Cassazione. Fino a quel giorno anche il processo canonico rimarrà sospeso.

Mauro Peverelli

http://www.corrieredicomo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=22535&catid=21&Itemid=28

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.