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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » approfondimento » Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
31 Luglio 2017
in Il punto della Rete L'ABUSO, Lombardia
Reading Time: 10 mins read
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In una serie di intercettazioni telefoniche, effettuate dalla Procura di Milano, emerge il ruolo del neo arcivescovo Mario Delpini nella vicenda che vede coinvolto don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano (MI) accusato da un  giovane parrocchiano  di molestie sessuali ed attualmente sotto processo.

Le intercettazioni sull’utenza di don Mauro sono rilevanti ma, al di la di quello che sembra, non tirano in ballo solamente monsignor Delpini. Ad un occhio esperto non sfugge il modus operandi della chiesa che, come vedremo, segue uno schema ben preciso e che ha obiettivi ben differenti da quelli che vengono dichiarati pubblicamente.

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Premesso quanto dichiarato da monsignor Mario Delpini (oggi arcivescovo di Milano) il 24 ottobre 2014 negli uffici della questura di milano;

Per comprendere meglio è necessario fare una breve sintesi dei fatti e una piccola premessa.

Dona adesso Dona adesso Dona adesso

I presunti abusi da parte di don Mauro ai danni di un parrocchiano 15enne sarebbero avvenuti la notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011, immediatamente denunciati e, nei giorni successivi, portati all’attenzione dei vertici della diocesi di Milano.

Tale diocesi però, come da manuale, approfittando del fatto che la vittima (come tutte del resto) e i suoi familiari fossero cattolici praticanti  , quindi persone che si fidavano della correttezza della chiesa e si sentivano ulteriormente rassicurate dalla tanto acclamata “tolleranza zero” di papa Francesco, prende tempo e riesce a far passare ben due anni e mezzo prima di fare qualcosa. Dopo di che si scoprirà che malgrado la denuncia, i vari incontri con il prelato di turno, i solleciti della vittima, dei familiari e degli stessi sacerdoti della parrocchia di Rozzano, nei confronti di don Mauro non era stato preso alcun provvedimento, nessun processo canonico, neppure una sospensione cautelare a Divinis, e questo malgrado lo stesso don Mauro avesse ammesso i fatti.

Va detto che in casi come questo, dove la cosa non è di dominio pubblico, la tattica della chiesa è sempre stata, ed è tutt’ora (vedi il servizio de LA7), quella di cercare di tenere nell’ombra l’accaduto e limitare i danni per poi, una volta calmate le acque, reintegrare il sacerdote altrove. Il caso di don Francesco Rutigliano condannato per abuso di minore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e mai denunciato all’autorità civile è esemplare. (Caso successivamente riportato anche nel libro di Emiliano Fittipaldi)

Siamo nel luglio del 2014 quando, dopo tre anni, delusi dal comportamento della diocesi che, nei fatti, non era ancora minimamente intervenuta se non in favore del prete accusato “spostandolo” prima in un’altra parrocchia, e poi, con la scusa di valorizzarne i suoi studi, ne ha fatto perdere le tracce, la vittima supportata dai suoi familiari decide di denunciare, questa volta però presso l’autorità civile.

È il 29 luglio del 2014 quando verrà depositata la denuncia, ma pochi giorni prima, per una pura coincidenza accade qualcosa che successivamente vedremo, spiazzerà la diocesi. Il 26 luglio un sacerdote trova nella cappella dell’ospedale San Giuseppe un bambino abbandonato. Quel sacerdote è don Mauro Galli. La notizia del ritrovamento del bimbo viene battuta da tutti i giornali rivelando anche che don Mauro è ancora a Milano e senza restrizione alcuna.

Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo

Pochi giorni dopo, il 29 luglio, la vittima depositerà come abbiamo detto la sua denuncia e la magistratura si attiverà immediatamente. Già il 18 agosto l’utenza di don Mauro è sotto controllo e il 31 la diocesi sembra già informata della querela.

Qualcuno si domanderà come abbia fatto la diocesi a sapere in così breve tempo della querela?

Semplice: glielo potrebbe aver detto la stessa magistratura vincolata da un articolo contenuto nel protocollo addizionale (art.2 punto B) dei Patti Lateranensi che recita “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”. Un privilegio che tutti gli indagati d’Italia vorrebbero avere…

Al di la di come la diocesi abbia appreso la notizia, tanto sono stati immobili e omertosi quando si trattava di rendere giustizia alla vittima, quanto sono stati rapidi e efficienti nel soccorrere il sacerdote invece.

La prima intercettazione utile è del 31/8/2014 quando don Mauro parlando al telefono con un collega;

UT (utente): MAURO  INT (interlocutore): UOMO

” UOMO: “pronto?

MAURO: eccomi qua, scusami ma sono a XXXXX a dormire e avendo la camera di fianco a XXXXX e company ho preferito uscire. Tutto bene?

UOMO: si io si, te?

MAURO: eeeh… (ride) la domanda di riserva? No… nel senso che non so niente di che, oggi ho ricevuto alle dodici… dodici e uno una email di Delpini (probabilmente don Mario Delpini ndr) che diceva “sei da queste parti… eh… telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti” e allora io anche se ero all’estero l’ho chiamato subito e ho detto… dice no no dai, fissiamo un appuntamento così ci vediamo giovedì che ho bisogno di dirti delle cose… al che vabbè, non è che sono proprio deficiente, per cui la prima domanda che gli ho fatto è “MI DEVO PREOCCUPARE?” e lui… silenzio, dice “eeeh…” siccome non diceva niente, dico “MA HO COMBINATO ANCORA QUALCOSA?” dice “NO, NO, IL PROBLEMA NON E’ QUELLO CHE HAI COMBINATO TU, MA QUELLO CHE HANNO COMBINATO GLI ALTRI… COMUNQUE NON E’ IL CASO CHE NE PARLIAMO PER TELEFONO, VIENI QUI CHE TI SPIEGO.” (breve pausa) Mi ha detto l’unica frase che ha detto “POI DOBBIAMO STARE MOLTO ATTENTI”, ha chiuso così.”

Sostieni Rete L Sostieni Rete L Sostieni Rete L

 La conversazione prosegue con le riflessioni degli interlocutori e ad un certo punto;

MAURO: eh… cosa ti devo dire… ma io guarda cioè… nel senso che… posso anche immaginare che cappero è successo, (disturbo di sottofondo) LA QUESTIONE E’ QUELLA FAMOSA DEL BAMBINO, FINITO COME EROE DA TUTTE LE PARTI, QUESTA COSA NON CI VA BENE.

UOMO: ma dici che è quello…?

MAURO: però.. io spero sia quello, nel senso che se è così vabbeh…”

È verosimile pensare che i timori di Delpini nel non voler parlare al telefono con don Mauro (che infatti contatta via mail) fossero dovuti alla consapevolezza che potessero esserci delle utenze sotto controllo. Si spiega anche l’irritazione per la vicenda del neonato trovato da don Mauro più di un mese prima, vicenda che a questo punto non era più pericolosa solo per il fatto che avrebbe confermato alla vittima che il sacerdote, malgrado tutto, era ancora a Milano, ma perché con un’indagine aperta sarebbe potuta diventare (come è stato) una delle prove agli atti che la diocesi non ha preso nessun provvedimento restrittivo o cautelativo lasciando don Mauro ufficialmente senza parrocchia, ma libero di girare ovunque… e lo ha fatto credetemi.

Pochi giorni dopo, il 4 settembre 2014, don Mauro incontra mons. Mario Delpini, non sappiamo cosa si siano detti nell’incontro, anche se possiamo immaginarlo perchè appena uscito don Mauro contatta uno studio legale al quale si presenta a nome di mos. Mario Delpini sottolineando all’interlocutore che il monsignore ha già parlato con  l’avvocato. Si incontreranno il giorno successivo.

Quanto accade nelle ore successive a quell’incontro è inquietante, tra i messaggi di amici e colleghi preoccupati che pregano per lui, emerge uno scenario di totale omertà, tanti sanno della vicenda e paiono muoversi in favore del sacerdote.

In un altro stralcio di intercettazione si intuisce anche quanto le gerarchie siano state tolleranti e generose con don Mauro il quale sembrerebbe evidente che malgrado la gravità della situazione avesse accondiscendenza nell’utilizzare un’altra carta offerta dalla diocesi;

“ MAURO: io guarda… io non ne posso… io davvero non ne posso più nel senso che in tutta questa cosa qui adesso non so cosa salterà fuori, però io piuttosto dico guardi io cambio anche diocesi e non me ne frega niente… però… mi dispiace però a questo punto se deve servire a essere tranquilli io mi (rumori) a Roma, poi nessuno mi vede più, vado in un’altra diocesi e vaffambagno… cioè, cosa devo fare? ”

Un totale di 1789 intercettazioni nelle quali si ripetono sostanzialmente le stesse argomentazioni, si scoprirà che don Mauro, probabilmente temendo di essere controllato dagli inquirenti, attiverà una seconda sim e in più occasioni verrà chiamato in causa monsignor Delpini che, come sembrerebbe evidente, ha avuto un ruolo attivo nella vicenda.

Ora, al di la della rilevanza delle intercettazioni che sono un documento eccezionale, più avanti spiegherò il perche, credo sia utile fare alcune riflessioni e vedere le cose in modo un pò più approfondito per capire quale è il meccanismo che la chiesa utilizza ancora oggi sistematicamente per insabbiare e perché questo meccanismo sia civilmente inaccettabile.

Partiamo da un dato di fatto che potete verificare tutti ovvero, chi di voi sa di un solo precedente dove vediamo un sacerdote o un vescovo denunciare un crimine di pedofilia all’autorità giudiziaria?

Aiutatevi pure con internet ma vi avviso che non troverete un solo caso, e non mi limito all’Italia.

Possiamo quindi dire che la chiesa omette sistematicamente la denuncia all’autorità civile?

Direi proprio di si.

È vero che la chiesa ha i suoi tribunali, ma è anche vero che questi non sono neppure lontanamente equiparabili a quelli civili, uno perché la massima pena che possono infliggere a un prete criminale è la scomunica, due perché in un processo canonico seduto al banco della vittima non c’è chi ha subito l’abuso, ma Dio, il prete e la vittima invece stanno seduti al banco degli imputati, rei con il loro gesto di aver arrecato un’offesa a Dio e provate a indovinare chi dei due è il “tentatore”… (Leggi l’approfondimento sui tribunali canonici)

Va anche detto che i tribunali canonici, in più del 90% dei casi (come testimonia oramai persino la cronaca), si attivano non quando la vittima denuncia alla chiesa, ma solo quando la cosa finisce sui giornali o in tribunale, esattamente come nel caso di don Galli. (gennaio 2015, tre anni e un mese dopo la prima denuncia fatta alle autorità diocesane e sei mesi  dopo l’apertura di una indagine della magistratura).

Ora, per carità, la chiesa ha tutto il diritto di fare i suoi processi ma ne converrete che nei confronti delle vittime e sotto l’aspetto preventivo l’esito di questi processi non ha alcuna utilità, anzi stando a quanto prevede il Trattato di Lanzarote, che l’Italia ha ratificato nell’ottobre del 2013, nei processi canonici si violerebbero anche quelle che sono le regole di base che tutelano i diritti delle vittime di abusi durante i processi.

Per fortuna esiste la legge civile, certamente più concreta ed efficace che però, come vedremo, da dei privilegi al clero di fronte ai quali i cittadini ne restano pesantemente penalizzati e costretti, loro malgrado, a subire una disparità di trattamento notevole.

Parlo del Protocollo Addizionale dei Patti Lateranensi (che l’ONU nel 2014 chiese sia allo Stato Italiano, sia alla Chiesa di rivedere) il quale prevede che “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.

Durante un’indagine è fondamentale che gli inquirenti possano investigare nel massimo riserbo e, soprattutto, all’insaputa dell’indagato che, diversamente, starebbe attento a quello che fa e a dove va, a ciò che dice al telefono, insomma prenderebbe tutte le precauzioni per tutelarsi dall’indagine e se possibile inquinerebbe probabilmente anche le prove. Per questo prima dicevo che le intercettazioni a don Galli, al di la del contenuto che è rilevante, mostrano anche verosimilmente quelle che sono state le mosse della chiesa che si muove in un sottobosco decisamente poco rassicurante, come abbiamo visto assolutamente omissivo, pieno di connivenze e complicità.

Lo stesso Bergoglio che da un lato promette tolleranza zero e punizioni severe nei confronti dei vescovi insabbiatori, dall’altro, senza muoverci di un centimetro dal caso Galli (perché ce ne sarebbero anche altri), promuove un vescovo come Delpini, che al momento è accusato di aver insabbiato, arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Italia, quella di Milano.

Pensavamo che con Papa Francesco al timone, la Chiesa fosse sulla strada della trasparenza e invece, a quattro anni dalla sua elezione, le vittime lamentano ancora di essere ignorate, due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che hanno coperto gli abusi è mai stato punito.

Il quadro che emerge è quello di una chiesa che è sbagliato dire non abbia fatto nulla nei confronti della pedofilia clericale, ha fatto moltissimo infatti esistono in Italia ben 5 comunità per preti con devianze. Esiste un supporto legale ai preti accusati spesso fornito direttamente dalle diocesi tant’è che diversi studi in Italia hanno scelto di specializzarsi nella difesa dei preti pedofili.

Quello che non esiste, è qualcosa per le vittime alle quali la chiesa per ora neppure risponde lasciandole incivilmente senza giustizia e con il supporto legale che “come una madre amorevole” da ai suoi criminali, le mette spesso per non dire sempre in inferiorità perchè non in grado di permettersi una difesa alla pari.

In tutto ciò è importante e doveroso fare una ulteriore riflessione perché c’è un problema di fondo, la magistratura si muove in base alla legge (fatta dal legislatore) che deve applicare anche quando questa è resa assurda da articoli invalidanti come quello del concordato che abbiamo citato prima, la chiesa, o almeno i suoi vertici, dimostrano di avere una coscienza civile profonda quanto una pozzanghera e non si fanno scrupolo nell’agire anche contro le vittime in modo criminale, d’altra parte lo stato Italiano glielo permette…

Eccolo il problema, l’assenza più totale del Goveno Italiano, anzi l’atteggiamento omissivo che questo ha avuto in materia negli ultimi 15 anni. Un Governo che è venuto meno ai suoi doveri tradendo di fatto i cittadini italiani ai quali nega una doverosa tutela su fatti ampliamente conclamati.

A più di 15 anni dallo scandalo iniziato negli USA nel 1998, il Governo Italiano non ha ancora neppure messo in agenda una commissione parlamentare di inchiesta per poter quantificare l’entità del problema, stessa cosa vale per le raccomandazioni fatte al Governo dall’ONU, ignorate in toto.

L’unica cosa che ha fatto, non per coscienza ma in conseguenza alla ratifica dei vari trattati tra cui quello di Lanzarote, è stata l’applicazione del certificato antipedofilia, che a danno dei cittadini e per non scontentare lo Stato estero del Vaticano al quale i nostri politici sono perennemente genuflessi, nella sua applicazione ha lasciato esente la categoria del volontariato, alla quale tò, appartengono anche i preti, ma anche allenatori di calcio, scout ecc. ecc.

Oltre al danno la beffa perché adesso i pedofili (non solo quelli in abito talare) sanno dove poter andare a cercare le proprie prede senza bisogno di esibire il certificato.

Direi geniale …

Francesco Zanardi

Portavoce della Rete L’ABUSO.


Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

Caso mons. Delpini; DIFFIDATO il portale della Chiesa di Milano

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Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.