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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Le menzogne della diocesi di Milano sul caso che coinvolge monsignor Mario Delpini

Le menzogne della diocesi di Milano sul caso che coinvolge monsignor Mario Delpini

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
16 Dicembre 2017
in Il punto della Rete L'ABUSO, Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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Teste Mario Delpini

DOMANDA: conosce don Mauro Galli ?

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RISPOSTA: si lo conosco, appena nominato fu mandato a Rozzano (MI) presso la parrocchia di Sant’Ambrogio in qualità di diacono, non ricordo esattamente le date … mi sembra di ricordare gli anni 2010/2011, ricordo poi che verso il periodo di Natale 2011/2012 venne trasferito a Legnano presso la parrocchia di San Pietro dove ci rimase alcuni mesi, dopodiché fu ordinato presso l’ospedale Niguarda.

IL TRASFERIMENTO DA ROZZANO A LEGNANO FU DECISO DA ME IN PERSONA a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano – Don Carlo Mantegazza – che mi aveva riferito di un ragazzo – di nome “Fausto” (nome di fantasia) – che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli ”.

Questo è quanto dichiarato sotto giuramento il  24 ottobre 2014 dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini interrogato presso gli uffici della Questura di Milano, una dichiarazione piuttosto discordante con le gravi inesattezze riportate ieri sul sito della Chiesa di Milano e poi riprese Avvenire.

Dona adesso Dona adesso Dona adesso

Gli articoli precisano che il termine “Abuso” a quell’epoca era ben lontano da essere ipotizzato, “non si è mai usata tale parola fino al 2014 quando viene data una versione diversa…”

Delpini ancora una volta ci viene in soccorso offrendo la verità autentica che lo riguarda chiarendoci ogni dubbio interpretativo e riferisce sempre alla polizia: ”…Don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che “Fausto” (nome di fantasia) aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano, ho convocato Don Mauro…”

Dunque una persona AUTOREVOLE come il PARROCO parla subito nel 2011 a Delpini e il Vescovo immediatamente va a Rozzano, nel 2011 non nel 2014 come erroneamente riportato sul sito della Chiesa di Milano e su Avvenire.

Delpini precisa cosa gli riferisce direttamente don Mauro (l’imputato): “…lui mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà familiari perché non voleva dormire quella notte a casa dei genitori…” “Ha per altro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte…” che è bene ricordare che all’epoca dei fatti aveva 15 anni.

L’articolo precisa giustamente che don Galli aveva chiesto preventivamente il consenso dei genitori, omettendo tuttavia che agli stessi non era stato specificato che sarebbe stato l’unico ragazzo a dormire in parrocchia tra tutti gli adolescenti che avevano le confessioni quella sera. Il consenso è stato accordato ben due giorni prima. Come poteva dunque il Galli immaginare che proprio due giorni dopo il ragazzo avrebbe manifestato l’intenzione di non tornare a casa a dormire? Inoltre, come mai don Mauro non si è preoccupato di predisporre la sistemazione nella stanza degli ospiti, presente nel suo appartamento, ma ha portato il ragazzo nel proprio letto matrimoniale?

Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo

Ancora una volta Delpini afferma sotto giuramento: “…Ho deciso quindi di trasferire Don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano…”
La polizia gli pone questa precisa domanda: “Monsignore, Lei era consapevole che Don Mauro GALLI nella parrocchia di Legnano si occupava di Pastorale Giovanile?” 

Risposta: “si certo, ne ero a conoscenza…” 

Milano, 25 marzo 2017.
Papa Francesco visita la diocesi di Milano.
Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola

Quindi il parroco parla a Delpini che decide il trasferimento senza avviare nessuna indagine canonica come viceversa descritto dalle linee guida della CEI per questi specifici casi.

Il motivo per cui la denuncia all’autorità civile sia stata fatta solamente il 29 luglio 2014 è riconducibile al fatto che la presunta vittima e i familiari, nel 2011, da buoni cattolici si sono rivolti con fiducia alla diocesi anziché alla polizia, diocesi che dopo aver promesso rigore, li ha di fatto presi in giro spostando ben due volte il sacerdote, prima a Legnano, poi al Niguarda e successivamente a Roma, o almeno, questo è quanto la diocesi ha fatto credere alla presunta vittima, perché nei fatti, in quel periodo don Mauro Galli si scoprì non essere a Roma, ma bensì sempre a Milano dove la notte del 25 luglio 2014 salvò un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale San Giuseppe (dove don Mauro esercitava al momento) salendo all’onore della cronaca .

Solo a questo punto, tre giorni dopo l’ennesima presa in giro, la presunta vittima e familiari data la poca serietà dimostrata fino a questo punto dalla diocesi, hanno deciso di affidarsi alla giustizia civile e così il 29 luglio 2014 sporgono formale querela.

Certo, a questo punto sarebbe utile anche motivare il perché prima dell’inizio del procedimento penale a carico di don Mauro Galli, come emerso nell’udienza del 12 c.m. qualcuno abbia proposto – al fine di far ritirare alla presunta vittima e ai familiari la costituzione di parte civile che chiedeva si ravvisassero anche le responsabilità della diocesi e della parrocchia di Rozzano – un indennizzo alla presunta vittima.

Forse un gesto caritatevole? Personalmente ho dei dubbi.

Resta a questo punto superfluo commentare quanto è agli atti del processo anche se sorge una domanda: chi sta mentendo?

Forse l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, (che se così fosse avrebbe dichiarato il falso anche sotto giuramento), oppure le inesattezze vanno accreditate ad una disonestà intellettuale che ha come unico fine quello di giustificare il comportamento “da manuale e sistematico” che la chiesa vuol far credere di aver abbandonato?

Comunicato congiunto con i nostri assistiti.

Francesco Zanardi

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Presidente – Rete L’ABUSO

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Francesco Zanardi

Francesco Zanardi

Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.