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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Istituti religiosi, silenzi e abusi: la parola alle vittime

Istituti religiosi, silenzi e abusi: la parola alle vittime

La ricerca dell’Università di Zurigo entra nella fase finale e cerca testimonianze in Ticino. Le violenze? ‘Non casi isolati ma un sistema’

Redazione WebNews by Redazione WebNews
13 Febbraio 2026
in World
Reading Time: 8 mins read
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Per decenni, per la Chiesa sal­vare le appa­renze è stato più impor­tante che sal­vare le vite spez­zate delle vit­time: per­sone lasciate sole, non cre­dute, non pro­tette. A ricor­darlo è anche la cro­naca recente, che riporta alla luce decine di casi di abuso ses­suale avve­nuti tra il 1950 e il 2022 all’abba­zia di Saint-Mau­rice, in Val­lese. I fatti sono stati rico­struiti da un gruppo di esperti indi­pen­denti inca­ri­cati di fare chia­rezza su una lunga sto­ria di silenzi. Nel col­le­gio, rino­mato per il rigore e l’edu­ca­zione impar­tita, l’atteg­gia­mento dei ver­tici è stato per anni quello di nascon­dere o mini­miz­zare gli abusi — defi­niti sbri­ga­ti­va­mente come sem­plici “bêti­ses” — allon­ta­nando gli autori con pel­le­gri­naggi o tra­sfe­ri­menti e chiu­dendo gli occhi davanti alle vio­lenze subite dai ragazzi affi­dati alla strut­tura. Tutto restava con­fi­nato nel segreto, desti­nato a pas­sare sotto silen­zio. Il rap­porto finale docu­menta 67 situa­zioni di vio­lenza ses­suale in senso lato, indi­vi­dua 30 autori adulti — in gran parte cano­nici — e almeno 68 vit­time, per lo più mino­renni. Solo la pres­sione eser­ci­tata dai media e dall’opi­nione pub­blica ha costretto la dire­zione dell’abba­zia a con­fron­tarsi aper­ta­mente con quanto acca­duto. Uno schema simile emerge anche dal Can­ton Uri.

Anche vit­time tici­nesi al col­le­gio di Alt­dorf?
Il pro­gramma Rund­schau (SRF) ha por­tato alla luce casi di abusi ses­suali e di uso ecces­sivo della vio­lenza risa­lenti agli anni Ses­santa e Set­tanta al rino­mato col­le­gio Carlo Bor­ro­meo di Alt­dorf. In seguito alle rive­la­zioni, la Dire­zione dell’istru­zione e della cul­tura del Can­ton Uri, il mona­stero bene­det­tino di Maria­stein e i Mis­sio­nari di Marian­n­hill di Alt­dorf hanno com­mis­sio­nato uno stu­dio scien­ti­fico per inda­gare sui fatti. L’inchie­sta è affi­data al Dipar­ti­mento di sto­ria dell’Uni­ver­sità di Zurigo. Il team di ricerca, che sta facendo il lavoro, lan­cia un appello a testi­moni di casi di abuso ses­suale nella Sviz­zera ita­liana. Le segna­la­zioni pos­sono pro­ve­nire sia da vit­time dirette sia da testi­moni indi­retti o da discen­denti. «Per decenni, in que­sto col­le­gio hanno vis­suto anche stu­denti pro­ve­nienti dal Ticino. Ogni testi­mo­nianza ci per­mette di appro­fon­dire la ricerca sui casi di abuso ses­suale avve­nuti tra il 1906 e il 1994 al Col­le­gio Carlo Bor­ro­meo e all’Inter­nato San Giu­seppe di Alt­dorf», spiega Vanessa

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Bigna­sca, ricer­ca­trice dell’Uni­ver­sità di Zurigo respon­sa­bile dello stu­dio per la Sviz­zera ita­liana. Paral­le­la­mente, la stu­diosa è coin­volta nel più ampio lavoro dell’Uni­ver­sità di Zurigo sugli abusi ses­suali nel con­te­sto della Chiesa cat­to­lica in Sviz­zera dagli anni Cin­quanta a oggi. La ricerca, com­mis­sio­nata dalla Con­fe­renza dei vescovi sviz­zeri, dalla Con­fe­renza delle Unioni degli Ordini reli­giosi e dalle altre comu­nità di vita con­sa­crata in Sviz­zera (KOVOS), non­ché dalla Con­fe­renza cen­trale cat­to­lica romana della Sviz­zera (RKZ), ha pre­sen­tato i primi risul­tati nel set­tem­bre 2023. Da allora l’inda­gine — che coin­volge anche Ticino e Gri­gioni ita­liano — è pro­se­guita e si con­clu­derà all’ini­zio del 2027 con la pub­bli­ca­zione dei risul­tati finali. «Dall’avvio dei lavori, nuovi docu­menti d’archi­vio e testi­mo­nianze ci hanno per­messo di com­pren­dere meglio i con­te­sti in cui si sono veri­fi­cati gli abusi ses­suali», osserva Bigna­sca. «Oltre all’ambito pasto­rale, scuole, col­legi e isti­tuti con inter­nato emer­gono come le realtà mag­gior­mente coin­volte, alcune delle quali nel frat­tempo hanno ces­sato la pro­pria atti­vità». Anche in merito a col­legi e isti­tuti in Ticino, i ricer­ca­tori cer­cano testi­mo­nianze: chi ha subito vio­lenze o ne è a cono­scenza può farsi avanti e aiu­tare così i ricer­ca­tori a fare luce.

A che punto siete della ricerca avviata tre anni fa?
Siamo nella fase finale: stiamo rac­co­gliendo le ultime testi­mo­nianze e infor­ma­zioni neces­sa­rie per com­ple­tare le piste di ricerca indi­vi­duate, in par­ti­co­lare per quanto riguarda il Ticino. Tutto il mate­riale con­fluirà nel rap­porto con­clu­sivo, che sarà pre­sen­tato all’ini­zio del 2027.

Che tipo di testi­mo­nianze state sol­le­ci­tando nella Sviz­zera ita­liana?
In par­ti­co­lare, casi di abuso ses­suale avve­nuti in isti­tuti, col­legi e scuole con inter­nato. La ricerca ha dimo­strato che que­sti con­te­sti rap­pre­sen­tano i luo­ghi in cui più fre­quen­te­mente si sono veri­fi­cati gli abusi.

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In Ticino il primo isti­tuto ad aver appro­fon­dito il pro­prio pas­sato è stato il Von Men­tlen di Bel­lin­zona. Altri dovreb­bero fare un eser­ci­zio di tra­spa­renza?
Sul Von Men­tlen è stata con­dotta una ricerca scien­ti­fica e, gra­zie alle testi­mo­nianze rac­colte, sono emerse situa­zioni di abuso. Abbiamo però indizi che ci por­tano a rite­nere che dina­mi­che simili si siano veri­fi­cate anche in altri isti­tuti e inter­nati del Ticino.

In Ticino il tema degli abusi ses­suali nei col­legi e negli isti­tuti sem­bra ancora un tabù che fatica a emer­gere. Per­ché?
Fino alla pub­bli­ca­zione del primo rap­porto dell’Uni­ver­sità di Zurigo, nel 2023, in Ticino non esi­steva un dibat­tito aperto su que­sto tema. Nel resto della Sviz­zera, invece, la discus­sione era già pub­blica e poli­tica e c’erano asso­cia­zioni di vit­time attive da tempo. Que­sto favo­ri­sce l’emer­gere delle testi­mo­nianze. Oggi anche in Ticino si sta creando un ter­reno più fer­tile: i media si occu­pano rego­lar­mente del tema, anche gra­zie a testi­moni dispo­sti a par­lare, e nel frat­tempo è nata GAVA, il Gruppo di Ascolto per Vit­time di Abusi in Ambito Reli­gioso in Ticino (offre soste­gno a chi ha vis­suto espe­rienze di abuso in con­te­sti reli­giosi: www.ascol­to­gava.ch; 091 210 22 02).

Dopo la pub­bli­ca­zione del primo rap­porto nel 2023, nuove vit­time si sono fatte avanti in Ticino?
Sì. In que­sti due anni, alcune per­sone hanno deciso di con­tat­tarci dopo aver letto sui gior­nali dello stu­dio dell’Uni­ver­sità di Zurigo. Si tratta spesso di per­sone impe­gnate in un per­corso per­so­nale di rico­no­sci­mento di quanto acca­duto, con la volontà di con­di­vi­dere la pro­pria espe­rienza e di por­tare alla luce aspetti rima­sti nasco­sti per troppo tempo. In alcuni casi si tratta di situa­zioni già note, in altri di casi com­ple­ta­mente nuovi, non rin­trac­cia­bili attra­verso le sole ricer­che d’archi­vio.

Per una vit­tima fare il primo passo e par­lare è molto dif­fi­cile: c’è il timore di non essere cre­duti, la ver­go­gna. Per­ché rivol­gersi a un ricer­ca­tore? E che cosa garan­tite?
Garan­tiamo innan­zi­tutto un ascolto attento, oltre all’ano­ni­mato e a un trat­ta­mento rigo­ro­sa­mente con­fi­den­ziale di tutti i dati rac­colti ai fini della ricerca. Non vogliamo for­zare nes­suno: siamo sem­pli­ce­mente dispo­ni­bili all’ascolto, qua­lora qual­cuno desi­deri con­di­vi­dere quanto ha vis­suto. Inol­tre, segna­liamo enti e strut­ture che pos­sono offrire soste­gno. Sap­piamo che si tratta di un passo deli­cato, che può riat­ti­vare ricordi dolo­rosi, ed è pro­prio per que­sto che affron­tiamo ogni testi­mo­nianza con la mas­sima atten­zione e rispetto.

Quanto sono indi­spen­sa­bili le testi­mo­nianze per rico­struire quanto è suc­cesso?
Le testi­mo­nianze sono estre­ma­mente pre­ziose, per­ché le tracce scritte esi­stono solo in una mino­ranza dei casi e per­ché per­met­tono di capire che situa­zioni ini­zial­mente rite­nute epi­so­di­che non lo erano affatto. Una nuova testi­mo­nianza può aprire diverse piste di lavoro: dati, nomi, indi­ca­zioni pre­cise aiu­tano a cer­care dei riscon­tri negli archivi o con­sen­tono incroci con altre testi­mo­nianze indi­pen­denti. Il nostro lavoro si fonda anche su fonti sto­ri­che pro­ve­nienti dagli archivi dio­ce­sani, dagli archivi giu­di­ziari e da quelli delle con­gre­ga­zioni reli­giose e degli isti­tuti. Gli abusi non sem­pre lasciano tracce negli archivi. Senza le voci delle vit­time, molti epi­sodi reste­reb­bero com­ple­ta­mente invi­si­bili.

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Quali sono gli osta­coli che hanno impe­dito l’emer­gere degli abusi nei col­legi e negli isti­tuti?
La ricerca ha mostrato che si trat­tava di isti­tu­zioni chiuse, for­te­mente gerar­chiz­zate. Al ver­tice c’era la dire­zione, che con­trol­lava rigi­da­mente le infor­ma­zioni in entrata e in uscita dall’isti­tuto. Per i bam­bini era estre­ma­mente dif­fi­cile rac­con­tare quanto acca­deva, otte­nere un rico­no­sci­mento o vedere avviata una pro­ce­dura giu­di­zia­ria. Nel caso dei col­legi era spesso deter­mi­nante la severa auto­rità dei reli­giosi. Negli altri isti­tuti, invece, molti ospiti erano bam­bini col­lo­cati fuori dal con­te­sto fami­liare: orfani, figli con­si­de­rati ille­git­timi o pro­ve­nienti da fami­glie in con­di­zioni socioe­co­no­mi­che dif­fi­cili. Minori par­ti­co­lar­mente vul­ne­ra­bili, spesso privi di appoggi esterni e di figure adulte in grado di ascol­tarli e pro­teg­gerli. Que­sta man­canza di soste­gno ha con­tri­buito a ren­dere gli abusi invi­si­bili e a per­pe­tuare il silen­zio per decenni.

I recenti casi del Val­lese e di Alt­dorf mostrano che non si tratta solo di sin­gole per­sone malate all’interno di strut­ture sane. Il pro­blema appare piut­to­sto endo­geno, legato a isti­tu­zioni con gerar­chie rigide e forti con­cen­tra­zioni di potere, che pos­sono diven­tare ter­reno fer­tile per gli abusi. Cosa ne pensa?
È una let­tura che con­di­vi­diamo. Anche nelle con­clu­sioni del pro­getto pilota è emerso chia­ra­mente che il pro­blema degli abusi ses­suali non è epi­so­dico né ricon­du­ci­bile esclu­si­va­mente a sin­gole per­sone “malate”, ma ha una dimen­sione strut­tu­rale. È il risul­tato di una com­bi­na­zione di fat­tori, tra cui una gerar­chia eccle­sia­stica che per buona parte del Nove­cento si è mostrata poco pro­pensa a inter­ve­nire su que­sti fatti. Si tratta di un sistema che, di fatto, ha per­messo agli autori di restare impu­niti e di con­ti­nuare a eser­ci­tare il pro­prio ruolo, pro­tetti dal pre­sti­gio e dal potere di cui gode­vano i sacer­doti o le per­sone che lavo­ra­vano negli isti­tuti. Que­sto con­te­sto isti­tu­zio­nale ha con­tri­buito a creare le con­di­zioni per­ché gli abusi potes­sero ripe­tersi nel tempo, senza essere denun­ciati né san­zio­nati.

Chi con­tat­tare
Chi vuole con­di­vi­dere espe­rienze o infor­ma­zioni su abusi in ambito eccle­siale pos­sono con­tat­tare il team di ricerca: [email protected] (email) o al numero 044 634 47 38.

https://www.laregione.ch/inchieste-e-approfondimenti/1900422/istituti-religiosi-silenzi-e-abusi-la-parola-alle-vittime

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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