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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Gernot Paulmichl: “Ho subìto abusi in parrocchia già da piccolo”

Gernot Paulmichl: “Ho subìto abusi in parrocchia già da piccolo”

Ha 60 anni ma ha deciso di raccontarlo alla sua famiglia solo un anno fa: «Ho visto un film e ho scelto di non restare più in silenzio». Nel documentario girato dal regista austriaco Georg Lembergh fra l'Alto Adige e il Tirolo del Nord quattro voci femminili vittime di abusi sessuali confessano le pressioni subìte per non parlare

Osservatorio PERMANENTE by Osservatorio PERMANENTE
12 Febbraio 2026
in web stories
Reading Time: 3 mins read
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VENOSTA. Gernot Paulmichl oggi ha 60 anni – una moglie e tre figli di 25, 23 e 16 anni – ma si è deciso a parlare degli abusi subiti da bambino solamente un anno fa dopo aver visto il film “(K)einen Ton sagen – Non più silenzio” proiettato in tante sale, compresa quella di Silandro.

Nel documentario girato dal regista austriaco Georg Lembergh fra l’Alto Adige e il Tirolo del Nord quattro voci femminili vittime di abusi sessuali confessano le pressioni subìte per non parlare. A quel punto anche Gernot ha scelto di uscire allo scoperto: «Sono stato invitato da una conoscente che faceva la co-protagonista e ho deciso, dopo tanti anni, di raccontare quello che mi era successo in Parrocchia». Il primo media a rendere pubblica la sua storia è stato il “Vinschgerwind” con Magdalena Dietl Sapelza ma oggi Gernot l’ha ripetuta anche a noi.

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Quanti anni aveva?

Tutto è accaduto quando avevo dai 6 agli 8 anni. Venni invitato ad andare in canonica per confessarmi. La confessione si trasformò in un abuso sessuale da parte del parroco con la motivazione che avevo un’anima nera, che ero posseduto da spiriti maligni e dovevo essere purificato. Ci fu anche un esorcismo e venni invitato a non dirlo a nessuno.

E a casa sapeva di non poter dire niente, sebbene lei fosse la vittima..

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Sì, mi sentivo in colpa, ero impotente e rimasi in silenzio, anche perché sapevo che mio padre non tollerava alcuna contraddizione, tantomeno quando si trattava di preti. Provai a parlarne con una zia ma mi fermò con uno schiaffo. In quel periodo venni invitato a confessarmi circa 50 volte. Non ero l’unico vittima di abusi, il prete poi fu allontanato ma non ebbe conseguenze.

Il problema fu, poi, che lo incontrò più avanti anche in val Pusteria. Giusto?

Sì, ero andato a Sesto a lavorare in un albergo per guadagnarmi i primi soldi da studente. Il prete mi cercò con insistenza temendo che potessi parlare degli abusi.Poi fece il servizio militare nei paracadutisti a Pisa.

E cosa accadde?

Quel prete arrivò anche a scrivere al cappellano militare. Quest’ultimo entrò nella mia stanza e mi mostrò una lettera del mio ex aguzzino, in cui quest’ultimo scriveva che ero un’anima malvagia, non degna di guidare un gruppo di 12 persone.

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A quel punto lei fu spedito in Libia. Perché?

Mi chiesero ancora prestazioni sessuali ma rifiutai inorridito. Poi venni spedito in Libia come ritorsione. In Nord Africa dovevamo liberare il deposito di petrolio di Gheddafi vicino a Tripoli, occupato dai ribelli. Due membri del mio gruppo – un giardiniere e un gelataio – persero anche la vita e questo causò altro dolore.

Poi, una volta a casa, cercò di condurre una vita normale. Come?

Sì, ho gestito un negozio di souvenir a Solda, mi sono formato come massaggiatore sportivo, mi sono sposato e sono diventato padre di tre figli. In quegli anni ho cercato di evitare la chiesa il più possibile.

Però alla distanza è venuto fuori tutto e lei ha iniziato ad attraversare una crisi profonda. È esatto?

Sì, un giorno tutto mi è crollato addosso. Pensavo di non farcela e sono sprofondato in una depressione profonda. Ho iniziato a bere e non riuscivo più gestire la quotidianità.

Per curarsi è stato nel centro specializzato di Bad Bachgart. È corretto?

Sì, la prima volta nel 2002 e l’ultima a ottobre-novembre 2025. In totale ci sono stato cinque volte per un totale di quasi un anno di permanenza. Ma all’inizio di questo percorso ho comunque taciuto gli abusi subìti.

Lei ha cercato di reprimere a lungo i suoi ricordi che sono venuti fuori solo di recente, a Bad Bachgart. Grazie a chi?

Sì, il mio psicoterapeuta Eduard Senoner è riuscito a incoraggiarmi e a farmi dire ciò che avevo nascosto per decenni. Ora anche mia moglie e i figli sono al corrente della situazione e questo mi fa sentire meglio. Non sto benissimo di salute e ho dovuto smettere di lavorare presto.

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C’è una cosa che l’ha aiutata soprattutto negli ultimi anni?

Sì, mi sono dedicato alla filosofia. Forse anche per questo ho una piccola richiesta per i sacerdoti altoatesini.

Quale?

Vorrei confrontarmi faccia a faccia con loro sull’aldilà, sul posto in cui l’anima vive dopo la morte.

https://www.altoadige.it/cronaca/gernot-paulmichl-ho-sub%C3%ACto-abusi-in-parrocchia-gi%C3%A0-da-piccolo-1.4289738

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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