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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » Inchiesta sulla Famiglia di Maria: le ragioni del commissariamento e della rimozione di p. Sigl

Inchiesta sulla Famiglia di Maria: le ragioni del commissariamento e della rimozione di p. Sigl

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
20 Gennaio 2023
in Cronaca e News
Reading Time: 11 mins read
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ROMA-ADISTA. Confusione tra foro interno e foro esterno, tra ruolo spirituale e amministrativo; culto cieco e incondizionato del fondatore; manipolazione mentale, annullamento delle personalità e delle coscienze; mistificazione della narrazione spirituale; emarginazione di chi dissente, potere assoluto sui singoli individui: sarebbero soprattutto queste le ragioni che hanno originato il provvedimento vaticano di commissariamento della comunità Pro Deo et Fratribus – Famiglia di Maria e del suo braccio sacerdotale, l’associazione pubblica clericale Opera di Gesù Sommo Sacerdote (v. Adista Notizie n. 44/22 e Adista online 31/12/22), e la rimozione dal suo ruolo del presidente e direttore spirituale p. Gebhard Paul Maria Sigl, sul quale peserebbe la responsabilità della situazione. La Comunità oggi conta oltre 60 sacerdoti, 30 tra seminaristi e “fratelli laici”, 200 “sorelle apostoliche” e famiglie di 11 Paesi: Italia, Germania, Austria, Svizzera, Francia, Olanda, Slovacchia, Repubblica Ceca, Russia, Kazakistan e Uruguay (dati del sito della comunità). La sua spiritualità, si legge sempre sul sito, si fonda su «amore per Maria, spirito eucaristico-sacerdotale e fedeltà al papa».

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Il commissariamento pro tempore ha fatto seguito alla visita apostolica condotta nel 2021 dal vescovo emerito di Bari mons. Francesco Cacucci, ed è stato affidato il 1 giugno 2022 al vescovo ausiliare di Roma mons. Daniele Libanori e, per la parte femminile, alla religiosa suor Katarina Kristofová, nell’attesa di comprendere quale sarà il futuro della comunità e dei suoi membri. Una vicenda su cui vige il massimo riserbo, data anche l’alta protezione di cui gode la comunità in Vaticano, ma i cui contorni si stanno delineando con più precisione, grazie al contributo fondamentale di testimoni e vittime con cui siamo venuti in contatto. Una vicenda le cui radici risalgono lontano nel tempo, all’origine stessa della comunità, già pervasa di aberrazioni settarie e illeciti canonici perpetrati da personalità controverse o devianti. Una vicenda di cui occorre raccontare la storia perché fa luce sui contesti e le dinamiche delle derive settarie e degli abusi di potere, spirituali e psicologici, quando non anche sessuali, in tanti movimenti e nuove comunità: sarebbero circa 40 le realtà ecclesiali sotto la lente d’ingrandimento del Vaticano in questo periodo.

La potenza oscura del controverso mons. Hnilica

A fondare la comunità Pro Deo et fratribus (solo in seguito chiamata Famiglia di Maria) è, nel 1968, il gesuita mons. Pavel Hnilica, ordinato e consacrato vescovo in clandestinità nell’allora Cecoslovacchia comunista, poi, dopo il Concilio Vaticano II, sollecitato da Paolo VI a occuparsi dei cattolici nell’Est Europa e braccio destro di Giovanni Paolo II per tutto ciò che riguardava il sostegno (anche economico) alle quelle Chiese: su suo mandato, nel 1984 consacrò la Russia al cuore immacolato di Maria, su “dettato” delle apparizioni di Fatima. Hnilica è un personaggio controverso. Nel libro di Ferruccio Pinotti e Giacomo Galeazzi Wojtyla segreto, del 2011, vengono ricostruiti in modo minuzioso i passaggi delle ingenti quantità di denaro che dallo Ior e dal Banco Ambrosiano, proprio attraverso organizzazioni come la Pro Deo et Fratribus (utilizzata dal Vaticano e dalle intelligence occidentali), venivano trasferite in Polonia o verso le organizzazioni anticomuniste del Centro e Sudamerica. Proprio in relazione al caso banca vaticana (IOR)/Banco Ambrosiano e alla vicenda della valigetta di Roberto Calvi Hnilica è stato un personaggio centrale: fu condannato in primo grado nel 1993 a tre anni e sei mesi per ricettazione: aveva emesso due assegni in bianco in cambio di documenti che avrebbero potuto dimostrare l’innocenza del Vaticano nel fallimento del Banco Ambrosiano; fu poi assolto in Cassazione nel 2000, avendo agito, secondo quanto asserito dalla pm Maria Monteleone, per non compromettere l’onore del papa e del Vaticano. Nel 1989, era stato trovato in possesso di documenti dei servizi segreti italiani (Sismi) riguardanti gli ultimi giorni di Calvi. Fu amico stretto di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, di madre Teresa di Calcutta e di Werenfried van Straaten, che nel 1947 aveva dato vita alla fondazione pontificia internazionale “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, e che fu candidato alla beatificazione fino all’emergere di un’accusa di abusi sessuali (v. Adista online, 11/2/21). Hnilica fu anche al centro di vari movimenti controversi (come l’Opus Angelorum, v. Adista Notizie n. 90/2010 e l’Armata bianca di p. Andrea D’Ascanio), e il suo nome compare spesso legato ad apparizioni mariane di dubbia natura: nel pieno della guerra bosniaca, con il calare dei proventi del santuario di Medjugorje, tentò di creare una realtà analoga negli Stati Uniti, in Colorado, sponsorizzando le visioni della veggente Theresa Lopez e organizzando con lei dei tour che inizialmente fruttarono 50 milioni di dollari all’anno. Durò poco: nel 1991 l’arcivescovo di Denver James Stafford dichiarò le visioni non sovrannaturali.

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Torniamo alla Comunità.

Dopo il crollo dei regimi comunisti, all’inizio degli anni ‘90, Hnilica “rifonda” la Pro Deo et Fratribus sulle ceneri dell’Opera dello Spirito Santo (OSS), una comunità fondata nel 1972 dal prete austriaco, all’epoca 52enne, Josef Seidnitzer – personaggio tragico e complesso, condannato al carcere tre volte tra gli anni ‘50 e ‘60 dai tribunali austriaci per abusi sessuali seriali su ragazzi adolescenti – e dal suo “pupillo”, il 23enne Gebhard Paul Maria Sigl, suo braccio destro fino alla morte (Seidnitzer muore nel 1993) nonostante fosse al corrente del suo passato. Quando l’Opera dello Spirito Santo fu dissolta nel 1990 per gravi problemi (v. più avanti), Hnilica raduna attorno a sé i 21 “sopravvissuti” offrendo loro la prospettiva di una nuova vita comunitaria a Roma: la “nuova” Famiglia di Maria.

Le radici della Famiglia di Maria: Josef Seidnitzer e l’Opera dello Spirito Santo

Torniamo al 1972. L’Opera dello Spirito Santo di Seidnitzer e Sigl rientra tra i movimenti mariani, nati all’interno della spinta postconciliare di matrice carismatica orientati al rinnovamento della Chiesa. Alla guida e al centro di questo microcosmo, tendenzialmente innovativo, la personalità complessa di Seidnitzer e un sistema comunitario fondato sulla tirannia psicologica.

Alcuni testimoni con i quali abbiamo parlato lo descrivono come un narcisista che interpretava la storia in funzione di se stesso, e che si considerava il papa dei nuovi tempi, il «nuovo Pietro» che avrebbe edificato una Chiesa rinnovata, circondato dai suoi “apostoli” (a ognuno dei membri veniva attribuito infatti il nome di un apostolo: Gebhard Sigl, da lui designato come il suo successore, si sarebbe chiamato “Paul”, Paolo, nuovo apostolo delle genti). Questa dimensione assunse toni deliranti: a Natale del 1974, racconta una nostra fonte, Seidnitzer profetizzò che avrebbe dovuto realizzarsi l’atteso intervento divino nella storia, e che papa Paolo VI avrebbe dovuto dimettersi per lasciare il suo posto a lui, il Pietro della nuova Chiesa. Un megalomane millantatore, insomma, che affermava di essere depositario di rivelazioni divine personali, di avere dolorose stimmate invisibili, che manipolava i giovani, cercando di convincerli di avere una vocazione con una pressione morale e spirituale, esercitata grazie a un impressionante «potere di incantamento», con il quale li esortava a «incarnare il sogno di una Chiesa nuova, del quale dovevano sentirsi responsabili»; un uomo capace di impedire a uno dei membri della comunità di allontanarsi per visitare un genitore morente, affermando con sicurezza, presto smentito, di sapere che Dio non l’avrebbe fatto morire; di impedire a un altro di adempiere agli obblighi militari, causando il suo arresto alla frontiera; di scrivere a una madre che “Dio gli aveva rivelato” che il figlio era destinato al sacerdozio; un imbroglione che simulava estasi mistiche con una «sapiente recitazione». Un mistificatore apocalittico, che faceva dell’“imminente” intervento divino nella storia l’elemento che teneva insieme la comunità bloccandola in un perenne crescendo di aspettative, soggiogandone e intrappolandone i membri. Membri che erano uomini e donne sinceramente desiderosi di votare la propria vita a Dio, ma che venivano privati di ogni tratto personale, del tutto omologati e resi incapaci di aprire gli occhi, cristallizzati in una sorta di “limbo” fisso, immutabile e disincarnato rispetto alla vita reale. E poi, non dimentichiamolo, Seidnitzer negli anni ’50 aveva trascorso in totale quasi tre anni in carcere per abusi sessuali su numerosi ragazzi, che ubriacava per poi stuprarli. Il che non gli aveva impedito, in seguito, di continuare la sua attività pastorale in Francia, coperto dal sistema di omertà della Chiesa.

La fine rovinosa dell’Opera dello Spirito Santo

Nel 1972 la neonata Opera si insediò a Castelgandolfo, nella diocesi di Albano (Roma), inizialmente come comunità priva di inquadramento canonico. Fu nel 1977 che il card. Gabriel-Marie Garrone, a quel tempo prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica, inviò una visita, affidata a mons. Andrea Pangrazio, visitatore dei seminari italiani, in seguito alla quale concesse l’approvazione ad experimentum dell’Opera. Garrone conosceva Seidnitzer dal 1961, quando era vescovo a Tolosa, perché lo aveva accolto in diocesi, trasferito dall’Austria, e gli aveva affidato un lavoro in parrocchia. La luna di miele durò poco, perché nel 1978 il prelato, probabilmente informato del passato criminale di Seidnitzer, ritirò improvvisamente la concessione, invitando quest’ultimo a «ritirarsi per un tempo di riflessione e preghiera, lontano da Roma, se possibile fuori dall’Italia» (lettera 8 febbraio 1978); il vescovo di Albano, mons. Gaetano Bonicelli, a sua volta, espulse la comunità dalla diocesi con l’ingiunzione di scioglierla. Seidnitzer, ci racconta il nostro testimone, si sarebbe piegato all’ordine dell’istituzione, ma Sigl provò a resistere.

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L’anno successivo Seidnitzer, Gebhard Paul Maria Sigl e la comunità tornano in Austria, a Innsbruck, dove Seidnitzer, invece di disperdere i suoi sodali come gli era stato imposto, dà vita allo “Studienheim International Villa Salvatoris”, la nuova sede della comunità che appariva come una sorta di seminario parallelo di dubbia ortodossia; il vescovo di Graz-Seckau (la sua diocesi di origine), Johann Weber, lo rimuove dal servizio sacerdotale per disobbedienza (19/11/1979). Anche il vescovo di Innsbruck Reinhold Stecher si esprime più volte contro la comunità e nell’autunno 1985, sulla scorta di un documento della Congregazione per l’Educazione cattolica firmato dal prefetto card. William Baum (15/7/1985), dichiara che tale “seminario parallelo” non ha legittimazione alcuna: «Non è nient’altro che l’invenzione privata di una singola persona – si legge nel documento vaticano – che si è arrogato purtroppo il diritto di imboccare una strada di propria scelta, e che fino a oggi ha ignorato la disciplina più elementare delle norme ecclesiastiche e continua a ignorarle». «È escluso – avverte a commento il vescovo Stecher nella sua lettera – che i membri di questo “seminario” possano mai essere autorizzati a una consacrazione ecclesiastica», e afferma che lì vengono svolte attività pastorali «sotto il pretesto che si tratti di una realtà cattolica e fedele alla Chiesa». Un nuovo avvertimento arriva nel 1988. Seidnitzer si ritira completamente e definitivamente dalla comunità nel 1990, morendo tre anni dopo. Ma c’è chi ne continua l’opera.

Sigl e le prime ordinazioni controverse nella Famiglia di Maria

È in questa fase, alla fine del 1989, che si inserisce nella storia mons. Hnilica, tramite uno dei membri, p. Rolf Philipp Schönenberger, che lo porta a Innsbruck: «Ho incontrato questo gruppo di giovani guidati da p. Joseph Seidnitzer e Paul Maria Sigl», ricorderà in seguito il vescovo, apprezzandone la forte devozione mariana e proponendo tornare a Roma in cerca di futuro; «io sono un vescovo senza una comunità, e voi siete una comunità senza vescovo», dirà loro. Una nuova comunità in effetti, ci spiega un testimone, era utile tanto a Hnilica quanto a Paul Maria Sigl: per il primo significava poter contare sul radicamento di una comunità in Italia, della quale essere il mentore; per Sigl, disporre di un luogo istituzionalmente riconosciuto dalla Chiesa in cui poter crescere nel potere personale, “ripulendo” la nuova comunità dalla scomoda eredità di Seidnitzer. Molti, constatate le premesse, abbandonano, sfiduciati e scettici sul nuovo corso, come lo svizzero Marian Eleganti, oggi vescovo emerito di Coira, in Svizzera, che era entrato nell’OSS nel 1978.

Ottenuta una prima approvazione della comunità nell’estate del 1992, dal vescovo della diocesi slovacca di Roznava mons. Eduard Kojnok, Hnilica ordina in fretta e furia a Fatima, l’8 dicembre di quell’anno, cinque dei membri che, provenendo dall’OSS (il cui seminario era stato condannato dalla Chiesa come “invenzione personale”), erano privi dei requisiti formativi per accedere al presbiterato in seminario: oltre allo stesso Sigl, Luciano Alimandi (oggi officiale in Segreteria di Stato vaticano), Aleandro Cervellini, Rolf Schönemberger, Johannes Stoop. Hnilica d’altronde, nel prendere questa scorciatoia, poteva contare su amicizie nella Curia romana. Scorciatoia che, peraltro, contraddice il Codice di Diritto Canonico, che al can. 250 impone un ciclo di studi di sei anni, prima dell’ordinazione presbiterale. Qui, il tempo intercorso tra lo sbandamento dell’OSS e l’ordinazione è di due anni a dire tanto. Ma Hnilica garantisce per tutti, senza apparentemente rendersi conto della grave eredità che quegli uomini si portavano dietro, senza esercitare alcun discernimento che potesse “raddrizzare” una costruzione nata già storta, e contribuendo, dunque, al perpetuarsi di un contesto nutrito da una narrazione già fortemente deviata.

Gebhard “Paul Maria” Sigl prende le redini

Uscito di scena Seidnitzer, è dunque Paul Maria Sigl, il suo “pupillo”, a prendere in mano le redini della “nuova “Pro Deo et fratribus – Famiglia di Maria”, dandole decisamente un’identità improntata ai culti mariani e alle apparizioni. Sigl, raccontano i nostri testimoni, è un uomo affabile, affascinante, magnetico, che ama la pittura e la musica. Ma la storia della “nuova” Famiglia di Maria sembra ricalcare il passato: Sigl è assetato di potere, riesce persino a far credere ai suoi seguaci di essere un figlio spirituale di Padre Pio, del quale afferma di indossare i guanti, imponendo le mani. Pretende di avere il carisma della lettura nel cuore delle persone, grazie al quale avrebbe indicato a ognuna la propria vocazione e il proprio santo protettore. Nel 1995 il Pontificio Consiglio per i Laici eleva la Famiglia di Maria ad associazione di diritto pontificio, gli statuti vengono approvati definitivamente nel 2004. Nel 2008 Sigl ottiene dal Vaticano l’approvazione del ramo presbiterale della comunità, l’“Opera di Gesù Sommo sacerdote”, fondata il giorno della sua ordinazione del 1992, e ora riconosciuta dal Dicastero per il Clero come “associazione pubblica presbiterale con facoltà di incardinare i preti”.

Il “nuovo apostolo Paolo” imprime sulla sua “creatura” il sigillo del suo potere assoluto: divide rigidamente ramo maschile e femminile, emargina chi esprime una voce dissenziente, svaluta la personalità dei membri (soprattutto delle donne consacrate, votate alla “santificazione dei preti”), instilla un concetto di obbedienza assoluta e sensi di colpa, viola la libertà individuale, in primo luogo psicologica, in cambio dell’offerta di una vita agiata, grazie alle grandi quantità di denaro che confluiscono nelle casse della comunità; sovrappone i ruoli di presidente e direttore spirituale, sommando in sé due dimensioni che vanno in corto circuito, quella spirituale e quella di superiore gerarchico, confondendo così foro interno ed esterno, coscienza e autorità: la radice di ogni abuso di potere. La vita spirituale viene incentrata per lo più sul culto delle visioni private della veggente olandese Ida Peerdeman, di cui Sigl era amico (le cosiddette apparizioni di Amsterdam, dove la comunità gestisce un santuario), che riguardano “Nostra Signora di tutti i popoli”, una Maria che chiederebbe per sé il dogma di Corredentrice. Tanto le visioni quanto il titolo di “corredentrice” sono state condannate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma p. Sigl ha continuato a diffonderne il culto, a promuovere e animarne i pellegrinaggi, a scrivere libri sul tema.

Tuttavia, a quanto sembra, non sarebbero tanto queste deviazioni dottrinali a preoccupare il Vaticano, quanto piuttosto le derive settarie, quello che una nostra fonte definisce «soggiogamento mentale, potere assoluto sul singolo individuo, “creazione” di persone tutte uguali, cloni l’una dell’altra, senza una opinione personale»; il fatto che venga impedita una formazione intellettuale seria e un confronto con la vita reale; la costruzione, in definitiva, di una narrazione spirituale che si pretende divina ma che si innesta a sua volta su una precedente narrazione gravemente deviante. Lo dimostra anche, sul versante femminile, la storia della “superiora” delle consacrate, “madre Agnès”, al secolo Franziska Kerschbaumer, feticcio plasmato da Sigl come detentrice di un carisma ancora nascosto. Anche qui, un’attesa messianica funzionale alla conservazione del potere.

Le amicizie importanti, i ruoli in Vaticano

La Famiglia di Maria, presente in Italia con due comunità, a Civitella del Tronto (Teramo) e ad Ariccia (Roma), ha sempre potuto contare – grazie anche a mons. Hnilica – su amicizie importanti, sia in Vaticano, sia tra i vescovi diocesani. Fa parte della comunità, come detto sopra, mons. Luciano Alimandi, già segretario di mons. Hnilica (dal quale, lo ricordiamo, fu ordinato a Fatima nel 1992), in seguito segretario del prefetto della Congregazione per il Clero card. Dario Castrillón Hoyos a cavallo degli anni 2000, e dal 2009 officiale della Segreteria di Stato vaticano, sezione Rapporti con gli Stati. Ne è un membro anche lo slovacco p. Martin Barta, dal 2011 assistente ecclesiastico internazionale della fondazione di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, presieduta dal 2011 dal card. Mauro Piacenza, già prefetto della Congregazione per il clero e dal 2013 penitenziere maggiore del Tribunale della Penitenzieria apostolica (il tribunale supremo vaticano). Anche l’assistente ecclesiastico della sezione italiana della Fondazione, il colombiano p. Martino Serrano, appartiene all’Opera di Gesù Sommo Sacerdote. Il card. Piacenza è molto vicino alla comunità: oltre ad avere celebrato l’ordinazione sacerdotale di alcuni membri, il suo segretario alla Penitenzieria è lo slovacco p. Lubomir Welnitz, membro dell’Opera di Gesù Sommo Sacerdote e dal 2020 anche cerimoniere pontificio.

Il futuro della comunità

Il commissariamento pro tempore della Famiglia di Maria prelude a una decisione vaticana sul destino della comunità; nel suo futuro potrebbe esserci la dissoluzione o una riforma, ma secondo il vescovo di Amsterdam mons. Jan Hendriks, intervistato dal quotidiano olandese Nederlands Dagblad (17/1), l’ipotesi più probabile è che si proceda a una sorta di ricambio ai vertici; l’attuale responsabile straordinario mons. Libanori avrebbe informato Hendriks che, per quanto riguarda la comunità di Amsterdam, «c’è la possibilità che venga ampliata con qualche persona». Una misura soft, per concedere alle persone che fanno parte della comunità tutto il tempo necessario per acquisire consapevolezza ed elaborare il “lutto” arrecato dallo svelamento del reale stato di cose, passato e presente. Vari tentativi da noi fatti per contattare telefonicamente e via mail la comunità sono andati a vuoto.

https://www.adista.it/articolo/69371

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

Il dilemma della Chiesa

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by Rete L'ABUSO HRC
5 Marzo 2020
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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.