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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » Le deboli premesse dell’indagine della Cei sugli abusi nel clero

Le deboli premesse dell’indagine della Cei sugli abusi nel clero

Federica Tourn by Federica Tourn
29 Maggio 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Federica Tourn ha descritto ieri su questo giornale i contenuti della proposta che il nuovo presidente della Cei ha avanzato per conoscere meglio e contrastare il fenomeno degli abusi commessi dai membri del clero cattolico.

Le novità più significative sono rappresentate da un report nazionale annuale (che verrà analizzato da un «centro accademico di ricerca» di cui non è stata rivelata l’identità) e da un’analisi dei casi di preti abusatori depositati negli ultimi vent’anni presso la Congregazione per la dottrina della fede. Anche in questo caso i dati verranno analizzati «in collaborazione» con non meglio precisati «istituti di ricerca indipendenti». Si da per inteso che tutto il processo, compresa la comunicazione finale dei dati all’opinione pubblica, sarà gestito dalla stessa Cei.
Vedremo quale sarà la consistenza e la profondità dei dati che la Cei sarà in grado di produrre. Quello che appare chiaro sin da ora è che la proposta italiana è quanto di più lontano si possa immaginare dalle commissioni indipendenti costituite in altri paesi europei e negli Stati Uniti.

Prendiamo il caso della francese commissione Ciase che ha chiuso i suoi lavori l’anno scorso. In primo luogo, la commissione è stata presieduta da un ex magistrato, Jean-Marc Sauvé, che ha a sua volta scelto, in totale autonomia e senza nessuna interferenza da parte della chiesa, gli altri venti componenti.

Totalmente libero è stato anche il programma di lavoro di tutti costoro (credenti e non credenti, tutti studiosi con varie competenze, ma in nessun caso membri della chiesa) che ha riguardato settant’anni di vita della chiesa, dal 1950 al 2020. La commissione ha accumulato più di 26mila ore di lavoro e, malgrado i suoi membri non abbiano percepito una retribuzione, i suoi lavori sono costati 2,6 milioni di euro che la chiesa cattolica francese ha pagato senza mai chiedere di intervenire nel merito.

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In secondo luogo, la commissione ha messo al centro del suo interesse l’ascolto delle vittime. Tutti i suoi membri si sono impegnati ad ascoltare personalmente centinaia di vittime su tutto il territorio francese. «Come sarebbe stato possibile – ha scritto nella prefazione del rapporto il presidente Sauvè – conoscere e capire la realtà di questa situazione, e tracciarne delle conclusioni, senza farci toccare dalla sofferenza e dall’isolamento e, molto spesso, dalla vergogna e dalla colpa provata dalle vittime? Senza le parole di coloro che hanno subito gli abusi la nostra società vivrebbe nell’ignoranza e nella negazione».

Il metodo francese
Nel merito, e limitandomi a una descrizione per sommi capi, la commissione ha messo a punto un grande sondaggio, condotto con metodi rigorosamente scientifici, per far emergere le “dimensioni nascoste” del problema. La survey ha consentito di raccogliere la testimonianza di migliaia di abusi rimasti sommersi e mai denunciati ed è sulla base di questi che si è giunti a formulare le stime sulla diffusione degli abusatori nelle fila del clero (quelle che hanno prodotto i mal di pancia di alcuni gerarchi cattolici francesi). Centinaia di vittime sono state poi intervistate di persona e in profondità (con interviste spesso ripetute della durata media di quattro ore) A questo si è aggiunto il lavoro meticoloso svolto da un’équipe dell’École pratique des hautes études su decine di archivi (compresi quelli rimasti sino ad ora inaccessibili) della chiesa francese, su altri archivi pubblici e sulla stampa.

La stessa équipe ha provveduto a intervistare centinaia di preti, vescovi e seminaristi francesi e a consultare ogni genere di fonte secondaria. Un altro sottogruppo ha provveduto a realizzare centinaia di interviste in profondità ai preti abusatori e ad esperti del tema. Le 2.500 pagine del rapporto si concludono con ben 45 raccomandazioni fornite alla chiesa sui cambiamenti necessari da introdurre. Non si tratta di suggerimenti vaghi e generici. Ad esempio il numero 4 consiglia alla chiesa di prendere sul serio le conclusioni del sinodo sull’Amazzonia e di discutere le norme sul celibato obbligatorio che sembrano costituire la premessa per la sacralizzazione del clero.

I consigli della commissione non rappresentano ovviamente indicazioni vincolanti per la chiesa francese, ma l’autorevolezza degli autori del rapporto e la serietà del loro lavoro rappresenta un elemento di straordinaria importanza per convincere i fedeli e i pastori dell’opportunità e dell’urgenza di riformare la chiesa. Peraltro, dopo lo choc iniziale, l’opinione pubblica francese ha ammirato il coraggio della sua chiesa, che quindi ha finito per beneficiare di quest’opera di spietata introspezione.

Confronto impietoso
Se osservate da oltralpe, le proposte italiane sembrano davvero pochissima cosa e l’insoddisfazione manifestata dalle associazioni contro gli abusi (e in particolare da #ItalyChurchToo) appare pienamente giusitifcata. Per come è stata presentata, l’intervento sugli abusi della chiesa italiana assomiglia più a una burocratica raccolta interna di
dati che alla grande operazione culturale e politica che servirebbe al cattolicesimo italiano per rilanciarsi.
Speriamo di essere smentiti.

Editoriale DOMANI – pag. 12

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Federica Tourn è giornalista professionista; come freelance si è occupata soprattutto di migranti, religioni, diritti umani, mafie, femminismo. Ha scritto reportage da diversi paesi, dalla Siria al Libano, dalla Bosnia all’Ucraina; ha collaborato fra gli altri con Diario, D Repubblica, Il Manifesto, Left, Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Famiglia Cristiana, Pagina99, Eastwest, FQ Millennium, Huffington Post UK, Geographical. Insieme ad altre donne, nel 2007 ha pubblicato per l’editrice Claudiana La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi e nel 2020 per le edizioni Aut Aut ha scritto Rovesciare il mondo. I movimenti delle donne e la politica. Su Jesus cura le rubriche “Ecumene” e “Le Straniere”. Per Domani dal 2022 si occupa dell’inchiesta sulla violenza nella Chiesa cattolica. Nel 2020 ha vinto la prima edizione del  “Piazza Grande Religion Journalism Award”, organizzato dall’Iarj, l’Associazione internazionale di giornalisti religiosi, e nel 2023 la seconda edizione del Premio Mimmo Cándito-Per un giornalismo a testa alta.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.