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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » cardinale » Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano, don Pierluigi Lia

Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano, don Pierluigi Lia

Redazione WebNews by Redazione WebNews
11 Aprile 2022
in Lombardia, Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 3 mins read
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Buongiorno,

vi scriviamo perché vorremmo ricordare una storia che rischia di cadere nel dimenticatoio. Diciamo subito che non si tratta di un avvertimento perché il protagonista ci ha lasciati e non è più un pericolo. Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano ed è don Pierluigi Lia (nato a Varese il 9 maggio 1959 e morto a Milano il 29 aprile 2019).

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In seminario dette motivo di preoccupazione ai superiori che gli fecero fare un anno in più di discernimento, così ricevette il sacro ordine con la classe successiva alla sua l’8 giugno 1985.

Il primo incarico fu di coadiutore presso la Parrocchia Dio Padre a Milano 2, frazione di Segrate (MI), ove ebbe sempre rapporti turbolenti con i parroci (prima don Ruggero Camagni, poi dal 1989 don Franco Ocello), ma il suo forte carisma personale gli valse un grande successo con i giovani.

Ben presto si generò una frattura insanabile all’interno della comunità parrocchiale, con i fedeli schierati con lui o contro di lui. Ci furono mille critiche, ma alcune già allora riguardavano i suoi comportamenti disdicevoli nei confronti di donne e ragazze, e si vociferava che i suoi interessi si estendessero anche ai ragazzi. Dopo che giunsero segnalazioni di abusi al Cardinal Martini, nel 1991 Lia venne allontanato dalla parrocchia senza comunicare ai fedeli i veri motivi dello spostamento. L’uomo era ambizioso e gli fu assegnato un prestigioso incarico di insegnamento della teologia in Università Cattolica, prima presso la sede di Piacenza, poi a Milano. Come sistemazione gli fu dato un posto come sacerdote residente presso la Parrocchia di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa a Milano. Il parroco era a quei tempi don Giulio Greco, anche lui di Varese e in buoni rapporti col Lia.

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Ben presto si ripropose la situazione conflittuale della parrocchia precedente. Anche nella nuova sistemazione Lia riuscì nell’intento di spaccare la comunità parrocchiale, ma questa volta la sua capacità seduttiva fu tale da ottenere la fiducia del parroco e del coadiutore, don Luca . Grazie al carisma e al prestigio di teologo e docente universitario riuscì a raccogliere presso di sé un gruppo numeroso di persone provenienti da Segrate, dall’Università Cattolica e dalla parrocchia in cui risiedeva. Sotto la protezione del parroco si ritagliò il compito di accudire il suo gregge personale e trasformarlo in un gruppo chiuso totalmente a lui fedele.

Anche in quella nuova sistemazione, negli anni del cardinale Tettamanzi si diffusero voci sul suo modo di intrattenere relazioni ambigue con i giovani, ma venne sempre difeso a spada tratta e i suoi discepoli smentirono sempre ogni accusa come infamante.

In quella parrocchia faceva il bello e il cattivo tempo e cominciò anche a predicare e poi realizzare l’ambizioso progetto a lungo coltivato di una casa comune. Dal 2008 al 2015 le persone e le famiglie a lui più legate andarono a vivere in una cascina a Bargano, in provincia e diocesi di Lodi. Lontano dal clero ambrosiano, nel territorio di un altro vescovo, all’interno di un recinto privato e chiuso in se stesso divenne il signore assoluto della “Domus Trinitatis”, cioè della vita di un centinaio di persone tra adulti, giovani e bambini.

Nel frattempo, nel 2009, Lia era stato riassegnato alla chiesa di S. Cristoforo sul Naviglio Grande, ma poco cambiava, dato che la sua principale attività prosperava ormai in quel di Bargano. In quel contesto fece anche costruire una chiesetta non curandosi minimamente del diritto canonico. Tutto sembrava procedere senza ostacoli in quel suo piccolo regno quando nel 2016 l’ennesimo scandalo turbò quel docile gregge che però seppe infine aprire gli occhi e cacciare il lupo travestito da pastore. L’accusa alle autorità ecclesiastiche venne dalle sue stesse pecorelle nel 2017 e fu l’inizio del processo canonico. Silenziosamente, senza nulla spiegare ad alcuno, o adducendo false motivazioni, gli vennero tolti tutti gli incarichi compreso l’insegnamento in Università Cattolica. Quando ormai la sentenza di condanna era inevitabile e imminente, in un curioso incidente Lia rimase appeso a una corda. A tutti (soccorritori, forze dell’ordine, magistratura, credenti, curia, diocesi, discepoli) risultò conveniente credere mettere un pietoso velo su tutta la vicenda, processo compreso.

Dopo aver creato tanti problemi Lia stesso aveva tolto le castagne dal fuoco a tutti, e tutti gliene furono grati, tranne coloro che aspettavano giustizia, almeno quella ecclesiastica. Si può vedere sulla pagina a lui dedicata il pensiero dell’arcivescovo Delpini che parla al massimo di “percorsi singolari” in modo di non far trapelare nulla se non per chi sa già tutto.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.