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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | News | Abusi in Francia: gli errori del documento dell’Accademia cattolica che scredita il Rapporto Sauvé

Abusi in Francia: gli errori del documento dell’Accademia cattolica che scredita il Rapporto Sauvé

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
3 Dicembre 2021
in News
Reading Time: 9 mins read
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ludovica eugenio – PARIGI-ADISTA. La critica al Rapporto Sauvé da parte di otto membri dell’Accademia cattolica di Francia (v. Adista Notizie n. 43/21) contiene tre errori basilari: lega il carattere “sistemico” del fenomeno della pedofilia nella Chiesa all’entità delle cifre; si riffugia dietro a cavilli legali per salvare la Chiesa dal risarcimenti e responsabilità; contesta a una commissione indipendente il diritto di uscire dall’ambito strettamente ecclesiale. Lo rileva, in un lungo articolo pubblicato sul suo blog Cath’lib, il giornalista cattolico francese René Poujol, sottolineando come, nel tentativo di difendere la Chiesa-istituzione, con il suo documento segreto l’Accademia l’abbia, in realtà, indebolita. Riportiamo di seguito l’articolo in traduzione italiana.

Dalla pubblicazione del rapporto Ciase del 5 ottobre, vediamo qua e là un fronte di rifiuto che cerca di organizzarsi non solo negli ambienti fondamentalisti, ma anche in una frangia di cattolici perfettamente integrati nella Chiesa di Francia. Questo rifiuto riguarda una messa in discussione del numero reale delle vittime valutato dal rapporto Sauvé e quindi della portata delle riforme da intraprendere. In un certo senso, il lungo testo accusatorio firmato da otto membri dell’Accademia cattolica di Francia chiarisce la situazione. Questo testo contiene tre errori principali. Quello di legare la natura “sistemica” dello scandalo della pedofilia al mero costo delle vittime, quello di rifugiarsi dietro cavilli legali per limitare l’entità delle responsabilità e dei risarcimenti dovuti alle vittime, infine quello di contestare a una commissione indipendente il diritto di uscire da quadri strettamente ecclesiali. Con questo paradosso agli occhi dell’opinione pubblica, questo tizzone ardente fa apparire improvvisamente particolarmente responsabile e coraggioso l’impegno dei vescovi e dei superiori delle congregazioni religiose.

Il 25 novembre la Croix ha rivelato che otto membri dell’Accademia cattolica di Francia (creata nel 2008, l’Accademia cattolica di Francia, annessa al Collège des Bernardins, ha tre collegi: 94 membri individuali, 20 membri rappresentanti di istituzioni – associazioni, fondazioni, istituti – e 60 membri del corpo accademico che rappresentano i vari campi della scienza e della cultura) avevano indirizzato a papa Francesco un testo di quindici pagine, accompagnato da una lettera tenuta segreta, «senza concessioni sul rapporto della Ciase». Un testo pubblicato sotto la responsabilità esclusiva dei firmatari, tra cui il Presidente dell’Accademia, senza consultazione o previa informazione degli altri suoi membri compresi i principali artefici e sostenitori del rapporto Sauvé (Cef e Corref) che, improvvisamente, hanno annunciato le loro immediate dimissioni da questo organismo. Con questo commento irritato del presidente Jean-Marc Sauvé: «I firmatari di questo testo hanno proceduto secondo il peggio di una certa cultura cattolica, cioè in segreto, senza contraddittorio e previa segnalazione alle autorità».

Un testo non pubblico dunque, non comunicato alla stampa, ma pubblicato in particolare dalla rivista La Nef, con una posizione molto precisa nello scacchiere ecclesiale, che getta una luce singolare su questo tentativo di destabilizzazione che, in nome della difesa della Chiesa, assume posizioni esattamente contrarie a quelle delle sue legittime autorità. Questo testo ha alimentato abbondantemente i commenti sui social, contribuendo ad allargare ulteriormente il divario tra chi è favorevole e chi è contrario al rapporto Sauvé. A leggerlo, rivela tre errori principali.

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La natura “sistemica” degli attacchi non dipende dal numero delle vittime

Come sappiamo, la mazzata del rapporto Ciase riguarda il costo delle vittime nel periodo 1950-2020. Si stima che siano 216.000 i minori aggrediti da sacerdoti, diaconi e religiosi, aumentati a 330.000 se si aggiungono le vittime dei laici con una responsabilità pastorale nelle strutture ecclesiali. Il rapporto Ciase precisa che non si tratta di un gruppo di individui identificabili ma di un’estrapolazione statistica da un campione rappresentativo della popolazione. Con un rischio di errore riconosciuto di più o meno 50.000. La cifra è contestata dagli accademici. Notano che delle 28.010 persone intervistate dall’Ifop, solo 118 hanno dichiarato di essere state aggredite da un religioso o da un religioso, e 53 da un laico. Pertanto, rilevano: «In ragione della modestia del campione (171 vittime) non è possibile estrapolare» a una popolazione adulta di 47 milioni di persone. E la stima corollaria di 63 vittime per aggressore sembra loro «improbabile». Allo stesso tempo bisogna ascoltare le spiegazioni metodologiche ampiamente sviluppate nel rapporto dell’INSERM che ha supervisionato l’indagine e considerare che c’è, tuttavia, da fare più luce sull’articolazione delle valutazioni sul rapporto vittima/predatore. Perché questa polemica non scomparirà con un colpo di bacchetta magica o rifugiandosi dietro argomenti di autorità.

D’altra parte, è nella conclusione tratta da questa critica alle cifre che i firmatari del testo commettono il loro primo errore. Scrivono: «La valutazione sproporzionata di questo flagello alimenta infatti il discorso sul suo carattere “sistemico” e pone le basi per proposte di smantellamento della Chiesa-istituzione. Tuttavia, non sono le cifre a supportare la sistemicità delle violenze subite dalle vittime, ma l’analisi strutturale delle modalità operative dell’istituzione che, nel corso dei decenni, hanno reso possibili questi attacchi, la loro proliferazione, la loro occultazione e la loro impunità con il corollario di un’indifferenza criminale nei confronti delle vittime. Questa analisi è ora ampiamente documentata in una serie di opere di riferimento, tra cui quella di Marie-Jo Thiel (Marie-Jo Thiel, L’Église catholique face aux abus sexuels sur mineurs, Bayard 2019, 714 p., € 24,90).

È questo carattere “sistemico” che papa Francesco mette in evidenza nella sua Lettera al Popolo di Dio dell’agosto 2018, quando denuncia il clericalismo come fonte primaria di questi abusi criminali. Tanti gli elementi che portano il presidente del Cef, mons. Eric de Moulins Beaufort, a scrivere il 29 novembre su La Croix un articolo che vuole essere una risposta alle accuse: «È importante capire che non è tanto di fronte alle cifre travolgenti stabilite dal Ciase, e sulle quali alcuni discutono, che i vescovi hanno deciso di assumersi la responsabilità istituzionale della Chiesa e di parlare di una dimensione sistemica». Stessa analisi del presidente di Corref Véronique Margron: «Che si parli della proiezione, che si tratti di 200.000 vittime stimate piuttosto che di 300.000 o 400.000, non cambia nulla… La dimensione sistemica è dovuta al fatto che gli aggressori hanno potuto agire per trenta o anche quarant’anni, che erano coperti dalla loro gerarchia, e che a volte anche questa diventava complice».

L’irresponsabilità di tutti e di ciascuno da opporre alle vittime

Per i firmatari del testo, le raccomandazioni della Ciase concernenti in particolare la responsabilità collettiva e sistemica dell’istituzione, nonché il necessario risarcimento dei torti subiti – tre raccomandazioni accolte dal Cef e dal Corref – scaturiscono da una mancata conoscenza delle disposizioni giuridiche vigenti nel diritto francese che le invaliderebbe. Ognuno potrà fare riferimento a questa parte abbastanza tecnica della loro dimostrazione.

In breve: la Chiesa, non essendo persona giuridica, non sarebbe vincolata ad alcuna “responsabilità” civile che la obblighi a risarcire nessuno e quindi a sacrificare il suo patrimonio; non essendo i sacerdoti diocesani “addetti” del vescovo, quest’ultimo non poteva preoccuparsi per le loro eventuali mancanze; essendo garantito per legge il segreto della confessione, nessun sacerdote può essere perseguito per mancata denuncia; le associazioni diocesane che gestiscono i fondi della Chiesa con il solo scopo di finanziare il culto non possono contribuire al risarcimento delle vittime; poiché la prescrizione vale anche in materia civile, non sarebbe possibile risarcire gli atti prescritti; quanto alla nozione di obbligo naturale, elaborata dal rapporto Ciase, non può fondarsi su un principio di solidarietà. Ora, papa Francesco scrive, proprio nella Lettera al Popolo di Dio, già ricordata: «Vogliamo oggi che la solidarietà, intesa nel suo senso più profondo ed esigente, caratterizzi il nostro modo di costruire il presente e il futuro». In breve, si dice di solidarizzare con le vittime purché non chiedano altro che ciò che la nostra legislazione penale garantisce loro.

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Cavilli legali che potrebbero ritorcersi contro la Chiesa

Qui l’errore non deriva da una cattiva lettura delle disposizioni di legge applicabili, ma dalla sensazione che esse siano immutabili e immuni da ogni messa in discussione. Gli autori hanno inoltre percepito chiaramente l’obiezione che scrivono: «Il rapporto CIASE afferma che “l’istituzione ecclesiale deve (…) considerare che in ogni caso è possibile, anzi probabile, che il legislatore intervenga per trarre le conseguenze del dramma delle violenze sessuali commesse nell’intera società, al fine di istituire meccanismi di risarcimento che gravino in particolare sulle istituzioni e sulle comunità in cui si è verificato il danno”. Ma è difficile comprendere come il legislatore possa stabilire la responsabilità per atti antichissimi prescritti o commessi da persone nel frattempo decedute».

In un articolo su Le Monde del 25 novembre, intitolato in modo volutamente provocatorio “Sciogliamo la Chiesa cattolica!” il filosofo Vincent Cespedes illustra molto precisamente l’ipotesi di modifiche legislative rese, secondo lui, necessarie dalla lotta alla criminalità sui minori nella Chiesa. Fa due esempi. A proposito del segreto della confessione, giudicato assoluto dalla Chiesa e garantito dalla legge, scrive: «Non è forse ora di uscire finalmente da questa situazione kafkiana modificando gli articoli del codice penale per rendere obbligatoria la violazione del segreto della confessione?». Un modo per affermare che la società civile, responsabile del rispetto dei diritti del minore come vittima reale o potenziale, è legittimata a intervenire in loro difesa laddove la Chiesa non lo fa, in virtù della redenzione del peccatore!

Riguardo alle associazioni diocesane scrive: «In Francia l’esercizio del culto è assicurato dalle associazioni di culto o associazioni religiose ai sensi della legge del 1901, a eccezione della Chiesa cattolica, che gode di un proprio statuto associativo: l’associazione diocesana (1923). (…) Sciogliere la Chiesa cattolica in Francia significa quindi, molto semplicemente: rimuovere lo statuto particolare e ingiusto dell’associazione diocesana e trasferire la gestione dell’intero culto cattolico alle associazioni di culto».

Tuttavia, i cattolici di Francia ignorano totalmente le leggi che regolano i rapporti, in particolare finanziari, tra lo Stato e le varie religioni. Non si rendono nemmeno conto della realtà della minaccia. Basterebbe una maggioranza parlamentare sensibile alle istanze dell’opinione pubblica “montata” contro l’inerzia della Chiesa cattolica nella lotta agli abusi di ogni genere. Il che, grazie a Dio, grazie alle recenti decisioni prese, proprio non è! Una evidenza che sembra sfuggire ai firmatari del testo.

Raccomandazioni riconosciute legittime dai cattolici e persino dalle stesse autorità religiose

In terzo luogo, gli accademici rimproverano alla Ciase di aver preso il pretesto del suo status di “commissione indipendente” per posizionarsi risolutamente al di fuori dell’istituzione ecclesiale e liberarsi dai suoi riferimenti giuridici, morali e dottrinali. Ciò la porta a includere tra le sue raccomandazioni disposizioni che non sono di sua competenza. Cito: «Il testo della Ciase non è solo lo studio analitico di un fenomeno, perché contiene anche “raccomandazioni” o “aspettative” che richiedono alla Chiesa cattolica cambiamenti pastorali e dottrinali». Il testo prosegue: «È certamente lecito ignorare i principi che la governano, o esservi indifferenti o ostili, ma non si accampa poi la pretesa di “raccomandare” delle riforme». Da qui la loro conclusione: «Le raccomandazioni di una Commissione senza autorità ecclesiale o civile non possono che essere indicative per guidare l’azione della Chiesa e dei suoi fedeli. Alcune potrebbero rivelarsi rovinose per la Chiesa. (…) Spetta solo a essa, nella sua sinodalità, intraprendere liberamente e nello spirito delle azioni avviate da vent’anni le riforme necessarie per recuperare il suo onore e la sua legittimità».

Questo significa dimenticare che non siamo più in un contesto cristiano, che la Chiesa cattolica è situata all’interno della società da cui trae una serie di vantaggi, in particolare finanziari, che è vincolata da leggi comuni e che non può rifiutarsi di rendere conto di modalità operative che possano ledere i diritti della persona. Significa dimenticare che nessun credente può vivere durevolmente in una situazione di schizofrenia: come cittadino libero e responsabile in una società democratica con cui condivide molti approcci legati alla libertà di espressione, all’uguaglianza di genere o all’autonomia della sessualità, e come membro di una comunità religiosa dove tutto ciò è contestato in nome di un “argomento di autorità” e di una modalità di esercizio del potere i cui fondamenti teologici sono oggi messi in discussione. Significa dimenticare che tra le raccomandazioni della Ciase che contestano, molte sono già state convalidate dai vescovi e dai superiori e superiore delle congregazioni religiose che ne incarnano la legittima autorità. Significa dimenticare, infine, che le quarantacinque raccomandazioni del Ciase sono proprio percepite da molti cattolici come espressione del loro desiderio di riforme per la Chiesa al punto da farne, per alcuni di loro, il loro contributo alla consultazione sinodale di Papa Francesco.

Drammatica confusione tra difesa dell’istituzione e difesa della Chiesa

Leggendo il testo degli otto membri dell’Accademia cattolica si ha la sensazione di una confusione tra difesa dell’istituzione e difesa della Chiesa. Come se l’urgenza non fosse tanto l’annuncio del Vangelo, in verità e giustizia, quanto il mantenimento di strutture e modalità operative immutabili. Resta il fatto che spetta alla Chiesa stessa avviare con coraggio le necessarie riforme, in materia di diritti delle persone, a rischio di vedersele imposte dall’esterno con il consenso dell’opinione pubblica e degli stessi cattolici, esasperati dal fatto di non poter essere ascoltati all’interno (questa scelta di appellarsi alle autorità pubbliche contro la sordità e l’immobilismo ecclesiastico è stata a lungo la strategia di Anne Soupa e Christine Pedotti, ad esempio. Questo era il senso del loro appello del 29 settembre 2018, sostenuto da François Devaux, per la creazione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui crimini di pedofilia nella Chiesa, prima che il Cef decidesse di creare la Commissione indipendente presieduta da Jean-Marc Sauvé). È vero che alcune di queste riforme dipendono dal Magistero romano e dalla volontà – o meno – di papa Francesco di prenderle in considerazione. Per questo siamo grati a mons. de Moulins Beaufort di aver dichiarato senza ambiguità «Sono deluso per il rinvio dell’udienza concessa dal Santo Padre ai membri del Ciase» (annunciata inizialmente per il 9 dicembre, questa udienza è stata rinviata per motivi ufficiali dell’agenda del papa. Ma la simultaneità dell’annuncio con l’invio a Roma del testo degli otto accademici ha alimentato i sospetti). Insomma, contro le accuse mosse da alcuni intellettuali cattolici, l’episcopato ribadisce il proprio sostegno al processo avviato dal rapporto Sauvé.

 

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.