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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » FRANCIA – Pedocriminalità nella Chiesa: in Italia nessuna rivoluzione in vista

FRANCIA – Pedocriminalità nella Chiesa: in Italia nessuna rivoluzione in vista

Se d'oltralpe un “rapporto Sauvé” all'italiana ha, per il momento, poche possibilità di vedere la luce, c'è chi non dispera di far luce sugli abusi sessuali commessi all'interno della “Chiesa nazionale”.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
30 Novembre 2021
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Dalla finestra della camera da letto invitano gli applausi di una piccola folla sottostante, radunata in una piazza in onore delle vittime della mafia. Da quello della cucina, niente altro che il silenzio e la tranquillità di un piccolo agrumeto segreto, sepolto tra i palazzi di Ponticelli, quartiere popolare alle porte di Napoli. E in mezzo all’appartamento, nonostante il viso chiuso e lo sguardo duro, è un uomo “soddisfatto”, dice, seduto al tavolo della sua sala da pranzo. Arturo Borrelli, 46 anni, ha appena vinto una battaglia importante in una crociata giudiziaria iniziata più di un decennio fa contro il suo professore di religione: l’uomo che accusa di aver abusato di lui, dai 12 ai 16 anni.

A fine ottobre il Tribunale Civile di Napoli ha infatti condannato in primo grado don Silverio Mura, ex insegnante in una scuola elementare di Ponticelli, nonché il ministero dell’Istruzione, al pagamento di 320.000 euro e interessi alla vittima. Soldi che non risolvono tutto, dice Arturo Borrelli, «ma il sentimento di giustizia sta guarendo. Fa parte del processo noto per salvare una vittima”. Da parte sua, “molto colpita” da questa decisione e proclamando nuovamente “la sua innocenza”, il sacerdote, deciso a ricorrere in appello, annuncia il suo avvocato. Ma qualunque sia l’esito delle prossime udienze, il prete napoletano lo sa che scapperà dalla prigione. A causa della prescrizione (15 anni dopo il presunto reato in Italia): impossibile adire il sistema di giustizia penale. «Ma per il risarcimento civile», spiega Carlo Grezio, avvocato di Arturo Borrelli, la prescrizione arriva quindici anni dopo che la persona ha preso consapevolezza del reato e del suo danno”.

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Silenzio e negazione

Per molti anni Arturo si è murato nel silenzio e nella negazione. Fino ad accettare che il suo aggressore celebri il suo matrimonio quando ha 19 anni. Difficile, però, non vedere ribollire la rabbia negli occhi del giovane uomo, in posa accanto al prete. “All’epoca non dissi niente. avevo peccato”, dice oggi, rivedendo la foto. “Don Mura era un vicino alla famiglia, un uomo molto rispettato. Mio padre faceva 15 chilometri Sabato e domenica per assistere alla messa. “

Il doloroso segreto alla fine emergerà un giorno nel 2009 quando Arturo, colpito attraverso un travolgente disagio che crede fatale, rivela alla moglie e alla madre la ricordo della violenza sepolta. “Relazioni anali […] pompini […] Sono sempre stato passivo, non ho mai regalato niente”, oggi descrive dolorosamente il quarantenne con un potente accento napoletano. Dopo lunghe discussioni con uno psicologo, “Qui è dove abbiamo avuto la conferma che il I problemi di salute di Arturo erano dovuti a violenze sessuali subite in il passato “, spiega il suo avvocato. Profondamente segnato mentalmente e fisicamente, l’ex guardia giurata si è detto “incapace di poter lavorare nuovo”, portando a vedere un armadio pieno zeppo di droga e altri ansiolitici. “Sono pronto a incatenarmi di nuovo alle porte del Vaticano”.

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Dopo anni di lotte, finalmente ricompensato, il padre non sente tuttavia non fermarti qui. “Sono pronto per tornare in griglia del Vaticano, come ho fatto nel 2018, fino a quando don Mura non è stato definitivamente espulso dalla Chiesa”, promette. Anzi, condannato davanti giustizia degli uomini, il religioso è stato assolto nel 2019 da un tribunale ecclesiastico di Milano dalle accuse che gravavano su di lui e può quindi continuare a ricoprire cariche. Un tempo dalla parte di Pavia (sotto un altro nome, questo che ora vale una nuova prova), il prete è poi scomparso radar. Non trovato. “Ma la Chiesa sa dove si trova oggi e continua per proteggerlo”, accusa Arturo Borrelli, a lungo ignorato dalle autorità religiose della sua zona. «Non voglio fare la guerra alla Chiesa», avverte però colui che, ancora oggi, si considera un «fervente cattolico». “Voglio che sia pulita, per il suo bene e per i nostri figli. Perché con questi casi, lei perde la sua credibilità, perde il suo significato “. Ciò comporterà l’estensione della prescrizione per concedere tempo, dice, alle vittime per superare il loro trauma. E per un “elettroshock”, continua Arturo, nessuna consapevolezza da parte della società dell’entità della situazione. In breve: un rapporto italiano. “Esatto, perché è molto importante farlo evidenziare il numero di preti pedofili, capire quanto questo problema è radicato nella Chiesa italiana”, martella.

Verso una Ciase made in Italy

Ma il Paese è pronto per questo? Il giorno dopo la pubblicazione del rapporto Francesi, i richiami non sono mancati. E questo anche in sfere superiori della Curia. “Ora il clero di altri paesi deve avere lo stesso coraggio della Chiesa francese. Spero anche per l’Italia”, ha dichiarato così sulle colonne di La Repubblica Hans Zollner, vicino a papa Francesco e specialista in questioni di abusi sessuali nella Chiesa. Ma dalla parte di prelati transalpini, il percorso di una commissione d’inchiesta indipendente, a Ciase (commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa) fatta in Italia, non sembra entusiasmare molte persone. “È pericoloso fronteggiare la piaga della pedofilia basata sulle statistiche”, si è così accontentato di rispondere Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), il cardinale sottolineando che l’istituzione era già leader,” in accordo con la Santa Sede, un’opera importantissima di prevenzione, monitoraggio nelle diocesi ed esperti che valutano tempestivamente i casi”. Nel 2019, la Cei ha così imposto, ad esempio, “l’obbligo morale” ai vescovi denunciare accuse di pedofilia – dopo istruttoria interna – alla magistratura italiana. “Una risposta vuota che ci aspettavamo”, affronta subito Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, associazione di “sopravvissuti agli abusi sessuali”. del clero”. L’immobilità transalpina già segnalata tre anni fa, ricorda, alle Nazioni Unite, preoccupate per il “debole” numero di inchieste e di procedimenti avviati dai tribunali italiani”. e ha poi esortato Roma a istituire quanto prima «una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso». sessuale”.

Ma l’apatia andrebbe ben oltre le campate delle sole chiese, dichiara Francesco Zanardi, coinvolge anche i banchi dei politici. “I governi che si sono succeduti si sono sempre rifiutati di affrontare la situazione”, considera il boss della Rete. Da la colpa a una “Chiesa il cui peso pesa ancora molto sulla vita politica “del bel paese, per non parlare” della vicinanza del Vaticano”, aggiunge. Bisogna quindi tornare al 2017 per trovare le tracce di un’interrogazione parlamentare sul tema, prosegue Zanardi: l’ex deputato di Il Movimento 5 Stelle Matteo Mantero ha cercato di conoscere la portata statistica delle violenze sessuali e le risposte previste dal governo di Paolo Gentiloni. Quattro anni dopo, il democratico ha fatto le valigie per Bruxelles e la domanda è ancora in attesa di una risposta ufficiale. Il silenzio della stampa Su questo doloroso tema, anche la stampa italiana non è risparmiata. Più di un mese fa, quando l’esplosione dell’accusa feroce di Jean-Marc Sauvé, i giornalisti della penisola non ha mancato di trasmettere e commentare il tuono nella Chiesa . “L’onda d’urto”, “Il peso della vergogna” o “La schiena che fa tremare la Francia” ha così sverniciato i titolo della stampa italiana. Più rari, invece, sono i media ad aver messo in dubbio la sorte vittime della pedofilia d’oltralpe. “Siamo l’unica associazione di vittime di preti pedofili e quasi nessun giornalista italiano è venuto a intervistarci quando è uscita la relazione Sauvè”, una piaga spiega Francesco Zanardi. Tuttavia, nella penisola, non mancano casi di abusi sessuali noti. Prova ne è la meticolosa cartografia degli abusi costruita in quindici anni dalla Rete “che contava almeno 362 sacerdoti condannati in via definitiva e 160 che sono sotto inchiesta o sono scomparsi “, spiega il suo presidente.

Per l’avvocato di Arturo Borrelli, difensore abituale delle vittime di abusi sessuali da religiosi, però, l’Italia non è pronta a voltare pagina. Il Paese è ancora “troppo legato moralmente al clero” e pochi sono ancora quelli che hanno “il coraggio di opporsi a un prete”, ha detto il signor Grezio. ” Ho avuto clienti che mi hanno detto di essere stati picchiati dai genitori per aver detto dal male di una persona santa […] altri hanno perso il lavoro”, rivela. Una forma di impunità che significa che «mai uno scandalo come abbiamo visto in Francia o un caso Spotlight (un vasto affare di pedofilia nella Chiesa americana) non potrebbero esplodere qui. E questo, anche se abbiamo più di 52.000 sacerdoti nel paese, più che in qualsiasi altra parte del mondo”, afferma l’avvocato. e ironicamente: “Così tutto sarebbe virtuoso. Siamo davvero fortunati, tu non trovi? “

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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