Abusi in sagrestia, il caso Giada Vitale finisce in Parlamento

“Ha fatto un’esperienza del genere, ha vissuto questa storia impropria con te. Non è un criminale”. Così il vescovo di Larino, Gianfranco De Luca a Giada Vitale, nel 2014, giustificava la condotta del sacerdote don Marino Genova, in seguito condannato per violenza sessuale a danno della ragazza. Le parole del vescovo sono state riportate nella memoria allegata all’atto d’interrogazione parlamentare depositato ieri.

“Lui non è uno che va facendo sta roba con tutti quanti. Ha fatto un’esperienza del genere, ha vissuto questa storia impropria con te. Non è un criminale”. Così il vescovo di Larino, Gianfranco De Luca a Giada Vitale, nel 2014, giustificava la condotta del sacerdote don Marino Genova, in seguito condannato per violenza sessuale a danno della ragazza, proprio in relazione a quei fatti. Le parole del vescovo sono state riportate nella memoria allegata all’atto di interrogazione e depositata ieri, in parlamento, dall’onorevole Stefania Ascari, del Movimento Cinque Stelle. “Con questo intervento ci auguriamo di dare a Giada Vitale l’ascolto che non ha avuto all’epoca dei fatti e ci auguriamo di contribuire a far riaprire il caso”.

La memoria, scritta di suo pugno dalla vittima, assistita dai legali Pietro Cirillo e Pasquale Mautone e dalla criminologa, Luisa Daniello, ripercorre i fatti che hanno portato don Marino davanti al tribunale penale e a quello vaticano, ovvero gli abusi sessuali iniziati nel mese di aprile 2009, tra le mura della sacrestia, e andati avanti per i successivi tre anni. Quando tutto è iniziato Giada Vitale aveva 13 anni e partecipava come organista alla vita della comunità parrocchiale guidata da Don Marino nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, a Portocannone (Campobasso). Orfana di padre, timida e introversa, Giada era stata coinvolta, per volere della famiglia, nelle attività della chiesa, affinché superasse la propria timidezza. Aveva tredici anni quando, per la prima volta, il sacerdote le ha chiesto di seguirlo in sacrestia.

Ci sono voluti tre anni perché la ragazza trovasse il coraggio e la fiducia per confidarsi prima con una parrocchiana e per denunciare i fatti alla procura e al vescovo. A colloqui con Giada, il vescovo, pur attivandosi immediatamente e minimizzò il comportamento  del sacerdote, reo confesso. “Attenzione – precisava in risposta alla richiesta di Giada di ridurlo allo stato laicale – intanto lui non è che uno che va facendo sta roba con tutti quanti. Ha fatto un’esperienza del genere, ha vissuto questa storia impropria con te. Ecco, lui dice e per questo va allontanato, punito, ma non è che… Diciamo che il tribunale ha visto che lui ha confessato, si è pentito, è disponibile, ha subito la pena con docilità senza ribellione. E non è un criminale perché ha fatto solo un grave errore, non è che ci dobbiamo vendicare, dobbiamo punire nel modo giusto”.

Circa la ‘punizione’, proprio negli uffici della procura, pur di fronte all’ammissione di colpa di don Marino, la vicenda subisce uno sdoppiamento. Don Marino viene perseguito e condannato per gli episodi di violenza sessuale cominciati in aprile e andati in scena fino al compimento del 14esimo anno di età di Giada, nata in giugno. Don Marino viene quindi condannato a quattro anni e dieci mesi di prigione per i soli fatti avvenuti nell’arco di due mesi. I successivi tre anni, invece, vengono derubricati a ‘relazione consenziente’, determinando l’archiviazione del secondo fascicolo aperto dalla procura per gli anni 2009- 2012. “Trattasi di una dinamica tipica di un rapporto di coppia tra persone consenzienti – si legge nella ordinanza di archiviazione –  sia pure con tutte le peculiarità del caso data dalla qualità dell’indagato, dalla giovanissima età della ragazza e dalla differenza di età tra i due (quarant’anni, ndr), che, al netto di considerazioni morali, estranee alla presente sede, non contempla alcunché d’illecito”.

Proprio questa ‘scissione’ nel giudizio degli stessi fatti viene portata oggi all’attenzione del parlamento italiano, insieme a un altro aspetto della vicenda. Pur avendo incassato una condanna penale ed essendo libero fino alla sentenza definitiva, don Marino Genova, come dimostrato da video e foto, continua a indossare la tonaca sacerdotale. Eppure, si fa notare nell’atto di interrogazione, era stato condannato dallo stesso tribunale ecclesiastico attivato dal vescovo Gianfranco De Luca alla sospensione a divinis, fino al pronunciamento definitivo dello Stato italiano (la sentenza di Cassazione). “Quali iniziative – si legge nell’atto d’interrogazione parlamentare  – intende assumere il Parlamento nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per assicurare che ai propri ministri di culto condannati per reati sessuali contro minori, venga preclusa la possibilità di celebrare messa e svolgere qualsiasi forma di attività che coinvolga minori?”.

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