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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » abruzzo-molise » Portocannone: Parla la presunta vittima di don Marino Genova. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

Portocannone: Parla la presunta vittima di don Marino Genova. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Gennaio 2014
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 4 mins read
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GenovaMarino“Ho tentato il suicidio già due volte: mi ossessiona il ricordo di quegli incontri, di ciò che ho subito. Provo schifo per ciò che è accaduto. Avevo solo 13 anni e non mi sono resa conto della gravità di ciò che stavo subendo. Ma ora che sono diventata maggiorenne ho trovato la forza e il coraggio per dire basta”. Le parole di Francesca , 18 anni, si intervallano lunghi silenzi: gli psicofarmaci che è costretta a prendere le impastano la voce e la memoria, ma non le tolgono le forze per gridare gli abusi sessuali di cui sostiene di essere stata vittima per mano di un sacerdote.  “Don Marino Genova era il parroco della Chiesta di Portocannone dove suonavo l’organo per il coro”, racconta Francesca, che da quando aveva 7 anni ha studiato al conservatorio musicale di Termoli. “E’ stata mia nonna con grandi sacrifici a regalarmi un pianoforte quando ero piccola”, ricorda, anche se oggi la sua depressione è così forte che l’ha allontanata persino dal suo amore per la musica. Una depressione che nasce dalla sofferenza: “Avevo 12 anni quando ho conosciuto Don Marino. Lui ne aveva 53”, sottolinea la ragazza. “Le sue attenzioni per me sono cominciate l’anno dopo: avevo da poco perso mia nonna paterna a cui ero particolarmente legata, ero in un momento di grande fragilità emotiva”, spiega Francesca, rimasta orfana del papà all’età di 3 anni e da allora cresciuta con sua madre Paola, oggi 58 anni, e la nonna Rita morta nel 2009 a 87 anni. “Il primo anno carezze, abbracci, baci, strusciamenti, poi sono cominciati i rapporti sessuali. Io ero molto ingenua e le sue parole mi ammaliavano, mi faceva fare ciò che voleva. Ero come impotente, senza una mia volontà di fronte a lui. Mi mandava messaggi al cellulare o tramite computer e mi chiedeva di raggiungerlo in sagrestia oppure a casa sua. Poteva capitare che mi chiamasse anche di sera, dopocena. Nessuno sapeva nulla. Persino mia madre non aveva alcun sospetto perché sapeva che andavo in chiesa, si fidava di Don Marino”, spiega Francesca.

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“Mia figlia ha sofferto per diversi anni di ansia, vomito, nervosismo, a scuola gli insegnanti mi dicevano che era sempre distratta. Pensavo che fossero i troppi impegni tra la scuola e il conservatorio, a cui si aggiungeva il coro per guadagnare qualcosa”, spiega la signora Paola. “Mai avrei immaginato ciò che stava accadendo”, dichiara oggi tra la rabbia e il dolore. “Ho sempre cercato di proteggere mia figlia proprio perché era rimasta senza il padre e saperla in parrocchia mi rendeva tranquilla. Ancora adesso mi chiedo come questa persona che è persino un prete, abbia potuto fare una cosa simile. Francesca non era altro che una bambina indifesa e lui si è approfittato della sua incapacità di ribellarsi”. Ed è proprio questo che oggi la giovane non riesce a perdonarsi: “Ora che ripenso a quegli anni mi chiedo perché ho accettato tutto questo, probabilmente ne ero succube, pensavo addirittura mi amasse. Più volte ho cercato di allontanarmi da lui anche perché il suo atteggiamento di totale indifferenza nei miei confronti dopo i rapporti intimi, mi feriva. Ma Don Marino tornava a cercarmi e io continuavo a subire. Finché una delle signore del coro notò qualcosa di strano: mi chiese spiegazioni e io sono le raccontai la verità”, spiega Francesca . “Insieme a lei andai anche dal Vescovo della Diocesi Gianfranco De Luca”, ricostruisce la ragazza. “Era il novembre 2012 e da quel momento Don Marino fu allontanato dalla parrocchia e mandato in una comunità vicino a Roma. Ma il 3 aprile 2013, dopo essere entrata in contatto con Rete l’Abuso e Francesco Zanardi, ho deciso di sporgere denuncia assistita dai loro avvocati: non è stato facile ma è stato l’unico modo per ribellarmi al mio passato e a quattro anni di abusi. A quel punto il vescovo ha sospeso Don Marino “a divinis”. Sebbene in via temporanea, Don Marino Genova attualmente non può amministrare sacramenti, confessare, celebrare messa finché non sarà fatta chiarezza sulla vicenda. “Dal punto di vista civile, dopo la mia querela sono in corso le indagini. Non so come finirà, spero di avere giustizia anche se nessun processo potrà restituirmi la serenità e il mio diritto a vivere un’adolescenza normale. A giugno dello scorso anno sono diventata maggiorenne ma non è stato un bel traguardo: mi sono sentita sola, sporca, debole. E ho perso la voglia di vivere”, racconta esasperata Francesca  che dopo un periodo di ricovero ospedaliero, è ora in cura da uno psichiatra.

“Francesca  è una ragazza molto coraggiosa e ciò che ha fatto sporgendo querela ne è la dimostrazione”, interviene la signora Norma, 76 anni, ex maestra elementare e oggi amica fidata della ragazza. “La conosco fin da quando era bambina, riservata ed educata. Ciò che le è accaduto è vergognoso. Purtroppo il paese dove vive è piccolo e c’è chi dubita delle sue parole o addirittura la deride sebbene lei sia la vittima di questa vicenda. Io le ripeto sempre che deve camminare a testa alta, di guardare avanti, riprendere a studiare, ritrovare il piacere di suonare: chi l’ha ascoltata dice che le sue dita sono come il tocco delle ali di un angelo. Non deve arrendersi a chi la fa sentire in colpa o vede del male in lei”. Il male in lei, tanto che Francesca  è stata perfino portata dall’esorcista del suo paese: “Ho accettato anche questo”, dice arrendevole la ragazza. “Per due volte sono andata da un  sacerdote esorcista ma oggi sono certa: il profondo malessere interiore che provo deriva dagli abusi sessuali che ho subito, è solo questa la fonte del mio male”, constata con razionalità Francesca . “Lo scorso settembre mi sono recata a Roma per andare da Papa Francesco. Sono arrivata presto, per conquistare la prima fila perché volevo consegnargli una lettera. Gli ho scritto la mia storia, la storia del mio dolore. Spero di avere un riscontro confidando nella sua comprensione, nella sua capacità di accogliere chi soffre. E che il colpevole della mia tragedia venga punito. Perché ciò che è accaduto a me non accada a nessun’altra. Anzi, invito eventuali altre vittime di Don Marino Genova a farsi avanti perché l’unica nostra arma è quella di ribellarci”.

Luigi Nocenti

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.