Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

Cristina Balestrini è la madre di un ragazzo che nel 2011 venne abusato da don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, condannato a 6 anni e 4 mesi: “Ma non abbiamo più notizie sul processo canonico”

di SANDRO DE RICCARDIS

“Più di un anno fa abbiamo ricevuto una lettera della Nunziatura apostolica che ci informava che il Papa era stato informato della nostra vicenda, e che a tempo debito saremmo stati informati sull’esito dell’inchiesta in Vaticano. Ma da allora non abbiamo saputo più niente. A questo punto, cadendo il segreto pontificio, intendiamo sicuramente chiedere notizie sull’inchiesta”. Cristina Balestrini è la madre di Alessandro Battaglia, il ragazzo, oggi ventitreenne, che nel 2011 da adolescente venne abusato da don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nel Milanese, condannato a sei anni e quattro mesi nel settembre di un anno fa. Con la richiesta in Vaticano la famiglia di Alessandro intende capire a che punto è il processo canonico, e puntano il dito sull’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che da vicario episcopale, dopo essere stato informato dal parroco di Rozzano sugli abusi di don Galli, non denunciò il sacerdote ma lo trasferì in un altro oratorio, a Legnano.

Signora Balestrini, cosa si sa del processo canonico sugli abusi subiti da suo figlio?
“Sappiamo per certo che è stato aperto un procedimento nei confronti di don Mauro Galli, perché siamo stati chiamati anche noi a testimoniare, nel gennaio 2016, e in quella sede avevamo chiesto di essere informati sugli ulteriori sviluppi”.

Quando c’è stata la vostra prima denuncia?
“La prima, rivolta al Vaticano, l’abbiamo fatta nel dicembre 2011. L’indagine è stata aperta con un ritardo incredibile, nel 2015, e il processo si è aperto un anno dopo. Non rispettando, con questa tempistica, nemmeno le norme di diritto canonico in vigore allora. Noi abbiamo chiesto più volte, per iscritto, come mai monsignor Delpini, il primo ad essere venuto a conoscenza, già nel 2011, di quello che era successo ad Alessandro, non aveva avviato le procedure canoniche nei confronti di don Galli. Aveva invece deciso di trasferire il prete, lasciandolo ancora a contatto con minori. Le lettere erano indirizzate alla Congregazione per la dottrina della fede e al Papa, e indicavamo monsignor Delpini come la persona che aveva omesso di occuparsi della vicenda. Comunque l’aveva sottovalutata in modo evidente”.

Cosa avete ottenuto in seguito alle vostre denunce?
“Abbiamo ricevuto una lettera del Nunzio apostolico Emil Paul Tscherrig che ci informava che avevano preso in considerazione le nostre rimostranze e che, a tempo debito, avrebbero agito. Da allora non ne abbiamo saputo più niente. Per questo ora faremo istanza per avere accesso agli atti del procedimento canonico. La indirizzeremo anche a Papa Francesco”.

Come giudica questa svolta del Pontefice?
“Sicuramente è una cosa positiva, ma parziale. Finché non ci sarà l’obbligo di denuncia da parte dei religiosi che vengono a sapere di abusi, praticamente non cambia nulla. Abolire il segreto pontificio è una cosa molto rilevante, perché era uno scoglio enorme. E’ una vittoria parziale, ma che può anche essere inutile, perché nell’atto del Papa non viene specificato cosa succede se dopo le richieste delle vittime, non si ha effettivamente l’accesso agli atti”.

In questi anni siete entrati in contatti con altre famiglie che hanno vissuto la vostra stessa esperienza?
“Abbiamo conosciuto l’associazione “Rete l’abuso” e come madre di vittima ho dato la disponibilità a formare un gruppo e siamo in contatto su una chat di Whatsapp in cui ci supportiamo e ci aiutiamo tra mamme. E come famiglia abbiamo partecipato al summit di febbraio a Roma, insieme a tutte le associazioni mondiali di vittime, dove ho avuto modo di conoscere tante storie”.

Tutte lamentano la mancanza di un’interlocuzione con il Vaticano?
“Tutti lamentano la mancanza di giustizia, anche se le situazioni sono diverse nei vari stati, perché è importante ricordare che oltre il diritto canonico, c’è quello civile penale, che presenta delle differenze infinite. A noi è andata bene, in primo grado dopo sette anni, per l’Appello non c’è ancora una data. Il sacerdote è ancora un libero cittadino. E’ stato riconosciuto la colpevolezza di don Galli e data credibilità a nostro figlio, ma la verità processuale è ancora fragile”.

Sapete se il religioso esercita ancora?
“Noi abbiamo una lettera dell’allora il cardinale Scola che ci ha scritto per comunicarci che era stato sospeso cautelarmente, anche se con sette anni di ritardo. Però non ne abbiamo la certezza, né sappiamo dove sia”.

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