Il caso dei chierichetti del Papa ci dirà se il Vaticano è credibile

Lo scandalo chierichetti dirà se il Papa fa sul serio. Il vertice anti pedofilia si è chiuso tra le polemiche. Le vittime accusano la Santa Sede di essersi fermata ai buoni propositi. Da come verrà risolto lo scandalo consumato all’ombra di San Pietro si capirà la verità

di Gianluigi Nuzzi

Chiuso il summit contro la pedofilia in Vaticano, emerge una cocente delusione, che serpeggia soprattutto tra le vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero. Si attendevano di più. “Siamo indignati”, afferma Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso, “Dal discorso del Papa ci aspettavamo molto di più”. In molti si attendevano una road map con un’agenda fitta di iniziativa per debellare questa piaga moderna direbbe Antonio Rosmini con azioni in ogni dove. Le vittime e gli osservatori laici immaginavano pene più dure, corti speciali, iniziative per ridurre allo stato laicale vescovi e cardinali che hanno protetto chi abusa. Un desiderio figlio dei tanti insabbiamenti, dei rinvii, delle delusioni, dei silenzi, delle umiliazioni raccolti finora da chi ha patito. Storie tenute sempre nel pozzo nero del segreto, oltraggiate dai dubbi sulla vittima e dalle protezioni sui presunti carnefici, ai margini del dibattito cattolico, poco raccontate da una certa stampa compiacente. Il summit invece ha posto al centro questo problema, ha “sdoganato” una questione rimasta sussurrata, schiacciata tra pettegolezzo e timore di dare scandalo. La Chiesa accende un faro sulle vittime. È sufficiente? No, assolutamente ma è un passo indispensabile per compiere gli altri. Se fosse stata imposta una road map agli episcopati si sarebbero create ulteriori tensioni. Invece, il Pontefice ascolta e poi dalla collegialità (almeno nella forma) si darà sostanza a misure non più rinviabili. In palio non c’è più l’immagine della Chiesa, la trasparenza, ma la necessità di fermare quella che potrebbe diventare una metastasi incurabile.

Non è un caso che i moniti più severi e le denunce più inattese arrivino da donne di Chiesa, come la nigeriana suor Veronica Openibo, e soprattutto da un cardinale impegnato nella riforma della curia, come Reinhard Marx, assai vicino a Bergoglio. Marx  accenna a dossier distrutti su preti pedofili, chiede di togliere il segreto pontificio, di vuotare i cassetti. “Le procedure e i procedimenti”, è la sua denuncia, “stabiliti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi e anzi cancellati o scavalcati”. Quanto questo sia vero e chi lo abbia compiuto è da capire appena si avranno i testi dei lavori, ma già oggi si capisce la durezza del porporato che meglio rappresenta la linea di Francesco. Che sia solo una messinscena per i media? Una rappresentazione di intenti e non di sostanza? Difficile crederlo perché il Papa ha chiamato a sé i vertici delle conferenze episcopali, chiedendo loro di aprire il cuore, di dare indicazioni su come proseguire in una battaglia che deve essere comune. In modo da far riconoscere una questione che ormai è d’emergenza e al tempo stesso poter cogliere ogni sfumatura nelle diverse interpretazioni di questa piaga.

L’intervento di Marx  sul segreto ricorda anche le posizioni di Benedetto XVI  che ripeteva ai suoi collaboratori di non cedere al silenzio e anzi di declassare ogni segreto. “Nella nostra comunità”, ripeteva, “non possono esserci segreti, ma cose al massimo riservate”. Una sfumatura solo in apparenza che sarebbe invece un autentico volta pagina, declinabile dalle questione di potere a quelle finanziarie e persino agli scandali sessuali. Portando le vittime sul palco, facendo raccontare le loro storie, la Chiesa quindi prende come consapevolezza pubblica, un bagno di umiltà che non è solo e più del Santo padre ma delle istituzioni, di chi è chiamato alla responsabilità. Una torcia che illumina i corridoi bui degli abusi con questi bambini che non trovavano protezione, denunciando, ma solo dubbi, silenzi e omissioni.

Solo nelle prossime settimane si potrà tracciare un primo bilancio di quanto accaduto. Si potrà dire se ha ragione Zanardi, che tuona e denuncia dopo anni di vessazioni, oppure se la strada del gesuita, seppur lenta agli occhi dei laici, sarà inesorabile. Bisognerà vedere se e come proseguirà questo dibattito, se sarà foriero di altre iniziative collegiali. C’è anche da chiedersi se – magari per dare un segnale chiaro – le indagini pendenti per questo tipo di reati dal promotore di giustizia vaticano – andranno a definirsi.

A iniziare da quella sugli abusi sessuali denunciati da testimoni e presunte vittime a palazzo San Carlo, nelle camerate del pre seminario. È lo scandalo dei chierichetti del Papa, i giovani che da ogni parte del mondo arrivano in Vaticano per capire se hanno la vocazione di servire la vigna del Signore. La gendarmeria e il promotore Zanotti hanno escusso decine e decine di testimoni, formando un corposo fascicolo che andrebbe ora spinto verso il suo destino: o un processo in tribunale o l’archiviazione. Ci fosse un dibattimento questo sarebbe il primo nella storia della Chiesa per fatti denunciati dentro i Sacri Palazzi. Se invece si andasse verso l’archiviazione, questa significherebbe che le vittime e i testimoni non sono stati minimamente creduti. Come se si fossero inventati tutto in una cospirazione degna di un film di scadente qualità. Anche perché quando la vicenda è emersa nell’autunno del 2017, dal singolo atto coraggioso di un ex seminarista polacco, se ne sono aggiunti a conferma altri, e poi altri ancora. Ci si trova così di fronte a una scelta, al bivio non più procrastinabile.

Esattamente come la lotta alla pedofilia, senza omissioni, silenzi e protezioni. Solo così il sistema Spotlight,  di una filiera di copertura a specchio, potrà essere distrutto.

(trascrizione da La Verità del 26 febbraio 2019)

Annunci