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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » Pedofilia, ecco come papa Francesco ha promosso chi ha insabbiato lo scandalo

Pedofilia, ecco come papa Francesco ha promosso chi ha insabbiato lo scandalo

In Cile iniziata la difficile visita pastorale di Bergoglio: fedeli e opinione pubblica lo attaccano. Alcune chiese sono state date alle fiamme dai vandali. Il papa chiede perdono alle vittime, ma intanto ha promosso vescovi e cardinali insabbiatori. Nel 2015 disse: «Le proteste per le mie scelte? Colpa della sinistra»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
17 Gennaio 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 12 mins read
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DI EMILIANO FITTIPALDI – Per la prima volta papa Francesco va in piazza, e viene fischiato. Non da qualche scalmanato anticlericale, ma da una fetta importante dell’opinione pubblica del Cile. Paese sudamericano cattolicissimo, e cugino dell’Argentina che a Bergoglio ha dato i natali. Cosa è successo? Quali negligenze i fedeli imputano al papa tanto da protestare con tale veemenza? Con vandali che hanno persino attaccato una decina di chiese, alcune delle quali date alle fiamme?

A parte le polemiche antigovernativa sui denari spesi per la visita, le critiche riguardano soprattutto la gestione, da parte di Francesco, di alcune gravissime, vicende di pedofilia. Che hanno visto coinvolti preti e vescovi (ben tre) cileni. Della lotta agli abusi sui minori Francesco ha fatto una bandiera del pontificato. Anche oggi, in un primo discorso, Francesco ha chiesto perdono: «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta».

Ma in Cile, come in altri paesi, per molti sono parole vuote. Il papa, sulla pedofilia, troppe volte sembra aver mancato di coerenza. Lasciando che sulla questione, delicatissima per la Chiesa cattolica, lo spread tra parole e fatti si facesse sempre più largo.

(lettera_cile) È noto che nei primi anni di governo Bergoglio infatti ha promosso nel consiglio dei cardinali porpore come Maradiaga e l’australiano Pell (se nell’arcivescovato in Honduras del primo qualche lustro fa trovò rifugio un prete pedofilo inseguito da anni dall’Interpol, il secondo è considerato da centinaia di vittime un insabbiatore seriale, finito da poco in un processo penale), ma ci sono altre tre eminenze assai chiacchierate che il papa ha promosso elevandole nell’empireo delle gerarchie: il vescovo cileno Juan Barros Madrid,nominato nel 2015 alla diocesi di Osorno, l’arcivescovo di Santiago del Cile Ricardo Ezzati, prima messo alla guida della Congregazione per l’educazione cattolica e nel febbraio 2014 nominato cardinale, e soprattutto il suo predecessore Francisco Javier Errazuriz, chiamato anche lui nel C9.

Tutti e tre coprotagonisti del più grande scandalo nella storia del clero del Cile, e da più di un lustro attaccati duramente in patria da giornali, associazioni, fedeli e magistrati per aver coperto le gesta di padre Fernando Karadima. Un carismatico e influente sacerdote dei quartieri bene di Santiago, parroco per più di vent’anni della parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque che – per stessa ammissione di Errazuriz – ha formato due o tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di santo vivente popolarissimo in tutto il paese, che dietro l’odore d’incenso nascondeva segreti oscuri: secondo quattro uomini padre Karadima è infatti un violentatore seriale, un criminale che ha distrutto le loro vite.

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Dopo anni di insabbiamenti e indagini sospese per volontà delle gerarchie ecclesiastiche, le accuse dei sopravvissuti sono state considerate credibili sia dal tribunale penale cileno, che ha dovuto archiviare il caso perchè i termini di prescrizione erano stati superati, sia dalla Congregazione per la dottrina della fede. Che nel febbraio del 2011 ha condannato il prete, che oggi ha ottantasei anni, a “una vita di preghiera e penitenza” nel convento di Santiago delle Serve di Gesù della Carità. Al sacerdote è stato vietato di esercitare il ministero pubblico. Nel 2014 un avvocato lo ha fotografato mentre celebrava messa alle suore che ospitano la sua clausura.

L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzalez è sintetizzata in un documento di ottantaquattro pagine dove vengono ricostruite, attraverso testimonianze di vittime, preti e dipendenti della diocesi, le fasi dell’inchiesta interna e del presunto tentativo, da parte dell’allora vescovo, di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria. Ed evitando, ovviamente, la denuncia alle autorità civili. La vicenda inizia a metà del 2003, giusto qualche mese dopo l’approvazione da parte della Conferenza episcopale cilena delle nuove e in teoria severe linee guida che le gerarchie del paese avrebbero dovuto seguire in caso di abuso sessuale da parte dei sacerdoti. È giugno: il gesuita Juan Diaz, ex vicario all’educazione di Errazuriz, racconta al giudice di aver consegnato nelle mani dell’allora vescovo la testimonianza scioccante di uno dei ragazzi abusati negli anni ottanta, l’ex chierichetto Josè Murillo, che si era confidato con lui. Una lettera in cui Karadima appariva non come un santo, ma come un depravato.

“Mi sembrò che il cardinale prendesse seriamente la lettera,” spiegherà il gesuita davanti alla corte sette anni più tardi. Il cardinale rispose all’ex chierichetto un mese dopo attraverso una email, in cui spiegava di “pregare per lui”, ma di non poter aprire un’investigazione preliminare: “Sfortunatamente, considero al momento queste accuse non credibili”. Una scelta discutibile: come hanno sottolineato anche esperti canonisti come il professore della Pontificia università gregoriana, padre Marcelo Gidi, Erruzuriz avrebbe dovuto aprire subito un fascicolo. “Quella che deve essere giudicata come ‘credibile’ in questi casi è la buona fede dell’accusatore,” ha commentato il reverendo al “New York Times”, in un articolo che raccoglieva anche l’intervista di un altro testimone che spiegava come già nel 1984 un gruppo di parrocchiani avesse inviato una segnalazione sulle “condotte improprie” di padre Karadima al responsabile della curia cilena del tempo, il futuro cardinale Juan Francisco Fresno Larran.

Dopo mesi di silenzio, l’abusato Murillo tornò dal suo amico don Diaz, chiedendo che cosa avrebbe fatto il vescovo. “Tornai da Errazuriz per riparlargli della questione. Mi disse che la stava ancora valutando. Dissi a Murillo che non potevo fare di più, e che tutto era nelle mani del vescovo.” Che, però, non si mosse per mesi. La prima istruttoria cominciò solo un anno dopo: Karadima aveva infatti abusato per quindici anni anche di James Hamilton, oggi un noto gastroenterologo di Santiago, che fu molestato per la prima volta a diciassette anni, quando il parroco approfittò di un momento di fragilità psicologica del ragazzino dovuta alla morte del padre.

Hamilton descrisse a sua moglie Veronica Miranda i soprusi subiti dal prete solo quando capì che il suo matrimonio stava andando in pezzi per le violenze mai superate: l’influenza di Karadima sulla vittima (Hamilton descrive incontri in cui il prete si masturbava tentando di baciarlo) durò per oltre un quindicennio. Fu Veronica a denunciare alla Chiesa il “santo vivente”, “in modo da evitare che potesse fare del male ad altri ragazzini”.

Anche stavolta Errazuriz fu informato, anche stavolta non rispose alla vittima, né volle incontrarla. Le due testimonianze furono però raccolte dal promotore di giustizia della diocesi Eliseo Escudero, che alla fine del 2005 le considerò “credibili e coerenti” inoltrando una relazione al suo capo, atto che di fatto diede il via al vero e proprio procedimento amministrativo interno. All’inizio del 2006 Errazuriz – dopo aver parlato della faccenda con Andras Arteaga Manieu, uno dei più stretti seguaci di Karadima e capo dell’Unione sacerdotale, che dubitò dell’affidabilità delle storie raccontate dalle presunte vittime – bloccò immediatamente le indagini appena partite. Il cardinale ripetè più volte che riteneva le accuse deboli.

Dunque, orribili menzogne. E tuttavia, nell’agosto del 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta a carico di Karadima, decide comunque di allontanarlo dalla diocesi. Prima tentando di convincerlo a voce, poi – dopo le rimostranze del popolarissimo prete – con una lettera firmata, che l’Espresso pubblica in originale.

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“Caro Fernando, la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene… Rispetto alla nostra conversazione mi par di capire che la cosa che la affligge di più,” scrive il cardinale, “è quella di smettere di essere parroco del Sacro Cuore. Su questo mi permetta, caro padre Fernando, che le dica una parola da fratello, amico, padre e pastore: accetti le decisioni del vescovo, faccia un salto nella fede. Se lei vuole essere santo, così hanno fatto i santi. Lei mi manifestò la preoccupazione che il cambio possa essere visto come un castigo. Non lo è, e tutti lo capiranno: se lo fosse non continuerebbe a lavorare nello stesso luogo, né vicino ai suoi più stretti collaboratori.”

Il cardinale propone al pedofilo di annunciare ai fedeli di aver rinunciato lui stesso all’incarico, avendo ormai settantacinque anni e ventidue di onorato servizio all’interno della parrocchia, in modo da mettere a tacere qualsiasi malalingua. Se in molti considerano la lettera e il suo contenuto la prova che Errazuriz si è mosso per spegnere l’incendio prima che le fiamme divampassero, mettendo in cantina il prelato e proteggendo il buon nome suo e della gerarchia, nel settembre 2015 il cardinale cileno ha rifiutato questa lettura “forzata”, ripetendo che parlare di insabbiamento è un errore madornale.

Una posizione ufficiale condivisa dal Vaticano, che ha sempre difeso l’operato del cardinale vicino a Bergoglio senza alcuna esitazione: “Nel caso Karadima l’azione della Santa Sede è stata nel senso della verità, visto che mentre la giustizia civile ha proposto l’archiviazione, è stata proprio la Congregazione per la dottrina della fede a pronunciare un giudizio di condanna”, ha detto padre Federico Lombardi, ex portavoce della Sala Stampa, dimenticandosi di evidenziare che il procuratore cileno non soltanto era stato costretto a chiudere le indagini solo per avvenuta prescrizione, ma che ha accolto l’intera ricostruzione delle vittime. Insabbiamenti compresi. Di fatto, dopo la rinuncia “volontaria” Karadima non solo rimane nella parrocchia di El Bosque, ma vede incoronato come successore un suo fedelissimo.

Tutto scorre tranquillo per tre anni, quando il prete e la gerarchia di Santiago si accorgono che la valanga che tentano di fermare da anni rischia di rimettersi in moto: Hamilton ha infatti chiesto l’annullamento ufficiale del suo matrimonio religioso, mettendo agli atti che la crisi era provocata dalle violenze di don Fernando il “santo”, che abusando di lui sessualmente e psicologicamente era riuscito ad annullare la sua volontà e il suo discernimento. La decisione di sposarsi, infatti, era stata presa anche per le insistenze di Karadima. A quel punto, denuncia Hamilton, le pressioni per fargli ritirare la causa si fanno opprimenti.

Siamo a fine 2009, Errazuriz decide di riaprire l’inchiesta e nel giugno 2010 manda finalmente le carte a Roma. Leggendo le carte, la mossa appare come un tentativo tardivo per dimostrare che lui e la Chiesa non avevano coperto il pedofilo. Il caso diventa di dominio pubblico ad aprile 2010, quando tre vittime, Hamilton in testa, decidono di rompere gli indugi, superare la vergogna, il pudore e l’imbarazzo e denunciare l’aguzzino alle autorità civili e sui media sudamericani.

La notizia scatena un pandemonio, getta nel fango Karadima e nel panico Errazuriz che, ai fedeli di mezza Santiago che ne chiedevano le immediate dimissioni, invia una lettera aperta in cui chiede “perdono”, precisando contemporaneamente che “al termine di una prima indagine ho lasciato in sospeso la causa perchè in attesa di nuove informazioni, e per approfondire quelle già ottenute, oltre che per avviare nuove consultazioni con esperti di materia giuridica canonica […] Bisogna però ricordare anche il lavoro fecondo e generoso di padre Karadima, che ha formato generazioni di cattolici, tra i quali i cinque vescovi cileni attuali […] Il fatto che sia in corso un’inchiesta non significa che la persona sia considerata colpevole”. L’inchiesta penale della procura di Santiago si apr. nel 2010 e si richiuse per prescrizione in un battibaleno, nel 2011, senza nemmeno che i denuncianti fossero citati.

Nonostante questo, la sentenza determinò che gli abusi di Karadima avvennero realmente. L’inchiesta indagò anche su alcune presunte mazzette, con cui esponenti della gerarchia cilena avrebbero tentato di comprare il silenzio di altri sopravvissuti. Fu accertato, per esempio, che a un ragazzo maggiorenne (presunta vittima di un altro sacerdote, don Diego Ossa, vicinissimo a Karadima) la Chiesa girò 10 milioni di pesos (oltre 10 mila euro), mentre altri 20 milioni finirono nel conto in banca di una cuoca della parrocchia.

Denaro che, secondo gli avvocati delle vittime, fu bonificato in modo da comprare il silenzio di scomodi testimoni che avrebbero potuto peggiorare la posizione processuale di padre Fernando. I legali della curia, pur non avendo mai negato l’esistenza dei pagamenti, li hanno sempre giustificati come semplici “atti di beneficenza”. La storia per ora non ha visto un solo responsabile delle violenze pagare per quello che è accaduto dal 1980 al 1995.

Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago, su cui pendono richieste di risarcimento pari a 450 milioni di pesos, e nel 2015 il cardinale è stato riascoltato dai giudici come teste, confermando a verbale la sua tesi difensiva: “A quel tempo padre Karadima godeva di una fama straordinaria, aveva la reputazione di un santo, ammetto che dunque non credetti alla denuncia”, si legge negli atti. “Insabbiamento? Non vi è nella mia coscienza o nella mia memoria aver coperto abusi psicologici, ministeriali o sessuali; né è esistito un tentativo di mettere a tacere o silenziare le accuse. A quelle denunce non fu dato seguito perché non erano corroborate da prove. Vi era il prestigio di Karadima da un lato, e in secondo luogo . stato difficile ipotizzare che gli adulti fossero stati abusati per anni senza che nessuno lo denunciasse.” E come mai allora chiese le sue dimissioni dalla parrocchia nel 2006 con una lettera? “Solo perchè Karadima aveva più di settantacinque anni. Non si trattò di un licenziamento, perché non si può licenziare un pastore senza processo canonico. Nel dicembre 2005 lo pregai di presentare la sua rinuncia. Ma avanzò molte scuse. La lettera del giugno 2006 è una risposta alle obiezioni di padre Karadima.”

Tranne l’Espresso, in Italia nessun giornale si è mai occupato della vicenda. Anche quando Errazuriz è stato nominato da Bergoglio nel consiglio ristretto dei cardinali che devono aiutarlo nel governo della Chiesa universale. “Per me il cardinale Errazuriz invece di partecipare al conclave dovrebbe essere in galera,” chiosò nel marzo 2013 il medico Hamilton. “Non ha fatto niente in favore delle vittime, persino i rapporti che ha consegnato alla Chiesa erano con nomi e avvenimenti censurati. Anzi, ci ha traumatizzati una seconda volta cercando di insabbiare le nostre accuse una volta per tutte.” Anche una terza vittima di don Karadima, Juan Carlos Cruz, ha attaccato il cardinale con parole di fuoco.

“Francesco ha nominato Errazuriz nel C9? Sono molto deluso. I segnali che ci aveva dato il papa animavano la nostra speranza che le cose potessero cambiare, ma ora vediamo che è sempre la stessa cosa. Gesù scelse Giuda, e ora sta succedendo lo stesso,” ha commentato qualche tempo fa. Solo nel settembre del 2015 Cruz ha scoperto che il neo membro del consiglio ristretto delle porpore aveva scambiato alcune email con il collega Ricardo Ezzati, parlando proprio di lui.

Nel documento pubblicato da un sito cileno i due cardinali discettano con grande preoccupazione di future nomine vaticane: quella del gesuita don Felipe Berros come futuro cappellano del palazzo della presidenza cilena (“fa dichiarazioni piene di superbia e contrarie al magistero della Chiesa, usa un tono da profeta parlando di corruzione e di incoerenza della Chiesa”, scrive Ezzati), e quella di una delle vittime di Karadima, ossia proprio Cruz, che qualcuno a Roma ipotizzava come possibile membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori. “La nomina di Cruz sarebbe un danno troppo grande per la Chiesa del Cile. Anche perché darebbe credito e avallerebbe un castello [di accuse] che il signor Cruz ha costruito astutamente. Spero che lei possa informare con chiarezza coloro che devono dar seguito a questa nomina,” conclude l’arcivescovo. Errazuriz si dice d’accordo: “Coraggio, il serpente non prevarrà”.

Alla fine le due designazioni non arriveranno mai in porto. Se qualcuno sostiene che papa Francesco non conoscesse con dovizia di particolari la vicenda del cardinale George Pell, all’esplosione di questo scandalo che ha segnato la storia recente della Chiesa cilena Bergoglio non viveva su Marte, ma era il potente arcivescovo di Buenos Aires. E, dunque, conosceva perfettamente le accuse di insabbiamento e il comportamento delle alte gerarchie. Nonostante tutto, ha deciso per. di premiare sia Errazuriz che Ezzati, da lui considerati dunque estranei ai fatti.

Ma non è tutto. Quello che ha fatto infuriare i cattolici cileni è il fatto che nel 2015 Bergoglio ha nominato vescovo di Osorno, città a novecento chilometri a sud di Santiago, un ex seminarista di Karadima, monsignor Juan Barros Madrid, che è stato a fianco del prete pedofilo per oltre venticinque anni, condividendo con lui il periodo buio della parrocchia maledetta del ricco quartiere di El Bosque. Secondo il racconto di alcune vittime Barros, che nel 2006 officiò i funerali dell’ex dittatore cileno e criminale Augusto Pinochet, era a conoscenza delle condotte peccaminose del suo superiore e le avrebbe coperte.

Un sacerdote, durante il processo penale, ha testimoniato di aver ammonito Karadima per le sue azioni proprio in presenza del giovane Barros, all’inizio degli anni ottanta. Il neovescovo ha ovviamente negato ogni addebito, dichiarando di non aver avuto “alcuna conoscenza delle denunce” contro il suo mentore. Né durante il periodo passato al suo fianco, né quando era segretario del cardinale Fresno, il primo prelato a coprire Karadima. È certo però che Cruz giura come almeno in un’occasione Barros abbia addirittura assistito come testimone oculare agli abusi sessuali, ed è certo che per anni, dopo l’inizio dello scandalo, lo stesso abbia organizzato manifestazioni pubbliche per difendere il suo maestro, compresa una messa solenne a lui dedicata.

Alla notizia della designazione i fedeli della città di Osorno, associazioni religiose e parlamentari assortiti hanno chiesto al Vaticano di ripensarci, ritirando l’imbarazzante candidatura. Un gruppo di cinquantun deputati ha persino mandato una lettera al papa invitandolo a tornare sui suoi passi. Anche Alex Vigueras, superiore provinciale della Congregazione dei Sacri Cuori, ha scritto un articolo parlando di “una nomina che lascia perplessi” e chiedendo a Barros “di rinunciare all’incarico, visto che la scelta non risulta in sintonia con la tolleranza zero che la Chiesa sta cercando di promuovere” contro la pedofilia.

Stessa posizione del sacerdote don Peter Kligger della diocesi di Osorno, che ha dichiarato che “Barros porta sulle spalle un carico morale che non gli permette di disporre dell’autorità necessaria al governo pastorale”. Tutto inutile: Barros ha celebrato la sua prima messa da nuovo vescovo il 21 marzo 2015, in un clima da guerriglia fuori e dentro la cattedrale, con duecento manifestanti furibondi che hanno inscenato una protesta sventolando bandiere e palloncini neri e cartelli con scritte contro il monsignore. Il papa, nonostante parte della Pontifica commissione per la tutela dei minori avesse chiesto che “i vescovi nominati devono avere credibilità per quanto riguarda la questione della pedofilia”, è andato dritto per la sua strada.

Di più. Nel maggio del 2015, durante un incontro in piazza San Pietro, a un corista cileno che lo affrontò spiegandogli che la Chiesa cilena stava “soffrendo” a causa della nomina del vescovo di Osorno, Bergoglio ha risposto (probabilmente senza immaginare di essere registrato dall’iPad di un turista argentino che assisteva alla scena) che le proteste erano state “montate” ad arte dagli “zurdos”, cioè i politici “sinistrorsi” che hanno messo per iscritto il loro scontento per la scelta vaticana.

“È una Chiesa che ha perso la libertà perchè si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio,” ha detto duro il papa. “Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa. Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. Osorno soffre, certo, perchè è stupida. Perchè non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle cretinate che dice tVisualizza articoloutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare, confusione, che cercano di calunniare…”

Il video del papa, se ha fatto infuriare le vittime di padre Karadima, i parlamentari (di vari partiti, non solo del partito socialista) che hanno firmato la petizione contro la nomina, e persino alcuni autorevoli componenti della Pontificia commissione per la tutela dei minori (la sopravvissuta irlandese Marie Collins, violentata a tredici anni da un prete in un ospedale cattolico di Dublino, si è detta “scoraggiata e addolorata” per le parole di Francesco), ha catturato anche l’attenzione della Corte suprema del Cile, colpita dallapresunta “assoluzione di Barros” di cui aveva parlato il pontefice.

Nessuno, infatti, sapeva che il vescovo fosse stato giudicato da una ignota “corte giudiziaria”, dalla quale è stato considerato innocente. Così alti magistrati hanno subito avviato una rogatoria internazionale, richiedendo al Vaticano di inviare qualsiasi incartamento sulla posizione del presule, e di esibire le prove: a oggi, dalla Santa Sede non c’è stata alcuna risposta. Semplicemente perché Francesco ha detto una cosa mai accaduta.
http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/01/16/news/pedofilia-come-papa-francesco-ha-promosso-chi-ha-insabbiato-lo-scandalo-1.317225
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5 Marzo 2020
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Highlights

Pedofilia: Gesuiti chiedono perdono per caso padre De Luca

Sacerdote accusato di abusi su una giovane migrante, assolto a Messina

Processo a Gisana, giudice ammette solo Messina come parte civile, escluse le altre richieste

Archiviata la querela temeraria alla giornalista Federica Tourn

ENNA; Dopo mons. Gisana anche mons. Murgano chiede il rito abbreviato nel processo per falsa testimonianza a loro carico

Pedopornografia on line, altri tre arresti nell’inchiesta che ha coinvolto il sacerdote bresciano

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.