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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » assistenza » Pedofilia, obbligo di cura dopo il carcere: “sentenza pilota” del tribunale di Milano

Pedofilia, obbligo di cura dopo il carcere: “sentenza pilota” del tribunale di Milano

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Maggio 2016
in Cronaca e News
Reading Time: 2 mins read
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Il consenso dell’uomo decisivo per non violare le norme che vietano i trattamenti sanitari obbligatori se non per legge. La misura è stata preferita alla richiesta della Procura di sorveglianza speciale ritenuta “inutilmente restrittiva sul piano della libertà individuale”.

Un percorso di recupero, cura e sostegno personalizzato da preferire alla sorveglianza speciale. Per la prima volta un Tribunale stabilisce l’obbligo di cura per un soggetto condannato per pedofilia che ha scontato la sua pena in carcere. Succede a Milano, dove i giudici della Sezione autonoma misure di prevenzione hanno disposto con decreto che un 41enne, dopo la scarcerazione, debba prendere contato col Presidio criminologico territoriale del Comune di Milano (dove opera un medico che già lo ebbe in cura nel carcere di Bollate), “per concordare un programma di osservazione e di trattamento finalizzato al contenimento e al superamento delle sue tendenze sessuofobe e pedofiliche con l’individuazione di un programma che sarà predisposto dagli operatori del presidio”. Necessario, però, il consenso del paziente.

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Nel provvedimento, infatti, i giudici presieduti da Fabio Roia evidenziano come l’ok dell’uomo a questo percorso di cura sia decisivo per superare una violazione eventuale dell’articolo 32 della Costituzione, secondo il quale “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. L’uomo è stato condannato a 4 anni e 4 mesi per reati sessuali compiuti con minorenni. La Procura aveva chiesto l’applicazione di una misura di sorveglianza speciale della polizia, con l’obbligo di soggiorno o residenza nel comune di dimora per due anni dopo l’uscita dal carcere, prevista per quest’anno. Una richiesta, questa, basata su intercettazioni e su alcune relazioni stilate in carcere, l’ultima nel 2015, che confermavano l’attualità della sua tendenza pedofilica.

Il Tribunale l’ha però bocciata, ritenendo l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza “inutilmente restrittivo sul piano della libertà individuale”. Alle diverse prescrizioni tradizionali (come divieto di frequentare minorenni in solitudine) ha aggiunto quindi la novità dell’obbligo di cura. Nell’udienza per discutere le misure a cui sottoporlo, l’uomo aveva dichiarato di non sentire più pulsioni ma di essere disponibile a proseguire con un programma di osservazione e cura.

Nonostante siamo molte le richieste di assistenza da parte dei soggetti condannati per pedofilia, solo una minoranza accede alla struttura del Centro italiano per la promozione della mediazione (C.i.p.m.) di Milano dove un criminologo, Paolo Giulini, assieme alla collega Francesca Garbarino, lavora da anni nella Sezione crimini sessuali di Bollate e studia il percorso di recupero. Ed è qui che, ad esempio, già Salvatore ha firmato nei mesi scorsi “un contratto” con chi lo aiuta con il quale riconosce di essere un pericolo per la società. “Ero all’inferno – aveva raccontato a Repubblica – poi il mio avvocato mi ha parlato di una possibilità”.

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Esistono dati scientifici sull’esperimento milanese: equiparando i comportamenti tra sessanta uomini che hanno frequentato un gruppo di aiuto (una delle articolazioni del progetto) e sessanta che non l’hanno frequentato, la recidiva sessuale per i primi si è dimezzata (l’8% invece del 16) e la recidiva con violenza ridotta di un terzo (18 contro 35%). Sono dati di alcuni mesi fa.

http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/05/05/news/pedofilia-139164929/

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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