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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » FEDERICO TULLI – Quei preti pedofili a spasso e la tolleranza di papa Francesco

FEDERICO TULLI – Quei preti pedofili a spasso e la tolleranza di papa Francesco

Federico Tulli by Federico Tulli
20 Gennaio 2015
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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Il volto disteso di don Mauro Inzoli immortalato al Convegno di Milano organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale» ha sorpreso molte persone. Non sono pochi infatti, specie in Italia, coloro che quando sentono papa Francescoinvocare la tolleranza zero, pensano a un effettivo giro di vite della Chiesa nei confronti dei sacerdoti pedofili e a una concreta battaglia del pontefice contro la diffusione della pedofilia nel clero. E invece, quel volto serafico evidenzia ancora una volta l’assoluta continuità della linea intrapresa dal cosiddetto papa rivoluzionario con quella dei suoi due predecessori: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Come ha scritto nero su bianco la Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza il 5 febbraio 2014, nulla è stato fatto prima di Bergoglio per garantire l’incolumità dei minori che frequentano scuole, parrocchie, oratori cattolici e così via, e nulla di realmente efficace sta facendo il papa gesuita. Con in più un paradosso inquietante.

Leggendo le parole di condanna della Congregazione per la dottrina della fede nei confronti di don Inzoli, e vedendo quella persona tranquillamente seduta due file indietro al presidente della Lombardia, Roberto Maroni, e all’ex presidente Roberto Formigoni (che a don Inzoli, anch’esso appartenente a Comunione e liberazione, era solito confessarsi), si ha la sensazione di assistere oltre a una incredibile sottovalutazione di un crimine seriale, violento e distruttivo come la pedofilia, quasi a uno spot in favore di essa.

«In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale» tuonavano i giudici dell’ex Tribunale dell’Inquisizione a giugno 2014. Una condanna solo a prima vista durissima, avallata da papa Francesco, che evidentemente non ha inciso più di tanto sulla vita pubblica e di relazione del  sacerdote riconosciuto colpevole di aver violato il VI Comandamento (“..atti impuri..”), ma nei fatti responsabile della distruzione della vita di esseri umani indifesi. Considerando che lo stesso pontefice a luglio 2014 ricordava nell’articolo di Scalfari su Repubblica che «dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento», chissà in quanti pensando al placido don Inzoli staranno tirando un sospiro di sollievo vedendo a cosa andrebbero incontro qualora fossero scoperti e condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede. Secondo la stima del papa, solo in Italia, dove vivono circa 35mila sacerdoti, potrebbero essere almeno 700.

Del resto quello di don Inzoli non è un caso isolato. Dopo il presunto giro di vite realizzato nel luglio 2013 da Bergoglio con l’inasprimento del codice penale in materia di pedofilia clericale (che segue quello applicato nel 2010 da Benedetto XVI al Diritto canonico), un altro personaggio eccellente nell’indifferenza generale ha subito e subisce (si fa per dire) un trattamento simile a quello dell’ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà.

Si tratta dell’arcivescovo polacco Józef Wesołowski condannato – come il confessore di Roberto Formigoni – per pedofilia in primo grado dalla Congregazione per la dottrina della fede a giugno 2014, e arrestato a settembre scorso vicino piazza Navona a Roma dai gendarmi pontifici su disposizione del promotore di giustizia vaticano in base al codice penale modificato da papa Francesco. Dopo 60 giorni di arresti domiciliari nel Collegio dei Penitenzieri, Wesołowski oggi passeggia indisturbato per le viuzze di Città del Vaticano in attesa del termine della fase istruttoria coperta da un impenetrabile vincolo di segretezza. È stato lo stesso portavoce della Santa sede, mons. Federico Lombardi, a raccontarlo il 3 dicembre scorso come riporta Radio Vaticana: «La Magistratura dello Stato della Città del Vaticano, continuando le indagini, ha compiuto un primo interrogatorio dell’imputato, a cui ne seguiranno altri. Essendo scaduti i termini per la custodia preventiva e in considerazione delle sue condizioni di salute – spiegava Lombardi – mons. Wesołowski è stato autorizzato a una certa libertà di movimento, ma con obbligo di permanenza all’interno dello Stato e soggetto a opportune limitazioni nelle comunicazioni con l’esterno».

Il procedimento penale nei suoi confronti è stato aperto dal promotore di giustizia del Tribunale vaticano, Gian Piero Milano, che ne aveva disposto l’arresto con le accuse di abusi sessuali su minori e possesso di materiale pedopornografico, motivando il provvedimento con il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. Rischi che evidentemente non sussistono più sebbene Wesołowski abbia alle spalle una carriera diplomatica ultra decennale. Prima di diventare nunzio in Repubblica Dominicana nel 2008, il vescovo polacco aveva infatti prestato servizio nelle missioni diplomatiche della Santa Sede in Africa meridionale, Costa Rica, Giappone, Svizzera, India e Danimarca, quindi come nunzio apostolico in Bolivia, dal 1999 al 2002, e nei Paesi ex-sovietici dell’Asia centrale (Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan), dal 2002 al 2008. Ed è anche in questi Paesi che l’Interpol, considerando la serialità del crimine in questione, sta svolgendo le sue indagini, sulla base di un mandato d’arresto internazionale spiccato nel 2013 dalla Repubblica dominicana al quale Wesołowski non più protetto dall’immunità diplomatica è sfuggito nel momento in cui le guardie pontificie lo hanno invitato a seguirle Oltretevere.

Per quanto riguarda don Inzoli occorre ricordare che costui è colpevole per la Santa Sede e innocente fino a sentenza definitiva per lo Stato italiano. Come pure che il suo caso è arrivato finalmente sotto la lente della Procura di Cremona solo nell’autunno scorso dopo due esposti presentati dall’onorevole Franco Bordo, deputato di Sel, e dalla associazione di vittime Rete l’Abuso. Secondo Il Fatto quotidiano i magistrati italiani indagano su 40 episodi di abusi e avrebbero già fatto la richiesta di rogatoria alla Santa sede per acquisire elementi utili dal processo svolto alla Congregazione per la dottrina della fede. Considerato il vincolo di segretezza pontificia che grava sugli atti di questo tribunale, pena la scomunica, solo una persona può consentire di accelerare l’inchiesta e aiutare a fare piena luce: il popolarissimo fautore della tolleranza zero.

Federico Tulli

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Federico Tulli

Federico Tulli

Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: [email protected] [email protected]

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