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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | Il punto della Rete L'ABUSO | La chiesa deve aprire gli archivi e obbligare alla denuncia

La chiesa deve aprire gli archivi e obbligare alla denuncia

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Febbraio 2014
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 4 mins read
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Parla l’ex vittima di un parroco, oggi fondatore di un’associazione che riunisce persone come lui

Francesco Zanardi non odia i preti.

Nemmeno don Nello Giraudo, il parroco che per anni lo ha violentato in una parrocchia di Spotorno: “Mi fa pena, ma anche lui è una vittima della chiesa”. Ha 43 anni, fa l’elettricista ed è portavoce di Rete l’Abuso, un’associazione di supporto per le vittime dei preti pedofili. Don Nello, dopo decenni, è stato condannato ad un anno con la condizionale. Vive dimenticato in un convento.

Quanti anni avevi?

Undici. Mia madre era molto cattolica, la domenica servivo la messa tre volte di fila e lei mi diceva che sarebbe venuta a controllare tutte e tre le volte. Mio padre era un padre padrone, insomma vivevo in una famiglia problematica. Don Carlo si era accorto della situazione e aveva capito che avrei avuto bisogno di uno spazio tutto mio. Mi diede una stanza nel seminterrato della parrocchia per starmene in pace. Stavo bene, smontavo le radio, mi divertivo, poi è arrivato don Nello. La prima volta mi fece sedere sulle gambe e mi masturbò. Continuò a violentarmi per diversi anni.

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Prima eri un bambino, poi come hai potuto sopportare fino a 16 anni?

A quell’età sono scappato. A casa avevo una situazione difficile e quel luogo per me era tutto, li avevo gli amici, le persone che mi volevano bene. Quel prete violentava altri bambini, lo sapevano tutti, eppure quelle violenze sono rimaste sotto traccia per decenni. Denunciare era difficile, quasi inutile. Il vescovo di Savona, Dante Lafranconi, sapeva tutto e per toglierlo dalla parrocchia di Spotorno, quindici anni dopo, lo assegnò ad una più piccola sulle alture di Finale Ligure e gli consentì anche di aprire una comunità per bambini problematici. Una follia, ma è abbastanza comune, da quei posti isolati è ancora più difficile che escano denunce.

Tutti sapevano? .

Spotorno ha 5mila abitanti, certe voci giravano già prima che arrivasse don Nello, l’omertà c’è ma non solo tra le persone di chiesa.

La tua famiglia non poteva aiutarti. E’ così per quasi tutte le vittime?

I bambini abusati sono quasi tutti vittime di famiglie disagiate. La mia era una situazione particolarmente difficile, ma capita lo stesso in situazioni di povertà anche non estrema. Le famiglie povere si fidano dei preti e lasciano spesso i figli all’oratorio, anche perché non hanno alternative. Intendiamoci, non sto dicendo che tutti i preti sono pedofili.

Come se ne esce, se ne sei uscito, da una situazione simile?

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Mi definisco un sopravvissuto. A 16 anni ho cominciato con la droga, eroina. Questo per dire quanto è complicato elaborare un trauma simile. Alcuni reagiscono e riescono a parlarne, parlano prima di tutto con se stessi, e già questo significa iniziare un per-corso di recupero.

Tu quando ci sei riuscito?

A trent’anni. Il primo rapporto sessuale l’ho avuto a 26, quando si avvicinava una ragazza prima scappavo, ero sessuofobico.

Come si può impedire che la chiesa nasconda i preti pedofili?

Gli archivi delle diocesi devono essere accessibili alla magistratura, la Cei deve inserire nel suo ordinamento l’obbligo di denuncia perché il processo canonico non basta. Al massimo il prete viene semplicemente spostato e quindi può continuare ad abusare. Il prete che “sbaglia” ha l’obbligo di riferire al vescovo, quindi sono le alte gerarchie che dovrebbero essere obbligate a denunciare gli abusi. Anche chi frequenta la chiesa, invece di rivolgersi al vescovo, deve avere la forza di denunciare alla magistratura.

La tua associazione raccoglie molte denunce. La materia è molto delicata, come fate a verificare l’attendibilità delle presunte vittime?

Siamo tutti volontari ex vittime di abusi e abbiamo sedici avvocati volontari. Il problema è serio e dobbiamo fare verifiche molto dettagliate, anche perché molti denunciano ma pochi sono disposti ad esporsi in prima persona. Ed è difficilissimo produrre materiale per mettere in moto un’azione penale, serve tempo, indagini, microcamere nascoste. Ci andiamo con i piedi di piombo quando si tratta di fare nomi e cognomi. Adesso che c’è crisi riceviamo centinaia di denunce false.

Perché?

Vogliono soldi, ottenere un risarcimento.

Adesso che sentimenti provi per don Nello?

Poverino mi fa pena, è una vittima anche lui. Ha fatto del male ma è una persona che andava aiutata, invece la chiesa lo ha esiliato e basta.

E Papa Francesco?

Continuo a sperare in qualcosa di buono, per il momento di chiacchiere ne ha fatte tante anche se i preti pedofili sono ancora tutti al loro posto. La loro commissione interna non mi piace, la chiesa deve smetterla con questa vocazione di risolvere le questioni al suo interno, non ha senso condannare una persona e poi permettergli di continuare ad abusare.

Luca Fazio IL MANIFESTO

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.