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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Come si chiama il centro di accoglienza di don Lucio Gatti a Perugia?

Come si chiama il centro di accoglienza di don Lucio Gatti a Perugia?

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Novembre 2011
in Umbria
Reading Time: 4 mins read
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TRAGEDIE E MIRACOLI
Caritas, dall’Umbria al Kosovo nella casa dei bambini a Radulac

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Tra le montagne della città kosovara, la Caritas Umbra ha costruito una casa di accoglienza per chi, dopo la guerra, ha perso tutto ed è rimasto solo. Ospita 25 persone, può contare sull’aiuto del contingente italiano di stanza a Bijelo Poje Oltre 10 mila volontari si sono dati il cambio per aiutare le popolazioni terremotate
di ILARIA BIANCACCI

Caritas, dall’Umbria al Kosovo nella casa dei bambini a Radulac 

RADULAC (Kosovo) – Come spesso succede, da una tragedia può nascere un miracolo. E’ quello che è accaduto a Radulac, nel cuore del Kosovo, dove Massimo e Cristina, volontari della Caritas Umbra 1, hanno creato una casa per accogliere i bambini e dar loro la speranza che la guerra aveva portato via. Tutto è cominciato nel 1997, quando un terribile sisma ha devastato parte della regione dei due volontari italiani. Nel campo di Nocera Umbra, rimasto operativo fino al 2001, oltre 10 mila volontari si sono dati il cambio per aiutare le popolazioni terremotate. Sono nati amori, amicizie, semplici contatti. Come quello tra il vescovo macedone e don Lucio, il parroco di Nocera.

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Il vescovo e Don Lucio. Quando è scoppiata la guerra in Kosovo il vescovo macedone Dod Gjergji ha chiesto aiuto a don Lucio: nella tendopoli di Skopje, dove erano confluiti i profughi kosovari, c’era bisogno di un miracolo. La popolazione aveva abbandonato i villaggi attaccati dai serbi e il volontari dovevano aiutare le famiglie a far ritorno nelle loro case. Massimo e Cristina, insieme a don Lucio, hanno lasciato l’Umbria e sono andati dove avevano bisogno di loro: quindi hanno costruito una casa di accoglienza per bambini orfani o figli di genitori con problemi economici.

Il villaggio dell’accoglienza. Oggi le persone accolte in quel villaggio sono 25 nella casa “madre” di Radulac, 5 a Vernakolla (la struttura sulle montagne al confine con la Macedonia che ospita ragazzi con problemi di droga) e 5 a Glaviçica (lungo la strada che collega Klina a Peja), nella casa accanto alla canonica aperta a luglio e che il vescovo Gjergji ha messo a disposizione della Caritas umbra. Per la mancanza di spazio e per l’adeguamento alle normative sulle strutture di accoglienza che il nuovo stato kosovaro ha emanato, e che ricalcano quelle in vigore nell’Unione Europea, si sta costruendo una nuova casa di accoglienza, molto più grande, pronta ad ospitare, un numero maggiore di bambini.

Il ruolo dei militari italiani. “Quando sono venuta per la prima volta in Kosovo – racconta Benedetta, una delle volontarie – pensavo di fermarmi soltanto per l’estate. Quando sono tornata nella mia città, un senso di inquietudine mi riportava alla mente i giorni passati a Radulac e, nonostante fossi appagata dalla mia vita e dal mio lavoro con i bambini autistici, provavo il desiderio di ritornare. Due anni fa ho lasciato Perugia e adesso sento che la mia vita è veramente completa”. La casa di Radulac può contare sull’aiuto del contingente italiano di stanza a Bijelo Poje. Il tenente colonnello Biagio Paluscio è il responsabile della cooperazione civile e militare (Cimic) nell’ambito del Kfor e insieme al tenente colonnello D’Antonio, agronomo, e al tenente colonnello Foti, architetto, contribuiscono allo sviluppo di progetti, per le rispettive competenze, che rispondono alle esigenze del centro di accoglienza.

Investimenti nell’agricoltura. Il 70 per cento del budget 2011 è stato investito per interventi agricoli e per la costituzione della banca del germoplasma per la conservazione delle specie autoctone. Il Kosovo ha una tradizione di coltivazione di piante officinali, che va salvaguardata. Inoltre, il territorio kosovaro presenta una flora biodiversificata da tutelare e monitorare. Questa piccola comunità, completamente autosufficiente, vive grazie alle donazioni e al lavoro svolto da tutti quotidianamente. Le giornate cominciano all’alba, con la colazione per tutti e si va avanti con la pratica quotidiana del “Buongiorno”, un momento di riflessione collettivo che avviene a tavola, prendendo spunto da una lettura a scelta. Poi tutti, grandi e piccoli, si dedicano alle loro attività. C’è chi va a scuola e chi impara un mestiere sui campi dell’azienda agricola, perché questi bambini sono il futuro del Kosovo e devo poter ricostruire il loro paese.

Una Chiesa diversa. Nel cortile della casa c’è una piccola cappella improvvisata, sotto un tendone bianco i bambini, i volontari e i soldati prendono posto sulle panche. Dietro alle spalle del sacerdote, c’è un dipinto con colori vivaci che parlano di amore, solidarietà e sacrificio. Gesù non è circondato da angeli o santi ma da bambini che con i loro sorrisi riempiono di vita l’ambiente. Una messa semplice e forte allo stesso tempo. Una predica che si trasforma in favola e un prete che dialoga a tu per tu con i bambini. Una chiesa diversa e carica di emozione, lontano dalle nostre comode e sicure città, sotto le montagne, tra le valli e i covoni di fieno, dove la guerra ha distrutto il futuro, ma l’amore e l’armonia hanno restituito la speranza.

Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo

(18 ottobre 2011)

http://www.repubblica.it/solidarieta/volontariato/2011/10/18/news/caritas_dall_umbria_al_kosovo_per_dare_un_futuro_ai_bambini-23455103/index.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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