AGI – Il sacerdote di Malaga accusato di aver drogato e abusato sessualmente di quattro donne tra il 2014 e il 2018, atti che avrebbe filmato e che sono stati scoperti dalla sua compagna su un computer nella casa che condividevano a Melilla, è stato condannato a 52 anni di carcere dal Tribunale provinciale di Malaga. L’imputato, 35 anni, noto come Padre Fran, è stato riconosciuto colpevole di quattro capi d’accusa di violenza sessuale, tre dei quali con penetrazione, e quattro capi d’accusa di divulgazione di informazioni private, entrambi di natura continuativa, secondo la sentenza, ottenuta dall’agenzia EFE.
Per quanto riguarda la responsabilità civile, l’imputato, Francisco J.C., originario di Vélez-Málaga e attualmente in custodia cautelare dopo essere stato arrestato l’11 settembre 2023, dovrà risarcire ciascuna delle vittime per il trauma psicologico e il danno morale subiti, per un importo totale di 403.129 euro. La Diocesi di Malaga sarà responsabile in via sussidiaria per il pagamento del risarcimento. La Diocesi di Malaga ha sempre sostenuto che i fatti si siano verificati in ambito privato, durante attività ricreative e non correlati alla pratica religiosa, e pertanto si è ritenuta non responsabile in via sussidiaria. Tuttavia, il Vescovo di Malaga, José Antonio Satué, ha già annunciato che la Chiesa risarcirà finanziariamente le quattro vittime per il danno arrecato. Il Tribunale, come sostenuto dal pubblico ministero e dai ricorrenti, ritiene che i fatti si siano verificati nel contesto di attività religiose, motivate dalla sua appartenenza a diverse istituzioni, e che sia stato in tali circostanze che egli abbia stretto amicizia con le vittime.
La dinamica delle aggressioni e il valore delle prove video
Il sacerdote, approfittando di questa amicizia, ha somministrato loro una sostanza sconosciuta che ha indotto un profondo stato di sonnolenza e perdita di coscienza, momento in cui le ha aggredite sessualmente. La Corte sottolinea che il valore probatorio delle registrazioni e delle fotografie è “indiscutibile”, consentendo di “dedurre al di là di ogni dubbio” la partecipazione dell’imputato ai fatti, non solo perché compare in alcune di esse, ma anche perché è accertato che le registrazioni sono state effettuate in diverse residenze parrocchiali, e ulteriormente corroborate da una perizia anatomica relativa alle caratteristiche di alcune parti del suo corpo.
La Corte indica inoltre che è provato che l’imputato ha assunto sostanze tossiche o psicotrope, le ha condivise con alcuni testimoni e le ha persino mostrate a un gruppo di amici. Per quanto riguarda le vittime, la natura della sostanza ingerita non è stata possibile determinarla a causa del tempo trascorso, ma si sottolinea che “si trattava necessariamente di una sostanza tossica che ha causato una chiara perdita di coscienza”.
Il giudizio della Corte sull’assoluto disprezzo della dignità umana
I giudici rimproverano l’imputato per “assoluto disprezzo” non solo per l’integrità sessuale delle vittime, ma anche per la dignità umana più elementare, avendole lasciate prive di sensi. “Non solo non erano consapevoli di ciò che veniva fatto loro, ma erano anche incapaci di difendersi”, si legge nella motivazione. Per quanto riguarda la valutazione delle prove, la Corte indica che le testimonianze rese in giudizio, unitamente alle perizie medico-legali, alle perizie tecniche e a tutti gli altri documenti presentati e depositati agli atti, hanno portato la Corte “senza alcun dubbio alla convinzione che i fatti si siano svolti come descritto”. Oltre alle pene detentive, all’imputato è stato imposto il divieto di avvicinarsi a tre delle vittime per tredici anni e il divieto di avvicinarsi alla quarta vittima per cinque anni.
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