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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Agostino Superbo » La verità del vescovo sul cadavere di Elisa Oggi monsignor Superbo in aula

La verità del vescovo sul cadavere di Elisa Oggi monsignor Superbo in aula

Contraddizioni? Equivoci? Complicità? Ricostruiamo passo per passo i punti di forza e di debolezza di una testimonianza molto discussa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Giugno 2014
in Basilicata
Reading Time: 21 mins read
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POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

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I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

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A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

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E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

I LAVORI DEL 2010

Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

«Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

 «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

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Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

“MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

IL CRANIO E L’UCRAINO

Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

«Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

«La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

 Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

«Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

 Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

«Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

SCENARI

Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

 Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

 Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

Scenari plausibili? Forse.

Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

I LAVORI DEL 2010

Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

«Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

«Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

“MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

IL CRANIO E L’UCRAINO

Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

«Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

«La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

«Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

«Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

SCENARI

Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

Scenari plausibili? Forse.

Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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