«Parlare di “abuso” sessuale è scorretto, perché abuso significa “uso eccessivo” della sessualità e rischia di sottendere che sia lecito farne un uso non eccessivo. Quando parliamo di minori il termine corretto da utilizzare è un altro: crimine sessuale». Parte da questa riflessione linguistica la tesi Questo è il nostro segreto – Vittime, abusatori e omertà, con la quale Chiara Codardini, vicentina, ha ottenuto la Licenza in Scienze Religiose all’Issr Onisto e che successivamente è stata pubblicata nella collana Theology Press della Facoltà Teologica del Triveneto (disponibile gratuitamente online), con presentazione e prefazione di don Flavio Marchesini e Leopoldo Sandonà.
Lo studio di Chiara Codardini è preciso e approfondito. Riferimento continuo sono i documenti e le statistiche della Cei pubblicati nel corso degli anni, segno che «l’attenzione all’argomento c’è, ma non è ancora diventata patrimonio comune e con il mio lavoro vorrei dare un contributo in tal senso», spiega l’autrice.
In primo luogo, Codardini inquadra il fenomeno statisticamente, con una precisazione doverosa: «È inopportuno parlare di pedofilia nella Chiesa, perché i casi di abuso che più si verificano al suo interno riguardano ragazzi e ragazze che hanno superato la pubertà. La pedofilia è una particolare parafilia che si manifesta nella preferenza sessuale verso i prepuberi. È interessante sapere che non tutti i pedofili commettono crimini, ma quando ciò avviene hanno molte vittime e spesso non si pentono. Più diffusa è l’attrazione verso i cosiddetti “teenager”. Ci si chiede se alla base non ci sia uno sviluppo psicoaffettivo incompiuto».
Un altro dato interessante che emerge è che «gli abusi su minori compiuti da preti avvengono mediamente dopo undici anni dall’ordinazione». Un dato che, letto in combinato disposto con l’incompiutezza dello sviluppo psicoaffettivo, lascia supporre che qualcosa non funzioni nella formazione svolta all’interno dei seminari.
In ottobre la vicentina sarà tra i pochi selezionati in tutto il mondo per frequentare il corso di safeguarding all’Università Gregoriana
«La stessa Cei ha redatto numerosi documenti che parlano di formazione, affettività e sessualità, con i contributi di studiosi quali Ugolini, Cencini e Deodato. Ma non si tratta di un problema dei seminari in quanto tali. Il tema tocca anche gli ordini religiosi. Il comportamento del singolo non è mai disgiunto dalla struttura, perché ove c’è un abuso c’è sempre un contesto che permette, favorisce e nasconde l’abuso. Dentro e fuori la Chiesa».
Chiara Codardini a settembre discuterà la tesi di Baccalaureato in Teologia e in ottobre inizierà a frequentare l’Istituto di Antropologia della Gregoriana, a Roma. «Si tratta di un corso di “safeguarding” (prevenzione, ndr) a numero chiuso, con persone provenienti da tutto il mondo. Questo tema degli abusi, anzi, dei crimini sessuali, mi ha interrogato molto su cosa può fare la Chiesa. È vero che la maggior parte dei crimini avviene in ambito familiare, ma anche se i casi che si verificano nei contesti ecclesiali sono numericamente inferiori non si giustifica la scarsa considerazione. Ritengo sia necessario avviare indagini retrospettive indipendenti, come già hanno fatto altre Conferenze episcopali o la Diocesi di Bolzano-Bressanone: solo così si mettono realmente al centro le persone vittime e si capiscono gli errori commessi per prevenirli in futuro».
La tesi di Chiara Codardini si conclude con una “Benedizione del corpo profanato”. «Se avviene un omicidio in una chiesa questa deve essere riconsacrata. Anche un corpo profanato ha bisogno di cura spirituale».
Andrea Frison
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