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Don Seppia, le accuse del parroco “Ho parlato, la Curia mi emargina”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
10 Giugno 2011
in Liguria
Reading Time: 3 mins read
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Il calvario di don Casassa nei verbali dei carabinieri. “Ho notato che il vescovo Bagnasco era molto freddo nei miei confronti, ha tentato di allontanarmi da Recco”
di GIUSEPPE FILETTO e MARCO PREVE

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Don Seppia, le accuse del parroco “Ho parlato, la Curia mi emargina” Don Riccardo Seppia

Proibito celebrare messa per don Pier Carlo Casassa, il parroco di Recco che ha denunciato gli strani comportamenti di don Riccardo Seppia, quando questo era suo curato in San Giovanni Battista, nella cittadina del levante. Don Piero lamenta di essere stato allontanato da tutte le chiese della zona. “Da quando ho dichiarato alcuni trascorsi di don Seppia, i parroci non vogliono che mi rechi in chiesa, e se ci vado, lo faccio di nascosto”, si legge in uno dei passaggi di interrogatorio, rilasciato il 3 giugno scorso.

C’è di più nel verbale “di sommarie informazioni testimoniali”. Il primo giugno don Pier Carlo e Bernardina Masia (Dina, la sua ex perpetua) sono stati chiamati da monsignor Luigi Palletti, vescovo vicario di Genova. “Ci ha detto di recarci dall’arcivescovo Angelo Bagnasco, alle 16… Ci recavamo presso la Curia… In questa circostanza ho notato che il Vescovo era molto freddo nei miei confronti e ha tentato di allontanarmi da Recco…”. A don Casassa è stato offerto un appartamento a Genova. Lui, però, ha preso tempo.

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Don Piero è stato sentito (per la seconda volta) dai carabinieri del Nas di Milano, delegati dal pm Stefano Puppo sulla delicata indagine riguardante don Riccardo, il parroco di via Ludovico Calda in carcere dal 13 maggio scorso, accusato di tentata violenza sessuale (un abbraccio troppo affettuoso ad un chierichetto), tentata induzione alla prostituzione minorile e offerta di cocaina. In cella a Marassi pure il suo amico ed amante: l’ex seminarista Emanuele Alfano.
L’interrogatorio, a casa di Dina, dovrebbe far luce sul passato di don Seppia, ricostruendo i suoi primi anni di sacerdozio (dall’ottobre 1985) a Recco.

Anzi, dalla sua frequenza al seminario vescovile del Chiappeto, tanto che i carabinieri del Ministero della Salute sarebbero intenzionati ad interrogare i suoi ex compagni di stanza, coloro che potrebbero conservare qualche segreto. Il timore degli investigatori, però, è che chi parla, sia messo in un angolo.

Ufficialmente, la Curia dice di offrire massima collaborazione all’indagine. Di fatto, però, intorno a don Casassa è stato alzato un muro di riprovazione. “Il 16 maggio 2011 veniva da me don Pasquale Revello, attuale parroco di San Giovanni Battista di Recco, e mi diceva di non andare a celebrare messa… Quello di Bogliasco, don Silvio Grilli, minacciava Dina (Bernardina Masia) di non andare in chiesa e di rimanere chiusi in casa perché era una vergogna…”. Dina, l’ex perpetua, da quando il parroco è in pensione ed è rimasto senza la casa assegnata dalla Curia, lo ospita nella sua abitazione di piazza Mameli.

Don Grilli, il direttore del Cittadino (l’ex Settimanale Cattolico della Curia) avrebbe anche detto che “i genitori di don Seppia ed i carabinieri potrebbero denunciare” don Casassa e Dina “perché non avete denunciato i fatti prima”. Cioè nell’85, quando don Riccardo, da giovane vice parroco, avrebbe avuto comportamenti equivoci nei confronti dei ragazzini che frequentavano la chiesa di Recco. Sul verbale di don Casassa si legge: “Ricordo che in confessionale alcuni di loro mi hanno riferito delle cose… delle quali non posso parlare per la riservatezza del sacramento della confessione… Ricordo che dopo una gita al mare con i bambini, effettuata dal Seppia, molti di loro mi manifestarono la volontà di non volere più andare in gita con don Riccardo… Di questi comportamenti ne parlai con l’allora cardinale Siri”.

Le dichiarazioni spontanee del parroco di Recco (forse) hanno poca rilevanza penale, però sono imbarazzanti per la Chiesa di Genova. “In data 19 maggio 2011 presso il santuario di Nostra Signora della Guardia, don Antonio Servetto (parroco della chiesa di San Rocco di Recco) mi rimproverava, dicendo che mi ero inventato tutto – dichiara don Casassa -. Il 20 maggio, chiedevo a don Pietro Lupo, rettore del Santuario di Nostra Signora del Suffragio in Recco, se potevo concelebrare ed ha risposto negativamente perché ho la donna in casa. Domenica, 22 maggio, sono andato nella Chiesa dei Frati Francescani, lì padre Ilario mi ha detto che siamo su tutti i giornali, mi ha lasciato celebrare, dicendomi però di allontanarmi per tre mesi, perché potevano arrivare ordini dall’alto…”.

http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/0…rgina-17482534/

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.