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Anamnesi di una vittima.

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
15 Aprile 2010
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 10 mins read
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 «Mai avere una relazione con bambini ricchi»

«Mi preparo per la caccia, mi guardo intorno con tranquillità perché ho i ragazzini che voglio senza problemi di carenze, perché sono il giovane più sicuro al mondo […] Piovono ragazzini sicuri affidabili e che sono sensuali e che custodiscono totale segreto, che sentono la mancanza del padre e vivono solo con la mamma, loro sono dappertutto.

Basta solo uno sguardo clinico, agire con regole sicure […] Per questo sono sicuro e ho la calma. Non mi agito.

Io sono un seduttore e, dopo aver applicato le regole correttamente, il ragazzino cadrà dritto dritto nella mia… saremo felici per sempre […] Dopo le sconfitte nel campo sessuale ho imparato la lezione! E questa è la mia più solenne scoperta: Dio perdona sempre ma la società mai. » 

Padre Tarcisio Tadeu Spricigo ha compilato un manuale sequestrato dagli inquirenti con le dieci regole per restare impuniti.

Credo che da questo breve ma significativo pezzo possiamo avere un quadro piuttosto chiaro del pedofilo, si nota la lucidità e la consapevolezza delle sue azioni, come cercare e quali caratteristiche deve avere la vittima in modo di garantirsi il “totale segreto”, sa di essere un seduttore.

https://retelabuso.org/2005/11/21/scandalo-in-brasile-i-diari-dei-preti-pedofili/

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Perche le vittime soprattutto quelle dei preti non denunciano?

Intanto bisogna dire che la figura del sacerdote è sempre stata una figura guida molto importante in molte culture, fino a pochi anni fa si andava dal parroco per esporre molti problemi familiari, un approdo sicuro, sapeva spesso mettere pace tra l’anima e il corpo. La visione impressa nella cultura, quella di un uomo al di sopra di noi.

Nel caso di una vittima di un sacerdote (teniamo presente le caratteristiche della vittima) una eventuale denuncia da parte di un adolescente, potrebbe essere fatta, eventualmente ad un altro sacerdote estraneo agli abusi (Qualora vi fosse la possibilità) magari in un confessionale, perché no.

In questo caso vigerebbe il “Segreto di confessione” e la denuncia finirebbe li, anche se il sacerdote volesse non può denunciare, pena la scomunica.

Difficilmente il ragazzino denuncerà nuovamente, almeno per un po’ di anni, fino a che i traumi cominceranno a venire fuori, al momento è più semplice per un adolescente affrontare gli altri problemi che la crescita impone. Naturalmente non ne parlerà mai in casa, capisce che in quelle attenzioni qualcosa non va, si sente sporco adesso, si sente anche in colpa di non permettere più a quella figura paterna di concederle attenzioni. Ci rimette la vittima, ora è sola.

Ora entriamo un attimo nella testa di un ragazzino/a di età tra i 10 e i 16 anni.

Un’età importante nella quale gli ormoni si scatenano, il corpo cresce si diventa uomo o donna, accadono fatti e sensazioni sconosciute all’adolescente, comincia il percorso di sperimentazione che formerà il carattere del ragazzo, carattere che subirà nel caso di violenze un indebolimento e una mancanza di autonomia devastanti per la crescita. l’adolescente in questo vulcano di novità, forse percepisce appena che qualcosa non va, ma lo terrà segreto, mai ne parlerà in famiglia.

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Credo che fino a qui sia abbastanza chiaro, ho cercato di fornire una visione semplice e abbastanza completa del pedofilo, della vittima, e di cosa accade nel caso che il pedofilo sia un sacerdote.

A questo punto trovo doveroso esaminare una differenza sostanziale tra il pedofilo laico e il pedofilo sacerdote.

Viene subito agli occhi che il sacerdote ha una rete di copertura e il laico no, nel caso il pedofilo venga indagato e condannato accadrà che il laico andrà in carcere, il sacerdote malgrado la condanna no, continuerà a commettere crimini. Verrà spostato altrove e si ricomincia da capo, nuove vite spezzate. Riporto di seguito un recentissimo caso savonese, quello di don Giorgio Barbacini che riprenderemo più avanti. https://retelabuso.org/?s=giorgio+barbacini

La mia personale esperienza nella Diocesi di Savona dal 1980 a oggi.

Avevo 10 anni circa, Spotorno un piccolo paese della riviera ligure, nemmeno 5000 abitanti, cominciavo con gli amici Franco e Fabrizio ad uscire soli, le nostre situazioni familiari, la mia e quella di Franco pressappoco uguali, Fabrizio invece orfano di padre.

Cominciammo, un po’ così un po’ per fare piacere alle nostre madri a frequentare la domenica la parrocchia, andavamo a servire messa, con le nostre situazioni familiari li ci sentivamo importanti, si faceva a gara per aggiudicarsi i vari servizi durante la messa ed era un’ottima scusa per distrarsi dall’ambiente familiare.

Il parroco don Gianni Decia all’epoca già molto anziano non conduceva molte attività parrocchiali, da li a poco andò in pensione ritirandosi.

  1. Arriva il grande giorno, a Spotorno due giovani nuovi parroci, Carlo Rebagliati e Giovanni Busoni pieni di voglia di fare pieni di voglia di trasmettere Dio come appreso nel Vangelo. Le opere parrocchiali, di nuova costruzione e molto ampie divennero presto un punto di incontro, l’unico per i giovani della piccola e noiosa cittadina.

I primi anni furono fantastici, pieni di emozioni, Carlo che aveva notato il mio modo di fare molto introverso e l’importanza per me di avere un luogo sereno, dove potermi esprimere (ero agli antipodi della mia vita professionale, ancora smontavo radio, sveglie senza mai riparare nulla) e trovare il mio spazio, che a casa non avevo. Mi diede un sottoscala, li ero solo io, non mi pareva vero.

  1. Un giorno arrivò un nuovo vice parroco, Nello Giraudo molto giovane, arrivava da Roviasca una piccola parrocchia nell’entroterra savonese (Solo anni dopo, scoprimmo che lo mandarono a Spotorno per essere controllato da Carlo e Gianni, perche sorpreso a Valleggia mentre molestava un minore), di tanto in tanto, piccole probabili vittime di circa 14-16 anni venivano a trovarlo da Roviasca in motorino, (solo per un breve periodo) ridacchiavano con noi dicendo che “toccava” ma non capivamo bene il significato di quelle frasi. Molto presto però capimmo.

Nel frattempo in parrocchia le attività erano numerose, anche fuori dalla parrocchia, proprio con lui io Franco Fabrizio Andrea Romeo e altri andavamo alle escursioni nella casa piemontese, (ricordo la prima volta che vidi in quella casa, il dormitorio, era un enorme letto di tavole poggiate su due putrelle di ferro, su due piani, il suo altare sacrificale) si mangiava, da buoni lupetti ripulivamo la cucina e si andava a dormire, si spegneva la luce e il mostro cominciava, quasi sempre uno alla volta, in questo caso ingenuamente trasportati al di sotto del piano dove si dormiva,  sentivamo il rumore e tutti sapevamo cosa accadeva, attendevamo solo il nostro turno. Continuò per anni, con vari stratagemmi e in luoghi differenti, verso i 16 anni cominciai ad allontanarmi dalla parrocchia, trovai un lavoro e interruppi gli studi a 18 presi la patente e mi allontanai definitivamente dalla Chiesa, non passai momenti facili, all’età di 24 anni, mia madre si suicidò. Fu un periodo molto buio per me, non riuscii mai a parlare a Carlo degli abusi di quel prete, mi faceva paura anche lui, (premetto che non provò mai a toccarmi) malgrado fosse stato un po’ il mio papa, la mia guida lo chiamavo Popi, fu un grande trauma lasciare la parrocchia. Era il 1988 festeggiavo i miei 18 anni.

Malgrado i vari traumi dovuti alle violenze, con molta fatica la mia vita andava avanti, mi licenziai e cominciai a lavorare in proprio,(era il 1994) anche se inconsciamente continuavo a subire quei traumi, me ne ero praticamente dimenticato, li avevo apparentemente rimossi. Incontravo per strada il mio carnefice, senza alcun apparente sentimento di rancore, era sempre con ragazzini, dentro di me sapevo.

E’ inutile dire che la mia adolescenza era oramai distrutta e mai vissuta, il ricordo di quegli anni è molto vago. Ricordo che non avevo ancora una identità sessuale e avevo il terrore di avere rapporti, un classico quasi per tutte le vittime.

Carlo nel frattempo era diventato Economo, aveva anche intuito, collegando varie situazioni, il perché mi allontanai da Spotorno, non riusciva a perdonarsi il silenzio dovuto a alle direttive interne alla chiesa che così tanto danno avevano arrecato a troppi, un silenzio nel quale tutti sapevano, e che permetteva a questi mostri di continuare le loro barbarie.

Lo incontrai, erano passati tanti anni, ma le volevo ancora bene, aveva lasciato in me un’impronta importante, lui anche, non si era mai dimenticato di me, non ci eravamo più cercati, quelle violenze da parte di Nello Giraudo, una montagna troppo alta per tutti e due, ancora in lui come un tempo, la voglia di coltivare la sua chiesa, malgrado le difficoltà che impone.

Eravamo contenti che le nostre strade si incrociassero ancora, mi raccontò della sua carriera ecclesiastica, io della mia. Intanto io vivevo con mio padre, non era il massimo ma cercavo di farmela andare bene, Carlo mi propose di andare a vivere con lui, la casa dove abitava era grande e un po’ di vita in comune con una persona che sentivo una guida mi avrebbe fatto bene. Era il 1996.

Parlammo a lungo, anche delle violenze, ma per Carlo non era facile, io mi chiudevo, non riuscivo ad affrontare l’argomento. Troppa la vergogna e il peso, mi sentivo in colpa. Anche in lui il senso di colpa e d’impotenza pesava come un macigno.

Nel frattempo Carlo mi introdusse nell’ambiente lavorativo ecclesiastico come tecnico, andavo spesso da lui in Diocesi, dal cancello vedevo un prete con abiti firmati, sempre alla moda, con auto sportive, intorno a lui dei ragazzini extracomunitari, nei suoi modi mi tornava in mente qualcosa. Scoprii presto che era un pedofilo messo a dirigere la comunità per minori in difficoltà, la comunità era situata nel Palazzo dei Canonici di Savona, stranamente, anche in questo caso nessuno si accorse mai di nulla. La comunità Migrantes di don Giorgio Barbacini, direttore anche dell’ufficio missionario diocesano fu aperta con il consenso del Vescovo Dante Lafranconi nel 1996, lo stesso Vescovo fece aprire in quegli anni al già noto Nello Giraudo, la comunità di Fegnino, sulle alture di Finale.

Di seguito l’articolo su don Giorgio Barbacini. “il 15 ottobre (2004 n.d.r.) viene condannato a 3 anni e mezzo di reclusione don Giorgio Barbacini per aver compiuto atti sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario, con l’aggravante di averne avuto la custodia e la tutela. I fatti risalgono al 2000, quando don Giorgio era responsabile della comunità “Migrantes” di Savona, istituita dalla Curia per tutelare i giovani extracomunitari con problemi di ambientamento. Attualmente don Giorgio è stato trasferito in un’altra diocesi fuori dall’Italia; nei suoi confronti non è mai stata avviata alcuna procedura ecclesiastica.”

Quando seppi che Nello Giraudo aveva ottenuto dal Vescovo il permesso di aprire una comunità per minori in difficoltà mi crollo il mondo addosso. Questi minori erano affidati dal tribunale ai comuni di residenza, ai quali non pareva neppure vero che ci fosse un pellegrino che si facesse carico loro, nessuno stette a guardare troppo per il sottile.

Nel 2008 stanco di sentirmi complice di queste continuate atrocità, abbastanza libero dal trauma, decisi di denunciare tutto alle autorità civili. Purtroppo scoprii che la mia denuncia non sarebbe servita a nulla, era in prescrizione, nessuno tranne lo scrivente al quale la depositai l’avrebbe mai letta.

Nel gennaio 2010 vengo convocato dal magistrato, il caso è stato riaperto, confido nella giustizia.

Invito tutti coloro che leggono a diffondere quanto sia importante denunciare, porta un po’ di sollievo anche a noi vittime, porta una vita più sicura alle future probabili vittime.

A questo punto vorrei fare una riflessione, prima come vittima, dopo anche come omosessuale.

Ho parlato a lungo negli ultimi periodi con altre vittime dello stesso sacerdote, tutte stanno passando le stesse cose di cui sopra, non è stato facile convincerle che denunciare era giusto, vivono ancora la colpa e la vergogna, di essere vittime.

Nel coro unanime che si alza dalla Chiesa, coro che offende e violenta ancora quelle vittime, coro che dice di stare tutti attorno al Pontefice ma che si dimentica e ignora chi ha subito e sta ancora subendo, a causa dell’omertà che c’è stata, un’omertà che sta continuando e permette come nel caso di Savona, di cui siamo testimoni, che il carnefice, oramai difficile da nascondere e scomodo, venga semplicemente allontanato senza che nessuna delle persone a conoscenza dei fatti denunci all’autorità giudiziaria. Il Vescovo minaccia denunce a me, non al sacerdote che per ben 30 anni la Diocesi ha coperto, eppure la cosa era ben nota. Bisognerebbe che qualcuno si preoccupasse delle vittime, queste persone hanno necessità di andare in analisi, alcune soffrono delle malattie nervose più varie a causa di questi traumi, quelle della comunità di minori, non godono neppure di un appoggio dalla famiglia.

Credo anche, bisognerebbe assumersi le proprie responsabilità, evitare di scaricarle sugli omosessuali come è stato fatto ultimamente, nella realtà di Savona non mancano, ma a differenza dei pedofili, non nuocciono a nessuno.

Un po’ troppo spesso ho sentito dichiarazioni del tipo “La pedofilia si può perdonare l’omosessualità e l’aborto no” oppure “Pedofilia, il problema sono i gay”. Non credo che Dio consideri i gay un mattone bruciato e dimenticato nel forno dal Signore mentre costruiva la sua chiesa, dio è amore e proprio non credo che approvi ciò che sta accadendo.

Vittima di un pedofilo e omosessuale, due volte vittima.

Un’altra considerazione da fare è che il limite massimo di prescrizione per questo tipo di reati è di dieci anni, in realtà ridotto a poco più di sette, non è sufficiente, la vittima nei pochi casi nei quali riesce a reagire raramente denuncia prima dei 25 anni dagli abusi.

Le autorità ecclesiastiche nella peggiore delle ipotesi, si limiteranno ad avviare il processo di de canonizzazione del sacerdote, in questo modo si tolgono tutte le responsabilità passate e future. Anche in questo caso il pedofilo potrà continuare il suo percorso.

Atri casi di preti nascosti dalla Chiesa in Italia, uno riguarda anche la nostra Diocesi, è il caso di Padre Yousuf Dominic nascosto ad Albisola. https://retelabuso.org/?s=Yousuf+Dominic


Mi rivolgo ora alle varie testate che diffidano spesso delle mie dichiarazioni e che mi attribuiscono un guadagno politico o economico.

Riguardo a quello politico, che spesso viene attribuito alle mie recenti lotte per i diritti degli omosessuali, rispondo che se avessi voluto strumentalizzare la situazione e attaccare la Chiesa, sicuramente lo avrei fatto prima. Lo faccio ora semplicemente perche lo scandalo esploso lo impone.

Riguardo quello economico è presto fatto, la mia denuncia è prescritta, non posso chiedere neppure un risarcimento, le vittime non ancora prescritte si, ma non è il mio caso.

Rischio solamente, dopo avere già perso il lavoro, di perdere anche la casa che è della Diocesi, di aggiudicarmi querele ecc.

Sto facendo tutto ciò perché ho una coscienza, mi rammarico di non avere trovato la forza prima di reagire, forse quelle due comunità non le avrebbero aperte, altri adolescenti non avrebbero subito i miei stessi traumi. Con quelli che conosco ho parlato, cerco di aiutarli ma non è facile, per loro non sono ancora passati 10 anni e non metabolizzano ancora, vedono in fondo il loro carnefice come una persona che li ha aiutati. Purtroppo questa è la visione che il carnefice imprime alla vittima, ci riesce solo per i motivi di cui ho parlato all’inizio di questo scritto. Non li sottovalutiamo.

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Francesco Zanardi

Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.