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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » La storia di Jon Wojnowski che da 18 anni protesta davanti all’ambasciata vaticana a Washington.

La storia di Jon Wojnowski che da 18 anni protesta davanti all’ambasciata vaticana a Washington.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
25 Giugno 2017
in Il punto della Rete L'ABUSO, Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 3 mins read
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“Ciao, il mio nome è John Wojnowski. Io sono un sopravvissuto della pedofilia e questo è il sito che ho creato per raccontare la mia storia.”

Comincia così la presentazione del suo sito nel quale racconta la sua vita, triste stentata e piena di fallimenti compreso il matrimonio.

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John nasce a Varsavia (Polonia) nell’aprile 1943 ma la Seconda Guerra Mondiale costringe la sua famiglia a trasferirsi in Italia (1947) in provincia di Milano dove John frequenterà le scuole cattoliche.

Era un giovane felice racconta, ma tutto cambierà quando all’età di quindici anni verrà molestato sessualmente da un prete cattolico. Spiega che da quel momento “La mia personalità è stata distrutta sul nascere, catastroficamente e irreparabilmente. Il trauma è stato così estremo che ho represso il ricordo di quanto accaduto per 39 anni.”

Appena 18enne John e la sua famiglia emigrano nuovamente, questa volta negli Stati Uniti.

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E’ solo all’età di 54 anni e a seguito di un grande scandalo sessuale in una parrocchia del Texas, che nella testa di John scatta qualcosa e inizia a ricordare come un fiume in piena quanto gli era accaduto e aveva rimosso per tutti questi anni.

Analizzando i fatti accaduti, col senno di poi si rende presto conto che la sua vita, l’unica vita che ha avuto, è stata rovinata proprio da quelle molestie subite quando era un 15enne e solo oggi riesce a ricollegarle ai fatti accaduti nella sua vita.

Il 4 agosto dello stesso anno, era il 1997, John decide di contattare la Chiesa cattolica locale con l’intenzione di ottenere giustizia.

Il 26 agosto 1997 scrive la sua prima lettera alla Chiesa cattolica, poco dopo gli risponderà un vescovo chiedendo maggiori dettagli. John risponde con una seconda lettera dando tutte le informazioni che ricordava.

Passa un mese. . . nessuna risposta. Scrive allora una terza lettera. . . Passano altri mesi. . . nessuna risposta.

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John racconta che dopo aver superato la vergogna e il senso di colpa “non potevo rinunciare. La miseria di una vita di insicurezza, la sofferenza della mia famiglia, il potenziale sprecato di una vita rubata.

Non potevo rinunciare. Non ero pronto ad espormi in pubblico raccontando le molestie o abusi sessuali subiti e, a quel punto pensai che non era davvero necessario: ho fatto allora un grande cartello di quattro piedi di altezza con disegnato un punto interrogativo e una piccola didascalia e mi sono messo di fronte all’ambasciata del Vaticano.

Piuttosto prontamente il vescovo ha finalmente risposto. Mi ha detto che purtroppo il prete presumibilmente coinvolto era morto dieci anni prima, così non c’era nessun caso. Ma il buon vescovo disse anche che avrebbe pregato per me e che la Chiesa avrebbe pagato per la mia terapia.

Pregare per la mia perdita era l’indennizzo del vescovo per il potenziale sprecato e per una vita rovinata, o uno scherzo sacerdotale crudele? “

John allora pensa ad un’altra soluzione, quella di far giudicare all’opinione pubblica. Ed è così che nell’aprile del 1998, un solitario, timido, insicuro e balbuziente vecchio, è apparso di fronte all’ambasciata del Vaticano con un cartellone, mostrandosi a tutti coloro che passavano per quella strada molto trafficata.

Racconta che è in quel momento che ha deciso di tornare davanti agli uffici dell’ambasciatore pontificio ogni giorno e per tutto il tempo che ci sarebbe voluto per convincere la chiesa cattolica romana ad assumersi le proprie responsabilità verso tutti coloro che hanno sofferto per mano dei suoi preti o dei suoi vescovi, che hanno deciso di proteggere i propri sacerdoti e la reputazione della chiesa invece di tutelare i bambini più vulnerabili.

Da 18 anni Jon Wojnowski che oggi ne ha 74, tutti i giorni porta avanti con caparbietà la sua battaglia non violenta per denunciare l’omertà della chiesa.

Mi ha chiamato al telefono pochi giorni fa e mi ha raccontato e chiesto di raccontare la sua storia, eccola quà.

Un abbraccio Jon

di Francesco Zanardi

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.