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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » associazione » Il giornale cattolico Korazym adombra il sospetto che le accuse di pedofilia provengano da un’associazione che faceva parte della Caritas del Gibuti.

Il giornale cattolico Korazym adombra il sospetto che le accuse di pedofilia provengano da un’associazione che faceva parte della Caritas del Gibuti.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Dicembre 2007
in Cronaca e News
Reading Time: 2 mins read
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Il giornale cattolico Korazym adombra il sospetto che le accuse di pedofilia provengano da un’associazione che faceva parte della Caritas del Gibuti.

Poco chiari i contorni della vicenda

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Nell’editoriale, che accompagna la lettera integrale del missionario trentino, il direttore di Vita Trentina don Ivan Maffeis scrive, che “i contorni della vicenda rimangono poco chiari”.

“A tutt’oggi – spiega Maffeis – don Sandro è incarcerato senza che sia stata formalizzata un’accusa precisa nei suoi confronti. Appaiono ridicole quelle che ventilerebbero un suo coinvolgimento in una rete di pedofilia, in seguito alla scoperta di una serie di sue fotografie in cui appaiono anche bambini. Ma si tratta delle stesse immagini che don Sandro quest’estate ci ha portato in redazione – testimonia il direttore di Vita Trentina – perché ne facessimo una copia e le conservassimo in archivio, povero di immagini originali dell’Africa”.

Coloro che sanno – la diplomazia italiana, quella pontificia, i familiari più stretti del sacerdote – mantengono la linea del silenzio per tutelare don Sandro. Qualsiasi ipotesi (ad esempio i rapporti tra cristianesimo e l’islam, che nel Gibuti è la fede per quasi la totalità della popolazione) viene respinta al mittente.

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La magistratura locale formalmente gli contesta il reato di “pedofilia”, un’accusa che le autorità ecclesiastiche del Gibuti e quelle trentine ritengono totalmente infondata. Gli inquirenti locali giustificano l’accusa di pedofilia – e la carcerazione preventiva – con alcune foto confiscate nell’abitazione di don Sandro. Però, le immagini impugnate dalla magistratura del Gibuti, non sono altro che foto-ricordo o documentari realizzati da don Sandro De Pretis. Sono le stesse immagini che il sacerdote ha consegnato nei mesi scorsi anche al settimanale Vita Trentina per arricchire l’archivio sul continente africano. Si tratta di scatti che ritraggono, tra gli altri, giovani in pose tutt’altro che sconvenienti e per niente strane. Le persone che hanno visto il fascicolo giudiziario affermano, che non si capisce chi accusa don Sandro e perché: è una cartella praticamente vuota. Qual è, dunque, la verità?

Capo espiatorio?

La sensazione è che il sacerdote sia usato come “pedina” di una vicenda molto più grande dello stesso don Sandro. Proprio la natura delle fotografie “sospette”, che non hanno niente di sconveniente, fa invece pensare che dietro all’apertura dell’inchiesta ci sia ben altro. “Don Sandro serve forse come capro espiatorio – si chiede il direttore del settimanale – senza aver nulla a che fare con ciò di cui lo si vorrebbe incolpare? La diplomazia è al lavoro per ottenerne la scarcerazione con il proscioglimento pieno da ogni accusa”.

“Don Sandro è una persona molto attiva e forse ha dato fastidio a qualcuno – avanza l’ipotesi mons. Bertin -. La vicenda parte dalle accuse lanciata da un’associazione espulsa diversi anni fa dalla Caritas sottolinea mons. Bertin, che è anche presidente di ‘Caritas Gibuti e Somalia’ -, con la quale si è giunti di recente a risolvere una lunga vertenza giudiziaria durata circa 10 anni – precisa. Sono comunque fiducioso che si farà completa chiarezza sulla vicenda e che don Sandro verrà riconosciuto innocente” conclude mons. Bertin.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.