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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Le bugie del Vaticano sul sabotaggio del tribunale anti-pedofili

Le bugie del Vaticano sul sabotaggio del tribunale anti-pedofili

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Marzo 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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La corte per giudicare i vescovi, voluta dal papa, non è mai partita. Per la Curia era solo un’ipotesi poi superata. Ma un documento ufficiale del 2015 parla di approvazione, tempistiche e risorse. Le prove.

Il J’accuse di Marie Collins, la donna che è stata membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, contro la Curia vaticana, non si ferma e conosce anzi nuovi importanti capitoli. Il tribunale per giudicare i vescovi responsabili di aver insabbiato i casi di abusi sessuali sui minori – ha detto la Collins -, nonostante sia stato voluto e approvato da papa Francesco non è mai stato istituito dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata dal cardinale Gerhard Müller. È il cuore del problema che assilla il percorso delle riforme avviata da Bergoglio. Per di più stavolta a parlare sono anche i documenti che sbugiardano la versione della Chiesa. Ma andiamo con ordine.

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DIMISSIONI CLAMOROSE. L’irlandese Collins, lei stessa vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote quando aveva 13 anni, cattolica, impegnata da anni nel suo Paese in favore della protezione dell’infanzia, si era dimessa in modo clamoroso dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori. Un organismo vaticano, quest’ultimo, promosso dal papa e guidato dal cardinale americano Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston chiamato da Benedetto XVI ad affrontare una delle più gravi crisi scaturita dallo scandalo pedofilia che aveva investito la Chiesa americana (Boston, per capirsi, è lo scenario del film premio Oscar Il caso Spotlight dedicato appunto al celebre scandalo).

NESSUNA COLLABORAZIONE. La commissione, di cui fanno parte donne, laici e religiosi, aveva il compito di coordinare a livello mondiale e in Vaticano le politiche di prevenzione in materia di abusi da parte del clero mettendo a punto linee guida, proponendo soluzioni e provvedimenti per le varie situazioni. Ma le dimissioni della Collins sono nate, come lei stessa ha affermato, per la «vergognosa» mancanza di collaborazione da parte degli altri dicasteri della Curia e in particolare della Congregazione per la dottrina della fede incaricata, fra l’altro, di gestire a livello giudiziario e canonico le migliaia di casi che affluiscono da anni in Vaticano.

Il prefetto Müller ha risposto alle accuse della Collins in modo abbastanza sprezzante, giudicandole infondate, figlie di cliché anti-Vaticano e rilevando che su una delle questioni sollevate – ossia la possibilità di costituire un tribunale per giudicare i vescovi colpevoli di aver coperto le violenze sui minori – nessuna decisione era mai stata assunta dalla Santa Sede, ma si trattava solo di un’ipotesi poi superata dalle valutazioni che inseme avevano fatto i vari capi dicastero.

«ABBIAMO GIÀ ALTRI MEZZI». Il cardinale dava questa versione dei fatti: «Si è trattato di un progetto, ma dopo un dialogo intenso fra vari dicasteri coinvolti nella lotta contro la pedofilia nel clero si è concluso che per affrontare eventuali negligenze delittuose dei vescovi abbiamo già la competenza del dicastero per i vescovi, gli strumenti e i mezzi giuridici. Inoltre il Santo padre può sempre affidare un caso speciale alla Congregazione».

Marie Collins ha sottolineato che il tribunale per giudicare le negligenze dei vescovi non era affatto solo un “progetto”, come affermato dal cardinale, e ci sono le prove

Ma Marie Collins non ha mollato e nella replica affidata alla rivista cattolica americanaNational catholic reporter ha sottolineato come il tribunale per giudicare le negligenze dei vescovi non era affatto solo un “progetto”, come affermato dal cardinale, e in proposito ha ricordato la “dichiarazione” vaticana del 10 giugno 2015. Di cosa si tratta? Quel giorno l’allora direttore della Sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, diffuse una nota dettagliata su quanto era stato deciso nell’ultima riunione del C9, ovvero il gruppo di 9 cardinali che aiutano il papa nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa (e di cui fa parte l’arcivescovo di Boston, O’Malley).

CHIESTO AL PAPA UN MANDATO. In materia di tutela dei minori – su proposta della commissione guidata da O’Malley – i 9 chiedevano che il pontefice desse «un mandato alla Congregazione per la dottrina della fede per giudicare i vescovi in relazione ai delitti di abuso d’ufficio». E ancora proponevano «che il Santo padre autorizzi l’istituzione di una nuova sezione giudiziaria all’interno della Congregazione per la dottrina della fede e la nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale apostolico. La realizzazione di questo punto farà seguito a consultazioni con il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede».

SI PROPONEVA UN SEGRETARIO. Quindi si specificavano alcuni particolari, per così dire, tecnici: si proponeva infatti al papa di nominare «un segretario per assistere il prefetto riguardo al Tribunale. Il segretario avrebbe la responsabilità della nuova sezione giudiziaria e il personale della sezione sarà utilizzabile anche per i processi penali per l’abuso dei minori e degli adulti vulnerabili da parte del clero. Anche queste decisioni faranno seguito a consultazione con il prefetto della congregazione».

Solo progetti generali dunque? Non esattamente. Non a caso il papa avrebbe dovuto stabilire «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle presenti proposte e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia». Insomma, un periodo di sperimentazione. Infine, e qui siamo alla classica pistola fumante, «il consiglio dei cardinali ha concordato all’unanimità su tali proposte e ha deliberato di sottoporle al Santo padre Francesco. Il Santo padre ha approvato le proposte e ha concesso l’autorizzazione affinché siano fornite risorse adeguate per conseguire questi fini». Addirittura si era parlato di soldi da stanziare, quindi.

DIMISSIONI AGEVOLATE. Successivamente una versione ridotta della proposta legislativa andava in porto e prendeva corpo un anno dopo, il 4 giugno del 2016, con atto ufficiale del papa, un motu proprio dal titolo “Come una madre amorevole”, nel quale si affermava che era possibile procedere con la “rimozione d’ufficio” nei confronti di quei vescovi di cui fosse provata la responsabilità nei casi di abuso sessuale. Un’operazione che poteva essere fatta dai dicasteri competenti. Non è poco: la scelta agevolava il processo di dimissioni per motivi legati allo scandalo pedofilia, lo rendeva meno farraginoso rispetto al passato, andava oltre il principio della rinuncia da parte dell’interessato e della conseguente accettazione da parte del pontefice; ma certo era solo un pezzo dell’intera faccenda.

Una sorta di “contropotere” interno alla Curia è in grado di bloccare o cambiare decisioni assunte dal papa e dai suoi collaboratori

Il tribunale era dunque stato approvato dal papa e dal governo collegiale della Chiesa, il C9, organismo che – creato poco dopo la sua elezione dallo stesso Francesco come sede collegiale di decisione – evidentemente è entrato ormai in contrasto con (alcuni) dicasteri della Curia; è emerso quindi, fra le altre cose, un inedito conflitto istituzionale. In secondo luogo, la ricostruzione del cardinal Müller è a dir poco lacunosa in merito alla decisione assunta, ma soprattutto mostra come una sorta di “contropotere” interno alla Curia sia in grado di bloccare o cambiare decisioni assunte dal papa e dai suoi collaboratori. D’altro canto è anche chiaro quale sia stato il parere dato da Müller sulla proposta.

QUANTI CASI DI COPERTURE? Infine c’è il merito, la volontà di trasparenza su una materia così delicata come quella degli abusi che si infrange con una realtà: in quanti i casi i vescovi hanno preferito coprire invece che, sia pure discretamente, fare pulizia? La Chiesa può permettersi di andare fino in fondo su questa strada, senza cambiare se stessa e uscire per esempio dal clericalismo e dai privilegi che da esso discendono? Non sono domande retoriche o moralistiche, ma disegnano forse i confini reali di una riforma che trova i suoi limiti difficilmente superabili nel momento in cui tocca ruolo, coscienza e responsabilità dei vescovi.

http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2017/03/17/le-bugie-del-vaticano-sul-sabotaggio-del-tribunale-anti-pedofili/209302/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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