In occasione dell’anniversario della morte di Jorge Mario Bergoglio, alias Papa Francesco, è andata in onda sul canale La7 la trasmissione condotta da Ezio Mauro, intitolata “Francesco – Cronache di un papato”.
È passata quasi inosservata, persino al noto giornalista, una dichiarazione del Presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, come notano e riportano anche la rivista ADISTA e la giornalista Federica Tourn, che rivolgersi alla giustizia civile dello Stato italiano significherebbe ammettere che qualcosa nella Chiesa non funziona.
Ma leggiamo testualmente il passaggio partendo dalla domanda di Ezio Mauro;
“Eminenza, per quanto riguarda gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti Francesco, ha proseguito la linea di denuncia di condanna di papa Benedetto ma, secondo alcuni, ha tenuto la questione all’interno della chiesa senza arrivare a una trasparenza completa ingaggiando le autorità civili. Secondo lei si poteva fare di più?”
La risposta del cardinale Zuppi;
“Con lui probabilmente non saprei che cosa si poteva fare di più poi, tutti quanti noi dobbiamo fare di più, perché lui è stato rigorosissimo. Il problema della collaborazione col civile è una punta più complicato perché, se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va. Direi papa Francesco su questo è stato comunque rigorosissimo, e anche nell’ascolto delle vittime. Se ascolti la sofferenza ti rendi conto e con più determinazione cambi.”
La prima critica non può non essere fatta a Ezio Mauro che tristemente parte con la peggior negazione che si possa fare, ovvero l’esistenza della giustizia civile che tranne in Italia, nel resto del mondo è stata la soluzione affinchè si potesse rendere giustizia alle vittime. Negazione GRAVE che ignora in primis la diversità fondamentale tra le due giustizie, quella civile – dove prevale il diritto e il rispetto della persona, che è la parte lesa – e quella canonica dove la persona (la vittima in questo caso) non è la parte lesa – sostituita da Dio – ma semplicemente il testimone che dimostra che il sacerdote, in base al 6° comandamento, peccando ha arrecato offesa a Dio,..
Concetto totalmente ignorato da Ezio Mauro già nella domanda a Zuppi, che rende impossibile a chi segue comprendere le basi del problema in sè.
Domanda irrispettosa, in quanto Ezio Mauro dice “secondo alcuni” , non riconoscendo che questi “alcuni” sono le vittime, le quali, puntualmente, dopo essersi rivolte a quella che impropriamente è definita “giustizia canonica”, ne fanno per la seconda volta le spese.
Ma il peggio viene dopo facendo si che ci si ponga questa domanda; Ezio Mauro quale stato riconosce? Quello italiano o quello Pontificio?
Domanda doverosa in quanto il conduttore, ignorando questa volta ciò che sta accadendo in tutta Europa e nel mondo, parla “ingaggio delle autorità civili”, quasi come se dal suo punto di vista queste fossero un “optional” della nostra società. Un chiaro disconoscimento delle Istituzioni dello Stato che lascia davvero basiti.
Passando alla risposta del cardinale Matteo Zuppi, precedentemente servita su un piatto d’argento dallo stesso conduttore, emerge la totale negazione dei fatti che, sempre in un contesto internazionale che oggi vede in tutta Europa e non solo, vittime riconosciute da Stato e chiesa che vengono indennizzate per il danno subito, qui il cardinale tira furi dal cilindro magico la massima espressione che nel fallimento della chiesa in Italia ha a disposizione. L’ascolto delle vittime.
Quasi come se ascoltare chi ha subito negandogli un qualunque tipo di riconoscimento, possa essere positivamente “terapeutico e riparativo” anziché un ulteriore trauma.
Il tutto si conclude con una esternazione di Zuppi che di fatto è la domanda che la chiesa non si pone e ribadisce con questa affermazione di non sapersi porre; “Se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va”.
Il fatto che nella trasmissione ci fosse la puntuale e totale assenza di un contraddittorio, rende il tutto davvero grave e al limite della decenza.













