Ciascuna testata è uscita con una titolazione diversa, ma in generale c’è un doppio focus tematico che accomuna i pezzi pubblicati: da un lato la modalità vaticana di gestione dei dossier relativi ai preti o ai religiosi accusati; dall’altro il caso che a suo tempo interessò Benedetto XVI, relativo a un suo prete mentre era vescovo di Monaco.
Poi ciascuna testata ha riportato un caso nazionale su cui la propria redazione ha indagato in modo specifico. La vista dell’insieme, naturalmente, è desolante. Anche se nella sostanza non emergono particolari novità.
Occultamento, regola numero uno
Il primo dato che emerge è che la linea dell’occultamento dei casi era la regola più che l’eccezione anche se era chiaro il fatto che tra i chierici vi erano comportamenti «immorali» (la prima edizione dell’istruzione Crimen sollicitationis è del 1922).
In base ai documenti che le testate sono riuscite a procurarsi esse affermano che la linea dell’occultamento emerge sin dal 1936-1938, in piena ascesa del regime nazista: il Vaticano, infatti, nelle persone del segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e del sostituto Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), raccomandava alla Chiesa in Germania di bruciare i documenti relativi ai preti con comportamenti «immorali» perché non cadessero nelle mani sbagliate: i dossier diffamatori costruiti ad arte per perseguitare la Chiesa venivano spesso imperniati su questa accusa.
Cosa che – viene fatto notare – successe anche nei tempi della persecuzione delle Chiese dell’Europa dell’Est durante la Guerra fredda.
Da una gestione centralizzata alla terapeutizzazione dei casi
In realtà più che questi documenti, che dimostrano la difesa di una Chiesa sotto attacco, è la ricostruzione storica del contesto che convince sulla linea dell’«occultamento» dei casi di abuso, considerati allora peccati anche per la vittima – lo sappiamo – e non reati, gestiti dall’ex Sant’Uffizio (e solo per delega specifica dalla diocesi in cui i fatti erano avvenuti) fino al 1965. Ma sino ad allora si poteva dire che Roma avesse un filo diretto con le diocesi per questi casi.
Con il Vaticano II, l’atteggiamento cambia e si passa a un più generale approccio «decentralizzato e “terapeutico”», scrive El País, e la Crimen sollicitationis cade nel dimenticatoio. Sono gli anni in cui i casi lievitano.
In teoria è con il 2001 che le cose cambiano, anche per il diretto intervento di Joseph Ratzinger, che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II normò la materia, in quanto prefetto dell’allora Congregazione per la dottrina della fede. Con il motu proprio papale Sacramentorum sanctitatis tutela e la lettera della Congregazione che l’accompagna (qui nell’archivio de Il Regno, in buona sostanza i casi tornarono a dover ripassare per Roma.
Ratzinger e il caso Monaco: notizie sin dal 1986…
Tutto bene? No, perché il fautore di questa che voleva essere una riforma – affermano le testate – era pur sempre parte del sistema che voleva modificare, tanto è vero che nel 2010 la denuncia del New York Times che papa Benedetto, quando era arcivescovo di Monaco, aveva coperto un prete pedofilo, portò da parte sua a una risposta ambigua. Il Regno ne parlò qui e qui.
I dati nuovi che emergono oggi da questa inchiesta sarebbero due. Il primo: una revisione interna commissionata dalla diocesi di Monaco allo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) nel 2022 aveva messo in luce – ma la notizia era rimasta confinata ai soli media tedeschi – che il vicario generale che era in carica ai tempi dell’episcopato di Ratzinger disse allo WSW di essere stato «costretto a rilasciare la dichiarazione» con la quale scagionava Ratzinger, per «proteggere il pontificato». Il secondo: in realtà esisteva già una lettera firmata nel 1986 da Ratzinger, ma misteriosamente non protocollata, dove si prendeva atto che il sacerdote era un alcolista e affetto da «altri» problemi.
Gli altri parlano di noi
In Italia la notizia di questa uscita ha circolato molto poco e chi ne ha scritto (un breve lancio ciascuno per Dagospia, RAI news e Il fatto quotidiano) ha ripreso solo una sintesi molto generale.
La cosa è tanto più sorprendente se si considera il fatto che El País come caso locale ne sceglie uno dall’Italia, mentre allo stesso tempo nessuna testata del Belpaese firma l’inchiesta.
Non è un caso nuovo. Riguarda un prete delle diocesi di Savona, don Nello Giraudo. Una delle sue vittime è Francesco Zanardi, fondatore e animatore della «Rete L’Abuso», associazione di vittime che cura anche un vasto database di casi italiani (il fatto che sia più o meno preciso, qui non interessa).
Scrive El País: «Sebbene la diocesi di Savona lo avesse segnalato a Roma nel 2003, la storia delle accuse di abusi contro questo sacerdote risaliva a molto tempo prima. Lo ammette il rapporto allegato alla lettera: “il primo grave episodio” risale al 1980 e in seguito fu allontanato. Ciononostante, “per superare la sua dolorosa solitudine” gli fu permesso di aprire una casa di accoglienza per minori e di organizzare campi estivi per giovani».
Alla lettera firmata dal vescovo mons. D. Calcagno la Congregazione per la dottrina della fede rispose solo nel 2006. Osserva il quotidiano spagnolo: «La cosa sorprendente è che, nonostante la narrativa ufficiale di quel momento e il teorico cambiamento normativo, la soluzione proposta al sacerdote era la solita: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva lasciare i paramenti, la diocesi semplicemente non ha fatto nulla. Né lo ha denunciato. Si è dedicata all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. E il vescovo, Domenico Calcagno, è stato nominato cardinale».
E le vittime?
Il caso venne reso pubblico da Zanardi nel 2010. Giraudo venne denunciato per abusi commessi tra il 1986 e il 1994, che quindi erano ormai prescritti. In seguito a un’altra denuncia, ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di carcere. Nell’archiviare il primo caso, nel 2012, la Procura scrisse che era pacifico che ben tre vescovi avessero insabbiato la vicenda. Lo riporta El País: «Risulta, è triste dirlo, che l’unica preoccupazione dei responsabili della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori».
Nel 2010 il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo spagnolo Luis Ladaria, «ha scritto a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, che fine avesse fatto il caso. E solo allora il sacerdote ha chiesto la dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione”».
Lapidaria la conclusione di El País: «L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è stato ancora affrontato, nessun media ha intrapreso un’indagine approfondita».


















