I documenti trovati sono solo pochi pezzi di un mosaico in cui sono scomparsi migliaia di persone, ma delineano un quadro generale di come la Chiesa ha agito per decenni. Lo stesso Vaticano ammette di essere stato un management pieno di errori. Nel 2010, quando emerse il caso Ratzinger, pubblicò un’Introduzione Storica al Problema in cui sottolinea: “Il periodo tra il 1965 e il 1983 (l’anno di pubblicazione del nuovo codice di Diritto Canonico) fu segnato dalla divergenza di opinioni tra i canonisti (…). Si preferiva un atteggiamento pastorale verso condotte inappropriate; alcuni consideravano le sentenze canoniche anacronistiche. Il modello terapeutico prevaleva spesso nel trattamento dei casi (…). Si prevedeva che il vescovo fosse in grado di guarire piuttosto che punire, … a volte senza considerare adeguatamente la possibilità di recidiva.” Anche quell’anno, lo stesso Benedetto XVI riconobbe la stessa cosa nella sua intervista al libro-intervista con il giornalista Peter Seewald: “Dalla metà degli anni ’60 (il diritto penale canonico) semplicemente ha cessato di applicarsi. C’era una consapevolezza diffusa che la Chiesa non dovesse più essere la Chiesa della legge, ma la Chiesa dell’amore, che non dovrebbe punire (…) In quel periodo c’era anche una particolare confusione del pensiero tra le persone molto buone.” Per tutte queste ragioni, il Vaticano assicurò che dopo il Concilio Vaticano II furono presentati alla Congregazione per la Dottrina della Fede “pochi casi” di pederastia. “Alcuni erano collegati all’abuso del sacramento della penitenza; altri potrebbero essere stati inviati tra richieste di dispensa dagli obblighi sacerdotali o dal celibato,” spiegò. Cioè, c’erano almeno due modi in cui i casi di abuso arrivavano, nascosti sotto un’altra questione: quando sorgevano nel contesto della confessione e quando erano la ragione della richiesta di abbandono del sacerdozio. La prima di queste ipotesi è, ad esempio, il contesto di una lettera in latino inviata da Ratzinger nel 1991 all’arcivescovo di Lisbona, Antonio Ribeiro, inedita fino ad ora: cioè, c’erano almeno due modi in cui i casi di abuso arrivavano, nascosti sotto un’altra questione: quando sorgevano nel contesto della confessione e quando erano motivo per cui si chiedeva l’abbandono del sacerdozio. La prima di queste ipotesi è, ad esempio, il contesto di una lettera in latino inviata da Ratzinger nel 1991 all’Arcivescovo di Lisbona, Antonio Ribeiro, inedita fino ad ora: Questo documento è datato 11 settembre 1991, ma il numero di protocollo (174/72) rivela che si tratta di un fascicolo aperto nel 1972, cioè, un caso noto 19 anni prima, ma che non è stato segnalato alle autorità. “In una lettera datata 16 luglio 2016, Vostra Eccellenza ha chiesto la riabilitazione del Padre [riabilitazione dell’identità del Padre [identità anonimizzata], OFM, per ascoltare le confessioni dei fedeli. A tal proposito, vi informiamo con grande piacere che questo Dicastero, dopo aver dovutamente considerato tutte le circostanze del caso e aver ascoltato le informazioni pertinenti diffuse da Vostra Eminenza, ha emanato il seguente Decreto: “Per la grazia che, secondo le preghiere, il Rev. [identità anonimizzata], sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, possa essere riabilitato ad ascoltare le confessioni dei fedeli, essendo però limitata ai territori ecclesiastici del Patriarcato di Lisbona”. Quando comunicherai questa decisione alla persona interessata, Vostra Eminenza lo esorterà gentilmente a sforzarsi di corrispondere alla bontà della Santa Sede con una vita sacerdotale autentica.” È firmato da Joseph Ratzinger.
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