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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » 4. COPERTURA E BUROCRAZIA: CALIFORNIA, ILLINOIS, AUSTRALIA

4. COPERTURA E BUROCRAZIA: CALIFORNIA, ILLINOIS, AUSTRALIA

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Marzo 2026
in Cultura
Reading Time: 7 mins read
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Come ha sottolineato Scicluna, la permissività verso i casi di pederastia non finì nemmeno con il codice canonico del 1983. Stabilì che nei diocesi venivano condotti procedimenti penali ecclesiastici; appelli, nella rota romana; e ricorsi contro i decreti, nella Congregazione per il Clero, dove quindi è nascosta anche molta informazione. La Dottrina della Fede continuò a essere esclusa, ma fu dedicata alle petizioni di dispensa dal sacerdozio, che divennero sempre più abbondanti. Negli anni ’80, i casi di pederastia iniziarono a crescere rapidamente nella Chiesa degli Stati Uniti, che venivano risolti con accordi extragiudiziari e risarcimenti, e di fronte a numerosi casi di recidiva, i vescovi ricorsero a chiedere dispense per risolvere il problema. “Volendo evitare le complicazioni tecniche delle procedure stabilite, (…) il colpevole chiese ‘volontariamente’ di lasciare il ministero sacerdotale. In questo modo, si raggiunse lo stesso risultato ‘pratico’ dell’espulsione del soggetto dal sacerdozio, evitando però procedure giuridiche ‘ingombranti’,” riconosciuto nel 2010 in un articolo sull’Osservatore Romano lo spagnolo Juan Ignacio Arrieta, dell’Opus Dei, allora e ancora oggi segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi. Ratzinger, a capo della Dottrina della Fede dal 1982, capiva che la giustizia non veniva fatta in questo modo. Ecco perché iniziò a negare le dispense che gli arrivavano, soprattutto dagli Stati Uniti, anche se ciò significava ritardare ancora di più la soluzione del problema. Come in questa sua lettera del 1985 sul caso del sacerdote Stephen Kiesle, a Oakland, California: Ratzinger, a capo della Dottrina della Fede dal 1982, capì che la giustizia non veniva fatta in questo modo. Ecco perché iniziò a negare le dispense che gli arrivavano, soprattutto dagli Stati Uniti, anche se ciò significava ritardare ancora di più la soluzione del problema. Come in questa sua lettera del 1985 sul caso di Padre Stephen Kiesle, a Oakland, California: “Vostra Eccellenza, avendo ricevuto la sua lettera del 13 settembre, riguardante il caso di dispensa da tutti i doveri sacerdotali del Reverendo Stephen Miller Kiesle, di questa diocesi, sono obbligato a comunicarle quanto segue. Questo Dicastero, pur considerando gli argomenti avanzati a favore della dispensa richiesta in questo caso come di massima importanza, ritiene necessario considerare il bene della Chiesa Universale insieme al predicatore, e quindi non può sottovalutare il danno che la concessione di una dispensa può causare alla comunità dei fedeli cristiani, soprattutto considerando la giovane età del predicatore. È quindi necessario che questa Congregazione sottoponga questi casi a un esame più approfondito, a sottoporli a un esame più approfondito, che richiederà necessariamente un periodo più lungo. Nel frattempo, Vostra Eccellenza non deve trascurare il seguito paterno del predicatore…” È firmato da Joseph Ratzinger.

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Nel numero del protocollo c’è un dettaglio diverso: una lettera “s” alla fine del numero. Secondo le fonti consultate, significa “sacerdoti”, sacerdoti, e indica esattamente i fascicoli che trattavano delle dispense. Che in molti casi, in realtà, si riferivano a casi di pederastia. E il numero indica che era il fascicolo numero 469 ad essere stato aperto nel 1981, anche se non tutti dovevano essere per lo stesso motivo e sono stati conteggiati insieme ad altri aperti per motivi disciplinari. Questa lettera fu rivelata nell’aprile 2010 dall’Associated Press e causò scandalo a causa dell’atteggiamento di Ratzinger, che sosteneva di cercare il bene della Chiesa e chiedeva un “seguito paterno” al sacerdote. Il Vaticano si limitò a rispondere che “non è strano che esistano documenti isolati con la firma del cardinale Ratzinger” e che la lettera sia stata tolta dal contesto. Il contesto era questo incomprensibile incomprensibile legale vaticano, in cui, a parte la burocrazia, i sacerdoti pedofili venivano insabbiati e non denunciati. In questo caso, il prete pedofilo era già stato denunciato e condannato a tre anni di libertà vigilata nel 1978. Nonostante ciò, alla diocesi ci vollero tre anni per chiedere a Roma di sospenderlo, come indicato dalla data di apertura del fascicolo, 1981. Lo stesso sacerdote voleva lasciare il clero, ma la lentezza del Vaticano ritardò la risposta fino al 1985, e in più fu negativa. Il Vaticano lo espulse infine nel 1987. Nel frattempo però le misure di controllo del sacerdote fallirono e continuò a lavorare con i minori fino al 1988. Nel 1995 fu condannato a sei anni di carcere e dal 2000 in poi vennero alla luce numerose vittime di abusi degli anni precedenti, commesse mentre il Vaticano meditava se licenziarlo o meno.

Lo stesso vale per il successivo scambio di lettere nel 1989 tra la Diocesi di Springfield, Illinois, e Ratzinger. Il vescovo spiega in dettaglio la storia criminale di un sacerdote, Alvin Louis Campbell, ma il futuro Benedetto XVI nega nuovamente la dispensa: più tardi, nel 1985, Alvin Campbell fu formalmente accusato presso la Corte Circondariale della Contea di Christian di diversi reati di cattiva condotta sessuale con minori. Si dichiarò colpevole di questa accusa. È stato condannato a quattordici anni di carcere ed è ora incarcerato. Le circostanze che portarono alla separazione di Alvin Campbell dalla sua cappellania nell’esercito degli Stati Uniti sono descritte nella documentazione allegata. Comportamenti sessuali scorretti con minori portarono al suo congedo dopo il suo ritorno nella Diocesi dopo la sua cappellania. Il mio predecessore, il vescovo Joseph A. McNicholas, fornì terapia psichiatrica ad Alvin Campbell, ma non fu efficace nel prevenire le attività che portarono al suo arresto nel 1985. Il mio predecessore, il vescovo Joseph A. McNicholas, fornì terapia psichiatrica ad Alvin Campbell, ma non fu efficace nel prevenire le attività che portarono al suo arresto nel 1985. A causa di queste cause civili e di altre derivanti dall’attività simile di Walter Weerts, a cui il Santo Padre ha recentemente concesso una dispensa dallo stato clericale (CDF/342/88s), il Tribunale di Springfield, Illinois, ha dovuto pagare più di un milione cinquecentomila dollari. In breve, temo che la Diocesi subirà danni pastorali e di pubbliche relazioni ancora maggiori, per non parlare di ulteriori danni finanziari. Per non parlare di ulteriori danni finanziari. La risposta di Ratzinger: “Questa Congregazione ha ricevuto la sua lettera con i suoi vari annessi riguardante la petizione che ha presentato a nome del Reverendissimo Alvin Louis Campbell, sacerdote della vostra Diocesi, per essere esentato dagli obblighi dell’ordinazione sacerdotale. In risposta, questo Dipartimento deve informare Vostra Eccellenza che la petizione in questione non può essere ammessa, poiché manca della richiesta dello stesso padre Campbell, come richiesto dalle normative attuali. Per esentare la Diocesi dalla responsabilità di questo sacerdote, essa può procedere secondo le norme del Diritto Canonico, che includono il reato di pederastia tra coloro che sono soggetti a specifiche sanzioni penali, senza escludere la reincorporazione nello stato laico. escludere la reincorporazione nello stato laico. Alcuni ritengono che, dopo l’applicazione di tale pena finale, le conseguenze di ulteriori condotte criminali da parte del reverendo Campbell non verrebbero imputate alla Diocesi.”

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Il numero del protocollo, con un’altra “s”, indica che il fascicolo fu aperto a Roma nel 1989, ma in realtà Campbell era già stato arrestato nel 1985 e successivamente condannato a 14 anni di carcere. Il sacerdote rifiutò di chiedere personalmente la dispensa, come indicavano le regole, e ciò gli impedì di concederla. Ecco perché Ratzinger ci invita a elaborarlo canonicamente. In ogni caso, la cronologia non lascia dubbi: la diocesi ne era a conoscenza anni prima dell’arresto del sacerdote, perché era stato cappellano militare ed era stato espulso per abusi su minori dall’esercito, che aveva denunciato al vescovo. Oltre all’insabbiamento a livello locale, casi come questo dimostrano che a Roma il problema era perfettamente noto e non fu presa alcuna provvedizione. Raramente veniva segnalato alle autorità e tenuto segreto. E, ancora una volta, la conclusione è che tutte queste informazioni sono archiviate in Vaticano e non sono mai state ammesse o rivelate. È interessante notare che, in caso di dubbio, la Dottrina della Fede continuava a ricordarci che la vecchia istruzione del 1962, Crimen Sollicitationis, era ancora in vigore. Questo è dimostrato in un caso proveniente dall’Australia, nella ricca documentazione portata alla luce dalla Royal Commission of Inquiry. Il vescovo di Wollongong scrisse a Ratzinger nel gennaio 1998 per chiedere quale procedura seguire in un caso, senza specificare quale, perché non sapeva se le norme del 1962 si applicassero solo agli abusi nel campo della confessione. Il Segretario della Dottrina della Fede, Tarcisio Bertone, rispose: Indagine. Il vescovo di Wollongong scrisse a Ratzinger nel gennaio 1998 per chiedere quale procedura seguire in un caso, senza specificare quale, perché non sapeva se le norme del 1962 si applicassero solo agli abusi nel campo della confessione. Il Segretario per la Dottrina della Fede, Tarcisio Bertone, rispose: “Nella sua lettera del 28 gennaio 1998, riguardante il caso di un sacerdote accusato di abuso sessuale su minore, ha chiesto se la procedura dell’Instructio dovesse essere seguita in modo procedendi in causis sollicitationis’ o se tali procedure si riferissero solo ad azioni presumibilmente avvenute negli Stati Uniti. il contesto del Sacramento della Confessione. Questa Congregazione risponde che, nel caso menzionato, deve essere seguita la procedura dell’Instructio, come indicato nel quinto capitolo del documento (De crimine pessimo).”

È interessante notare il numero di protocollo, con una nuova variante: “NR”. Forse corrisponde a “Non Registrato” (Non Registrato), perché la verità è che la Doctrina de la Fe non ha aperto un fascicolo proprio. Questo fu il caso del sacerdote Giovanni Gerardo Nestor, una procedura che passò anni a saltare da un ufficio all’altro. La Dottrina della Fede non ha aperto un protocollo fino al 2008, con il numero 539/2008, aperto a settembre con la comunicazione del vescovo australiano, che dà nuovamente un’idea del numero di casi arrivati quell’anno. Almeno allora bastò un mese perché il Vaticano espellesse il sacerdote. Ma erano passati 15 anni da quando la diocesi australiana aveva appreso nel 1993 delle prime accuse contro il sacerdote, arrestato nel 1996. Nel frattempo ci fu una lunga serie di lettere che mostrano il caos burocratico del Vaticano: dopo aver consultato Roma, il vescovo rimosse il sacerdote nel 1998, ma fece appello e il dicastero per il clero gli fu d’accordo nel 2000. Ordinò una “restituzione immediata.” Il prefetto era il cardinale colombiano Darío Castrillón Hoyos, che l’anno successivo ― cosa divenne nota nel 2010 ― congratulò un vescovo francese per non aver denunciato un sacerdote pedofilo alle autorità. Era un atteggiamento diffuso nelle più alte sfere vaticane negli anni di Giovanni Paolo II. La Signatura Apostolica, equivalente alla Corte Suprema del Vaticano, ha stabilito nel 2006 che tutto era stato fatto male. Nonostante ciò, passarono altri due anni fino a quando il caso si concluse definitivamente nella Dottrina della Fede. Questo era solo uno dei centinaia di casi che arrivavano a Roma ogni anno, gestiti male e risolti male. L’ondata di casi negli Stati Uniti era inarrestabile, e Ratzinger stesso si rese conto di gestire le dispense nel modo sbagliato. Ciò è dimostrato da una lettera che scrisse nel 1988 alla commissione incaricata di chiarire l’applicazione delle leggi, la Commissione Pontificia per l’Interpretazione Autentica del Codice di Diritto Canonico: “Questo Dicastero, esaminando le richieste di dispensa dagli impegni sacerdotali, trova casi di sacerdoti che, nell’esercizio del loro ministero, sono diventati colpevoli di gravi e scandalosi comportamenti.” Ha sottolineato che la dispensa era una concessione a favore del richiedente, quando in realtà era necessaria la giustizia. Non gli prestarono attenzione. Tuttavia, lo scandalo stava crescendo. Nel 1994 Giovanni Paolo II approvò misure speciali per gli Stati Uniti e nel 1996 le estese all’Irlanda, così che i vescovi potessero più facilmente espellere i sacerdoti pedofili. Ma fu solo nell’aprile 2001 che Ratzinger convinse Wojtyla a centralizzare tutti i casi a Roma, con una nuova legislazione. Era tardi: otto mesi dopo, nel gennaio 2002, scoppiò lo scandalo del Boston Globe.

Continua…

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.