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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Benedetto XVI » 5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Marzo 2026
in Cultura
Reading Time: 5 mins read
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Nel 2005, Ratzinger divenne Benedetto XVI. Perfezionò la legislazione contro la pederastia, ma l’inerzia di decenni continuò. La priorità era ancora data alla salvaguardia dell’immagine dell’istituzione e alla copertura dei casi. Molte diocesi ancora oggi non le comunicano a Roma, senza conseguenze. Nel 2010, il Vaticano ha annunciato un passo fondamentale: quando un vescovo o un superiore religioso veniva a conoscenza di un caso, doveva segnalarlo alle autorità. In effetti, la Santa Sede ha assicurato che questa regola era già stata comunicata internamente ed era applicata dal 2003, anche se non ha chiarito perché non fosse stata resa pubblica in precedenza. In ogni caso, la disobbedienza continuò. Inoltre, la mentalità tradizionale resistette anche a Roma, come dimostrano documenti inediti di un caso in Colombia, quello di questa lettera del 2010 della Dottrina della Fede al vescovo di Pereira, Tulio Duque: Questa lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede a un vescovo colombiano è di settembre 2010,  Ma il numero del protocollo indica che il file è stato aperto nel 2004, sei anni prima. Nella lettera, il dicastero ricorda che nel 2006 autorizzò l’apertura di procedimenti penali per pedofilia, ma da allora non ha più avuto sue notizie.

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In questo documento c’è un altro dettaglio strano: due numeri di protocollo diversi sullo stesso file. In ogni caso, ancora una volta, rivelano che sono passati sei anni dall’apertura del fascicolo, nel 2004, e quattro da quando la Dottrina della Fede ha autorizzato nel 2006 l’accusa contro il sacerdote Jairo Alzate Cardona, senza aver più sentito parlare del caso. Il vescovo rispose dicendo che aveva preso misure preventive e che tutto stava andando molto bene. Non lo denunciò alle autorità e nel 2008 permise al sacerdote di tornare in una parrocchia e insegnare in una scuola. La Dottrina della Fede chiuse il caso. In realtà, la Procura arrestò poco dopo il sacerdote, che fu condannato a sette anni di carcere per il primo abuso, nel 2002, e un nuovo attacco nel 2008, mentre il vescovo pensava di avere la situazione sotto controllo. Duque dovette fornire spiegazioni in un processo nel 2012 e ammise l’insabbiamento del caso. Secondo lui, con il consenso del Vaticano, come mostrato nel video dell’udienza pubblicato nel 2025 in Colombia da Casa Macondo:

Le parole del vescovo dimostrano che in molte diocesi l’approccio “terapeutico” al crimine di pederastia e occultamento alle autorità è rimasto in vigore. Nel luglio 2025, la Corte Costituzionale colombiana ha dichiarato la diocesi di Pereira civilmente responsabile e l’ha condannata a risarcire una famiglia. Ma inoltre, in una decisione storica nel paese, ordinò all’Ufficio del Procuratore di indagare sul vescovo Tulio Duque per insabbiamento.

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Un altro caso recente, questa volta in Italia, dimostra la stessa negligenza istituzionale e mancanza di sensibilità verso le vittime. È quello del sacerdote Nello Giraudo, un caso arrivato alla Doctrina de la Fe nel 2003, ancora con Ratzinger a capo del dicastero: La dichiarazione del vescovo Tulio Duque in cui ammette di aver protetto un sacerdote che abusava sessualmente di minori 05:25 “… Presento con spirito di sofferenza il caso di padre Nello Giraudo, sacerdote di questa diocesi. (…) Al momento il sacerdote ha lasciato la parrocchia di Feglino e ha chiuso la comunità ospitante ‘La Lanterna’ su mia richiesta. Ora è stato trasferito nella parrocchia di Noli e affidato al sacerdote Padre Pinetto. La documentazione allegata ci permetterà di conoscere meglio i dettagli: chiedo la cortesia di consigli sull’atteggiamento da adottare, poiché il sacerdote intende continuare il suo lavoro pastorale. Per quanto possibile, intendo impedirgli di avere responsabilità che lo mettono in contatto con bambini o adolescenti.”

Sebbene la diocesi di Savona abbia comunicato questo a Roma nel 2003, la storia di accuse di abusi contro questo sacerdote risale a molto tempo fa. Il rapporto allegato alla lettera lo ammette: “il primo serio disagio” avvenne nel 1980 e fu messo da parte. Nonostante ciò, “per superare la sua dolorosa solitudine” le fu permesso di aprire un rifugio per minori e organizzare campi giovanili. La Doctrina de la Fe non rispose alla lettera del vescovo fino al 2006, tre anni dopo, e la cosa sorprendente è che, nonostante la narrazione ufficiale di quel periodo e l’evoluzione normativa teorica, la soluzione proposta al sacerdote era sempre la stessa: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva abbandonare le abitudi, la diocesi semplicemente non fece nulla. Né lo ha denunciato. Si dedicò all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. Il vescovo, Domenico Calcagno, fu promosso cardinale. Il caso è finalmente venuto alla luce nel 2010, solo quando una vittima ha reso pubblica la pubblicità nei media. Il sacerdote fu denunciato per abusi commessi nel 1986 e 1994, ma il termine di prescrizione era scaduto. Con un altro successivo reclamo, relativo a un altro caso del 2005, accettò una pena di un anno e mezzo di carcere. L’ordine di archiviare il primo caso, nel 2012, fu deciso nel considerare l’insabbiamento sistematico nella diocesi sotto tre vescovi dimostrato: “Si scopre, è purtroppo dirlo, che l’unica preoccupazione dei leader della curia era salvaguardare l’immagine della diocesi davanti alla salute fisica e mentale dei minori.”

Solo quando lo scandalo emerse nei media nel 2010 il prefetto dell’allora Dottrina della Fede, lo spagnolo Luis Ladaria, scrisse a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, cosa fosse successo al caso. E solo allora il sacerdote chiedeva una dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione.” L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è ancora stato affrontato, nessun media ha mai affrontato un’indagine importante. La vittima che portò alla luce il caso di Savona, Francesco Zanardi, è a capo dell’organizzazione Rete L’Abuso, una delle principali in Italia che denuncia i casi di pederastia da parte del clero, ma non è ottimista: “Qui nulla cambierà mai.” Riguardo ai documenti interni del Vaticano, evidenzia un dettaglio: “Se guardi, non parlano mai delle vittime, sono l’ultima cosa che conta per loro.” Benedetto XVI si dimise nel 2013, sopraffatto dallo scandalo della pedofilia, tra gli altri.

Francesco, pontefice fino al 2025, ha spinto per regole più severe. Ma il sistema ha continuato a resistere al cambiamento, molte diocesi continuano a nascondere i loro casi alla Dottrina della Fede e le lamentele che vi arrivano spesso si impantanano. In alcuni paesi la Chiesa ha intrapreso dolorose operazioni di trasparenza, come Irlanda, Francia, Germania e Portogallo. Altri, come la Spagna, continuano a evitarli. Ma il grande paradosso è che il Vaticano, da cui provengono le richieste ufficiali di verità e trasparenza, non rivela ancora ciò che sa. Leone XIV ha l’opportunità di prendere una svolta storica.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.